Home|Editoriali|Rebecchi|Segnalazioni|Mediateca|Anni '70


da L'Occidentale

Al Qaeda e il Terrorismo hanno cambiato le regole della guerra

di John Arquilla
(traduzione Enrico De Simone
tratto da Foreign Policy)
 

Ogni giorno, le forze armate statunitensi spendono 1,75 miliardi di dollari, la gran parte dei quali se ne vanno per le grandi navi, i grossi cannoni, i massicci battaglioni che non soltanto non servono per vincere le guerre del presente, ma sono anche, di sicuro, un punto di partenza sbagliato per prepararsi ad affrontare le guerre del futuro.

Anche quest’anno, il nono del grande conflitto tra nazioni e networks, le forze armate Usa hanno fallito – come spesso capita ai militari – nell’adattarsi alle mutate condizioni, scoprendo sul campo che i loro nemici stavano spesso un passo avanti. L’esercito americano ha annaspato per anni in Iraq, dimostrandosi incapace di capire, tanto lì come in Afghanistan, che gli ammassamenti di truppe cari alla vecchia scuola non sono un mezzo per arrivare a una vittoria duratura in una guerra come quella attuale, in cui dall’altra parte c’è non un nemico, quanto piuttosto una rete di nemici.

Niente di nuovo. Dati i rischi e i pericoli che, per lavoro, debbono affrontare, i militari sono inevitabilmente restii ad accettare un cambiamento. Durante la Prima guerra mondiale, le armate sul Fronte occidentale combattevano praticamente come si combatteva a Waterloo un secolo prima, nel 1815, attaccando in formazioni grandi e compatte – nonostante l’arrivo sul campo di battaglia di mitragliatrici e artiglieria pesante. Fu uno spaventoso massacro, e ogni sanguinosissima offensiva non otteneva niente di più che la conquista di qualche metro di terreno martoriato. Non sorprende che lo storico Alan Clark abbia intitolato Gli asini il suo studio sugli alti comandi militari dell’epoca.

Anche le rivoluzionarie implicazioni connesse all’introduzione dei carri armati, degli aerei e degli apparecchi radio che li tenevano in contatto vennero capite solo in minima parte dalla successiva generazione di militari. Come i loro predecessori non compresero quanto fosse letale l’aumento della potenza di fuoco, così tra le due guerre non si comprese quanto la meccanizzazione avesse rivoluzionato l’arte della guerra; a eccezione, naturalmente, dei tedeschi, che capirono la fattibilità della blitzkrieg (guerra lampo, ndt) e grazie ad essa ottennero sfolgoranti vittorie. Alla fine avrebbero anche vinto la guerra, non fosse stato per alcuni grossolani errori a livello strategico come invadere la Russia e dichiarare guerra agli Stati Uniti. In conclusione, i nazisti non vennero battuti nell’arte della guerra, quanto soverchiati dai loro nemici.

La successiva rivoluzione che non fu capita è quella della bomba atomica. Tra coloro che più si equivocarono figurano proprio gli alti comandi militari Usa, i quali pensavano che si trattasse di un’arma come un’altra; cioé, che fosse suscettibile di impiego bellico. Si scoprì invece che la sua importanza risiedeva in una funzione di pura deterrenza. Sorprendentemente, fu proprio un combattente della guerra fredda come Ronald Reagan a dimostrare la più precisa comprensione di quelle armi, quando disse: “Una guerra atomica non può essere vinta e non deve essere mai combattuta”.

L’ultima rivoluzione è quella attuale. Siamo nell’era dell’informatica. Le rivoluzioni tecnologiche degli ultimi due anni – comparabili alla Rivoluzione industriale di due secoli fa per come hanno cambiato il mondo – sono arrivate in un nuovo momento di instabilità mondiale post-guerra fredda. Eppure la maggior parte dei militari sta entrando in questa nuova era con il vecchio criterio secondo cui le rivoluzioni tecnologiche non sono altro che nuovi strumenti con i quali eventualmente fare meglio le cose che si sono sempre fatte.

Nel caso degli Stati Uniti, gli alti ufficiali restano convinti che la loro strategia nota come “shock and awe” (colpisci e convinci) e la dottrina-Powell sulla “forza soverchiante” sono state soltanto migliorate dall’addizione di un maggior numero di armi intelligenti, aerei senza pilota e comunicazioni globali quasi istantanee. Forse il più convinto cheerleader della dottrina “shock and awe” è stato il consigliere per la sicurezza nazionale James Jones, un generale dalla cui cerchia di collaboratori sono saltati fuori, negli anni ’90, i primi sostenitori di quel concetto. La loro idea base: “Più forte il colpo, migliore il risultato”.

Nulla poteva essere più lontano dal vero, come hanno penosamente dimostrato i risultati ottenuti in Iraq e in Afghanistan. In effetti, dieci anni e mezzo dopo che io e il mio collega David Ronfeldt abbiamo coniato il termine netwar per descrivere il nuovo tipo di conflitto ramificato (networked) che veniva manifestandosi, gli Stati Uniti erano in ritardo. L’evidenza di questi ultimi dieci anni ha mostrato chiaramente che l’applicazione massiccia della forza ha fatto poco di più che uccidere gli innocenti e inferocire i sopravvissuti. Organizzazioni ramificate come al Qaeda hanno provato quanto sia facile schivare i colpi, per quanto pesanti siano, e poi contrattaccare con efficacia.

Nel frattempo le forze armate Usa, che usavano i nuovi strumenti bellici in modo per lo più tradizionale, hanno cominciato a risentire dei costi materiali e umani della guerra. Il vero costo finanziario della guerra in Iraq, ad esempio, è stato di circa tremila miliardi di dollari; è quanto sostiene l’analisi fatta dal Premio Nobel Joseph Stiglitz e da Linda Bilmes. Ma anche le cifre ufficiali non sono affatto da poco: all’incirca mille miliardi di dollari. E per quanto riguarda i costi umani, le truppe americane sono esauste per i lunghi periodi operativi contro nemici che, se venissero inquadrati in formazioni regolari, difficilmente riempirebbero le file di una divisione dei Marines. Gli Stati Uniti sono stati realmente a un passo dall’abbandonare la contesa.

Quando i militari non stanno al passo coi tempi, la nazione ne soffre. Nella Prima guerra mondiale, la mancata comprensione di ciò che significava la produzione industriale su larga scala portò non soltanto a massacri senza senso, ma anche alla fine di grandi imperi e al crollo di interi Stati. L’incapacità, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, di comprendere le implicazioni della meccanizzazione, consegnò enormi territori alle potenze dell’Asse, e quasi ne determinò la vittoria. La mancata comprensione del vero significato delle armi atomiche portò a una corsa agli armamenti suicida, e ad appena un passo dalla catastrofe in occasione della crisi di Cuba.

Oggi, i segni di fraintendimento abbondano. Per esempio, in un’era che vede in servizio missili anti-nave supersonici, la US Navy (la marina militare Usa, ndt) ha speso innumerevoli miliardi di dollari in “navi da guerra di superficie” le cui sovrastrutture in alluminio brucerebbero fino alla linea di galleggiamento se colpite da uno solo di quegli ordigni. Eppure la dottrina della Marina pretende che quelle navi ingaggino nemici armati di missili solo a vista e in acque territoriali.

Nel frattempo l’Us Army (l’esercito Usa, ndt) ha speso decine di miliardi di dollari per il suo Future Combat Systems, una congerie di armi, veicoli e sistemi di comunicazione di nuovo tipo che adesso viene vista dai suoi stessi proponenti come del tutto inutilizzabile per il tipo di impiego che le forze terrestri dovranno affrontare nei prossimi anni. L’oceano di informazioni che il sistema genererebbe ogni giorno intaserebbe i circuiti di comando, e anche pianificare la più semplice delle operazioni si tramuterebbe in una sgobbata tremenda.

Intanto la US Air Force, al di là della sua sempiterna devozione al bombardamento strategico, resta innamorata di aerei da caccia estremamente avanzati e parimenti costosi – nonostante che negli ultimi quarant’anni abbia perso un solo caccia in duello aereo. Sebbene l’onerosissimo F-22 si sia dimostrato mediocre e il suo programma sia stato cancellato dopo enormi investimenti, l’Air Force non si è arresa. Infatti, l’ancor più avanzato F-35 verrà prodotto, a un costo dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari. Ciò accade in un’epoca in cui quello di cui già dispongono gli Stati Uniti è assai superiore a qualunque cosa esista nel resto del mondo, e lo resterà per decenni.

I fatti esposti suggeriscono che gli Stati Uniti stanno spendendo enormi quantità di soldi in un modo che in realtà sta rendendo l’America meno sicura, non solo rispetto al terrorismo, ma anche rispetto a piccole nazioni che sviluppino una forma diversa di apparato militare. Il problema va ben oltre gli armamenti o altri strumenti hi-tech. Quel che più acutamente manca nell’arsenale statunitense è una piena comprensione di ciò che significa networking, vale a dire la fluttuante, vitale interconnessione esistente tra persone che creano e utilizzano un nuovo tipo di intelligenza collettiva e un nuovo tipo di potenza, e che condividono uno stesso scopo – sia esso buono o cattivo.

Il networking è stato adottato da tanti movimenti civili in tutto il mondo, ed è stato un metodo che ha fatto progredire la democrazia e la libertà assai più di tutti i faticosi sforzi fatti dall’esercito americano per esportare la democrazia con le armi, in Iraq e in Afghanistan. Allo stesso modo, i “movimenti incivili”, ossia i terroristi e i criminali internazionali, sono ricorsi alla interconnettività per coordinare operazioni di respiro mondiale in modi che prima non erano possibili. Prima di Internet e del World Wide Web, un network terrorista che operasse con un alto grado di coordinamento in sessanta paesi diversi, non poteva esistere. Oggi, ci aspetta un mondo pieno di Umar Farouk Abdulmutallab (il giovane nigeriano che ha tentato di far esplodere un aereo civile Usa, lo scorso Natale - ndt) – e non tutti si faranno prendere.

Ma le possibilità offerte dalla rete non devono necessariamente aiutare soltanto i malvagi. Se accolte senza riserve, possono portare a una nuova dottrina militare, e a un nuovo tipo di guerra. I conflitti del futuro devono e possono essere meno costosi e distruttivi, perché le forze armate potranno essere ancor più in grado di proteggere gli innocenti e di prevenire o respingere un’aggressione.

Probabilmente non vedremo più grandi armate corazzate scontrarsi in campo aperto, ma i cambiamenti dell’arte della guerra moderna, di questi tempi, vanno ben oltre una tale considerazione: sono rapidi, sfuggevoli, difficili da cogliere. Però c’è un modo per ridurre questa complessità a tre semplici regole, che possono risparmiare imprecisate quantità di sangue e di soldi se e quando ci si troverà in mezzo a una “guerra di reti”.


Regola 1: piccoli-ma-tanti batte grandi-ma-pochi


Il principale problema che affligge attualmente le forze armate tradizionali è il fatto che sono strutture pensate per combattere una grande guerra, e trovano difficoltà a riprogrammarsi per affrontarne una piccola. Per esempio, si prendano gli Stati Uniti: il corpo dei Marines ha tre divisioni pronte al combattimento e l’esercito dieci, mentre sono operativi undici gruppi navali e circa tre dozzine di stormi aerei. Quasi un milione e mezzo di persone prestano servizio attivo in queste organizzazioni, e in poche altre che le supportano.

Non meraviglia allora che le forze armate statunitensi si siano logorate nei ripetuti cicli operativi seguiti agli attacchi dell’11 settembre. Soffrono di un cronico “problema di scala”, che le rende incapaci di affrontare un compito limitato con forze limitate. Si aggiunga a questo problema di natura strutturale la caratteristica forma mentis dei militari, secondo i quali “più si ha, meglio è” (inevitabile corollario: con meno, si può far solo peggio), e si comprenderà il perché di un impegno massiccio nelle piccole guerre.

È stato questo il caso, tra gli altri, anche della guerra nel Vietnam, quando gli alti comandi militari di allora – erano gli anni ’60, ma quelli attuali sono ben poco diversi – indussero coloro cui spettavano le decisioni finali a intraprendere una guerra condotta da grandi unità contro un vasto numero di piccolissimi reparti di guerriglieri. Il risultato: dislocati più di mezzo milione di uomini, innumerevoli miliardi sperperati, guerra perduta. L’immagine iconica di quella guerra è data da un fucile d’assalto AK-47, quello usato dai guerriglieri, centinaia di migliaia dei quali erano in azione ogni istante, contrapposto a un B-52 dell’USAF, il grande bombardiere americano che, in formazioni di qualche centinaio di aerei, fu mandato ripetutamente su Hanoi per tentare, senza alcun successo, di piegare la resistenza del Nord Vietnam a forza di bombe.

Lo stesso problema si manifesta oggi, e la sua immagine aggiornata è quella di migliaia di improvvisati ordigni esplosivi da parte dei ribelli, contrapposti a una manciata di droni americani. È un’ironia della storia che la guerra al terrorismo sia iniziata sulle montagne afgane con lo stesso tipo di bombardiere, il B-52, che volava sul Vietnam, e con gli stessi, deludenti risultati di allora.

I comandi Usa sono consci di questi problemi. L’esercito ha progressivamente aumentato il numero delle brigate – i cui reparti combattenti contano tra i 3.000 e i 4.000 uomini, – passato da meno di 36 nel 2001 a quasi 50 al giorno d’oggi. Da parte loro, i Marines adesso suddividono le loro forze in “unità d’esplorazione” forti di qualche centinaio di soldati. Ma questi cambi ben difficilmente bastano per dire che è iniziata la trasformazione delle forze armate dal “grandi-ma-pochi” al “piccoli-ma-tanti”.

Ciò dipende dal fatto che gli alti comandi militari non hanno pienamente compreso il fatto che anche unità piuttosto piccole, come un plotone di una cinquantina di soldati, può sviluppare una grande potenza se connesso ad altre unità, in particolar modo a forze indigene amiche, e a una manciata di aerei d’assalto che operino in stretta coordinazione.

Eppure, l’evidenza sta lì a parlare. Verso la fine del 2006 il comando Usa iniziò a trasferire poco più del 5% dei 130 mila soldati dislocati in Iraq dalle loro basi principali – una dozzina, tutte localizzate in una grande città – a un centinaio di capisaldi sparsi per il paese, ognuno dei quali veniva presidiato da una cinquantina di uomini. Si trattò di un cambio drastico dal “pochi-ma-grandi” al “piccoli-ma-tanti”, che dispiegò in brevissimo tempo i suoi sorprendenti, benefici effetti nel ridurre la violenza ben prima che arrivassero i rinforzi del “surge”. In parte ciò accadde perché la rete fisica costituita dai capisaldi facilitava la tessitura di una rete di rapporti sociali con un vasto numero di piccole tribù, le quali scelsero di unirsi alla causa e formarono così il nocciolo di quello che poi diventò il “movimento del risveglio”.

La riluttanza del Pentagono nel riconoscere queste nuove possibilità – riflessa eloquentemente nelle reiterate richieste di altri uomini, prima in Iraq, poi in Afghanistan – deriva in parte da un’inevitabile paura del nuovo, ma anche dal timore dei problemi che una forza armata basata sul principio "piccoli-ma-tanti" potrebbe avere nei confronti di un nemico “di massa” tradizionale – per esempio, la Corea del Nord.

Forse il migliore esempio di una forza armata ispirata al principio "piccoli-ma-tanti" che ha avuto successo contro nemici di ogni tipo è l’esercito dell’antica Roma, con le sue legioni. Per secoli, i manipoli di legionari andavano in battaglia rigidamente inquadrati in una robustissima formazione a scacchiera contro le massicce, ottuse falangi dei loro avversari più potenti, oppure in ordine sparso se si trattava di affrontare bande di guerrieri tribali; in entrambi i casi, ne uscivano vittoriosi.


Regola 2: trovare, più che accerchiare


Sin da quando 2.400 anni fa, a Leuttra, il generale tebano Epaminonda potenziò l’ala sinistra della sua armata per colpire l’ala destra dello schieramento spartano, sorprendere il nemico sul fianco è stata la manovra più ricercata dell’arte militare. Attacchi sul fianco possono essere visti nel famoso “ordine obliquo” adottato da Federico il Grande nel Diciottesimo secolo, nei ripetuti “ganci sinistri” con cui Erwin Rommel mise quasi al tappeto gli inglesi in Nord Africa nel 1941, nel celebre “gancio sinistro” di Norman Schwarzkopf contro gli iracheni nel 1991. Gli aggiramenti sul fianco hanno un lungo pedigree.

L’aggiramento è stato anche alla base dell’avanzata in Mesopotamia degli americani, nel 2003. Ma quella volta accadde qualcosa di strano. Per usare le parole dello storico militare John Keegan, la grande armata irachena, forte di 400 mila soldati, semplicemente, si dissolse. Non ci fu alcuna grande battaglia d’accerchiamento, e solo qualche scaramuccia sulla via di Baghdad. Quel che fecero gli iracheni fu aspettare che il paese venisse conquistato, per poi scatenare una guerra insurrezionale fatta di attacchi mordi-e-fuggi e attentati dinamitardi.

Così la guerra terminò di essere un confronto massa contro massa, assumendo una dinamica di lotta tra un soggetto che si nasconde e l’altro che lo cerca per distruggerlo. In un mondo interconnesso, gli eserciti devono ripensare il modo di combattere, tenendo a mente che il nemico del futuro dovrà essere scovato prima che possa combattere. In un certo senso ciò accadde già in Vietnam, ma quello fu un conflitto in cui il nemico qualche volta ebbe la cortesia di radunare le sue forze per una determinata offensiva: arginata nel 1965, sconfitta nel 1968 e nel 1972, infine vincente nel 1975.

In Iraq non ci sono stati attacchi in massa, ma un nuovo tipo di guerra irregolare in cui una serie di attacchi minori non stanno più a segnalare l’imminenza di una grande battaglia. È questo lo schema adottato dai talebani in Afghanistan ed è chiaramente il concetto di “operazioni globali” seguito da al Qaeda. Allo stesso tempo, l’apparato militare statunitense ha mostrato di potersi adattare a una lotta di questo tipo. In effetti, la situazione in Iraq è decisamente migliorata, grazie soprattutto alla maggior capacità di trovare il nemico. La rete fisica di piccoli capisaldi era legata e traeva forza da una rete sociale di combattenti tribali desiderosi di collaborare con gli americani. Questi elementi, nel loro insieme, hanno come acceso una luce sulla presenza di al Qaeda in Iraq, nel cui riverbero i militanti del gruppo terroristico si sono stagliati, diventando facile preda per la ridotta percentuale di truppe della coalizione che stavano effettivamente portando avanti la guerra contro di loro.

Si pensi a tutto ciò come a un nuovo ruolo per i militari. Nella storia si sono sempre considerati come “coloro che sparano”; nell’era attuale dovranno anche diventare “coloro che cercano”.

Un tale approccio può sicuramente funzionare in Afghanistan come ha già funzionato in Iraq – e in altre campagne antiguerriglia – finché lo sforzo principale sia esercitato sull’atto di creare il sistema per “trovare”. Ci sono posti in cui l’amicizia dei nativi può essere meno importante degli strumenti hi-tech – ad esempio nel cyberspazio, notoriamente il “santuario virtuale” di al Qaeda.

Mentre l’arte della guerra va spostando l’accento dall’accerchiare al trovare, la speranza è che invece di esaurire le proprie capacità militari in massicce spedizioni contro un nemico sfuggente, il successo possa essere ottenuto grazie a un piccolo, ramificato corpo di “scopritori”. In questo modo un conflitto come la guerra al terrorismo non verrà “guidato” da una grande potenza, quanto piuttosto portato avanti congiuntamente da molti paesi, ognuno dei quali aggiungerebbe un pezzo al mosaico che definirebbe forza e dislocazione del nemico.

Questo secondo cambiamento – il “trovare” – ha il potere di dare un’enorme potenza a quelle piccole ma numerose unità di cui alla regola numero 1. Quel che resta da fare è pensare ai criteri operativi che guiderebbero queste unità.


Regola 3: attacchi simultanei da molte direzioni diverse


I terroristi, consci del fatto che non potranno mai prevalere nel numero, hanno sperimentato un nuovo modo di fare la guerra che permette loro di ottenere il massimo dalle limitate risorse di cui dispongono: la “tattica dello sciame” (swarming). Si tratta di una forma d’attacco eseguita da piccole unità mandate a colpire un singolo obiettivo da direzioni diverse, o più bersagli simultaneamente.

Dall’11 settembre al Qaeda ha effettuato un limitato numero di grandi attacchi – a Bali, Madrid e Londra – mentre ha condotto diverse importanti campagne impostate sulla “tattica dello sciame” in Turchia, Tunisia e Arabia Saudita, dove ha lanciato ondate su ondate di attentati nell’intento di saturare la capacità di reazione dell’avversario. In Iraq una tale strategia è stata portata avanti anche dopo il “surge”; come recentemente osservato dallo stesso generale David Petraeus, il nemico ha mostrato “una sofisticata abilità” da parte dei suoi miliziani “nell’eseguire attacchi simultanei” contro importanti obiettivi governativi.

Il più chiaro esempio di cosa sia un attacco terroristico “a sciame” è forse costituito dagli attentati a Mumbai, nel novembre del 2008, che si ritiene siano stati preparati dal gruppo Lashkar-e-Taiba. La forza d’assalto era composta da appena dieci combattenti, che si suddivisero in coppie ognuna delle quali colpì una serie di siti diversi. Ci vollero più di tre giorni per neutralizzarli – e si lamentò la perdita di 160 vite innocenti – dato che le forze di sicurezza indiane meglio addestrate per contrastare un tale genere d’emergenza dovettero arrivare da Nuova Delhi, ed erano preparate per affrontare un singolo pericolo e non una moltitudine di attacchi.

Un altro segnale dell’entrata in auge della tattica dello sciame si ebbe nell’agosto del 2008. L’incursione russa nella Giorgia, più che un sussulto della vecchia guerra fredda, ha mostrato che anche gli eserciti tradizionali possono dominare l’arte degli attacchi multidirezionali. In quell’occasione, le forze regolari russe vennero affiancate da una milizia etnica che impegnò combattimenti per tutta l’estensione dell’area di operazioni; allo stesso tempo, “attacchi a sciame” avevano luogo nel cyberspazio. In effetti, un attacco mirato a bloccare un largo numero di server, da tempo la specialità dei guerriglieri cibernetici, è una forma modernissima di tattica dello sciame. Nel caso in esame, la catena di comando georgiana venne pesantemente intralciata dagli hacker.

Gli attacchi simultanei da molte direzioni diverse potrebbero costituire l’ultima novità nell’arte della guerra; eppure, hanno un’antica discendenza. La guerra tribale tradizionale, che sia tra nomadi armati di arco e frecce o uomini armati di un semplice bastone, ha sempre presentato elementi di tattica dello sciame. L’apice di questo modo di combattere probabilmente si ebbe nel Tredicesimo secolo con i mongoli, che avevano dato un nome a questa dottrina: “stormo di corvi”. Quando l’attacco era indiretto, ossia portato non da cavalieri che caricavano il nemico bensì da arcieri che scoccavano a distanza per creare una pioggia di frecce diretta su uno bersaglio massiccio, i khan parlavano di “stelle cadenti”. Con tali tattiche, i mongoli conquistarono il più grande impero che il mondo abbia mai visto, e ne rimasero padroni per alcuni secoli.

L’attacco a sciame perse il suo fulgore con l’entrata in scena delle armi da fuoco, nel XV secolo, e con la conseguente esigenza di massimizzare il volume di fuoco. L’era industriale fu un altro fattore di rafforzamento del concetto di massa, e la meccanizzazione favorì le grandi manovre aggiranti piuttosto che i piccoli attacchi a sciame. Però adesso, in un’era in cui il mondo è strettamente interdipendente e trabocca di tecnologia dell’informazione, anche piccole unità di combattenti possono provocare gravi danni. Come recita un vecchio proverbio mongolo: “Con quaranta uomini puoi sconvolgere il mondo”. Si consideri quel che riuscì a fare al Qaeda con la metà di quel numero, l’11 settembre del 2001.

L’argomento è stato ripreso dal celebre stratega inglese B.H. Liddell Hart nella sua biografia di T.E. Lawrence, a buon diritto un maestro dell’arte dello sciame. Liddell Hart, che scriveva nel 1935, predisse che si arriverà a un momento in cui “il vecchio concentramento di forze verrà probabilmente rimpiazzato da un’ubiqua e non individuabile distribuzione di forze, che esercita la sua pressione su tutto, ma non può essere contrattaccata da nessuna parte”.

Adottare la tattica dello sciame sarebbe rifarsi al passato, ma in un momento in cui ben poche organizzazioni militari sono in grado o hanno voglia di riconoscere il suo ritorno in auge. Il problema è che le implicazioni di questa tattica – in special modo, la possibilità da parte di piccole unità combattenti di ottenere risultati sorprendenti se usate “a sciame” – sono profondamente destabilizzanti. Il cambio più radicale si potrebbe avere negli eserciti permanenti, che potrebbero essere sensibilmente ridotti nelle dimensioni se appositamente riconfigurati e addestrati per combattere secondo il nuovo concetto. Invece di inviare continuamente rinforzi, la risposta standard di una “forza sciame” sarebbe quella di procedere rapidamente, con pochi uomini, e colpire gli attaccanti in diversi punti. In futuro, ci vorrà uno sciame per sconfiggere uno sciame.

Quasi vent’anni fa, iniziai un dibattito sui network che sfociò in un’imprevista amicizia con il viceammiraglio Art Cebrowski, il moderno pensatore di strategia che verrà probabilmente ricordato come un nuovo Alfred Thayer Mahan, il grande apostolo della potenza navale americana. Fu il primo nelle gerarchie del Pentagono a mostrare un genuino interesse per le mie idee circa la necessità di sviluppare “reti di combattimento”, e aderì all’idea di creare una vasta rete di linee di comunicazione sussidiarie tra chi reperisce informazioni e chi preme il grilletto.

Dove non fummo d’accordo, fu sulle potenzialità di quei network. Cebrowski riteneva che la “guerra dei network” potesse costituire un potenziamento, in un futuro più o meno prossimo, degli strumenti già esistenti, incluse le portaerei. Io pensavo invece che i network implicassero una marina militare strutturata in modo radicalmente diverso, fatta di battelli piccoli e veloci, parte dei quali controllati a distanza. Cebrowski, ritiratosi nel 2005, ha chiaramente vinto la disputa, visto che l’US Navy è restata una forza basata sul principio “pochi-grandi”; è anche vero che è sempre più “in rete”. Con un implicito riconoscimento alla idee mie e di David Ronfeldt, la Marina ha inaugurato anche un Netwar Command.

La tattica dello sciame ha guadagnato alcuni sostenitori. Più di tutti si segnala il tenente generale dei Marines Paul Van Riper, che ha utilizzato tattiche a sciame nell’ultimo grande “gioco di guerra” del Pentagono, Millennium Challenge 2002, con le quali ha affondato diverse portaerei in apertura dell’immaginario conflitto. Ma invece del riconoscimento di trovarsi di fronte a qualcosa di radicalmente nuovo, ciò che ne scaturì fu un ordine in base al quale gli arbitri riportarono a galla le portaerei, e il costoso gioco – il cui prezzo ascese a qualche centinaio di milioni di dollari – continuò. Van Riper se ne andò. Ancora oggi qualcuno, nell’apparato militare americano, persegue l’idea dello sciame, per lo più con la speranza di impiegare un gran numero di piccoli aerei senza pilota in combattimento. Ma le abitudini militari e gli interessi istituzionali continuano a far sì che la preferenza per un classico ammassamento di truppe o di mezzi sia ben più grande che quella per uno “sciame”.

Cosa accadrebbe se le alte sfere un giorno si svegliassero, e decidessero di prendere sul serio le teorie sulla guerra delle reti e sulla teoria dello sciame? Se mai lo facessero, è probabile che il flagello del terrorismo diventerebbe un fattore assai meno importante dello scenario mondiale. Un apparato militare rimodellato in tal guisa sarebbe più piccolo e più pronto a reagire, meno costoso ma più letale. Il mondo diventerebbe assai meno vulnerabile a molte delle violenze che lo hanno piagato. Networking e swarming sono le due chiavi, rispettivamente organizzativa e dottrinale, al rompicapo strategico dei nostri tempi, che aspetta ancora una soluzione.

Un apparato militare Usa interconnesso e capace di “sciamare” avrebbe bisogno di assai meno effettivi – si potrebbero facilmente tagliare i due terzi del personale, rispetto ai due milioni in servizio oggi – ma sarebbe strutturato in un gran numero di piccole unità interforze. Il modello per un intervento militare sarebbe costituito dai duecento “soldati a cavallo” delle Forze Speciali che sconfissero al Qaeda e i talebani in Afghanistan, verso la fine del 2001.

Tali unità si potrebbero dislocare rapidamente, con efficacia letale, e si manterrebbe un’ampia riserva di reparti per rilevare le “prime ondate” e affrontare nuove crisi. In mare, invece di concentrare la potenza di fuoco in una manciata di grandi portaerei sempre più vulnerabili, la US Navy dovrebbe distribuire le sue capacità operative tra molte centinaia di piccoli battelli equipaggiati di armi intelligenti. I sottomarini, in virtù delle doti di invisibilità e multifunzionalità, potrebbero restare; le portaerei, no. Nei cieli, gli stormi dovrebbero ridursi nelle dimensioni ma aumentare nel numero, ognuno disponendo di appena una manciata di velivoli. Va da sé che l’interconnessione (networking) fa sì che questa miriade di piccoli pezzi sarebbe in grado di operare congiunta, “sciamando” sui nemici, grandi o piccoli che siano.

Un tale cambiamento è fattibile? Assolutamente sì. Grandi riduzioni nell’apparato militare Usa non sono niente di nuovo. A parte la massiccia smobilitazione seguente la Seconda guerra mondiale, dopo il Vietnam le forze operative vennero ridotte del 40% in pochi anni, e di un ulteriore terzo dopo la fine della guerra fredda. Ma la chiave del problema non è tanto nel tagliare, quanto nel ridisegnare e nel ripensare. Ma cosa accadrà qualora prevalga lo status quo, e questa nuova ondata di cambiamenti nella strategia mondiale venisse ignorata o fraintesa? In tal caso andremmo incontro a un fallimento, che ci costerebbe tantissimo.

Il modo più probabile in cui può concretizzarsi la catastrofe è che i network terroristici sopravvivano abbastanza a lungo da procurarsi armi nucleari. Anche soltanto una manciata di testate atomiche darebbe a Osama bin Laden un’enorme forza ricattatoria, dato che un network, al contrario di uno stato, non può essere oggetto di una rappresaglia. Il concetto di deterrente finirebbe in frantumi. Se mai ci sarà un Napoleone nucleare, questo emergerà dai ranghi del terrorismo internazionale.

Nell’ambito dell’apparato militare Usa, il pericolo è che gli alti comandi si adagino nel fatalismo determinato dalla convinzione secondo cui i leader tanto del Congresso quanto dell’industria sventerebbero qualunque tentativo di riforma radicale. Sin dai primi anni Novanta ho ascoltato innumerevoli volte una riserva del genere, ripetuta come un mantra attraverso tutta la scala gerarchica, fino agli Stati maggiori riuniti. La poderosa macchina bellica degli Stati Uniti sarebbe un Gulliver legato e immobilizzato da politici e affaristi.

Ironia della sorte, l’apparato militare Usa non è mai stato in posizione migliore come adesso per fare accettare un vero cambiamento. Nessuno schieramento al Congresso può permettersi di essere dipinto come un ostacolo al progresso strategico, e quindi, qualunque cosa chieda il Pentagono, la ottiene. Accade come per i contractor della difesa, i quali, lungi dal dettare l’agenda, sono anche troppo disposti a dare esattamente quello che i loro clienti militari vogliono (invece di dare, magari, qualcosa di meglio). Se le forze armate americane chiedessero armi più piccole e intelligenti con cui sviluppare tattiche a sciame, le avrebbero.

Al di là dei confini degli Stati Uniti, altri eserciti stanno iniziando a pensare in termini di “molti e piccoli”, stanno iniziando a porre l’accento sul “trovare”, e stanno imparando le tattiche “a sciame”. La strategia navale cinese si sta chiaramente muovendo in questa direzione, così come le forze di terra russe. Ovviamente, chi è davanti a tutti in questi sviluppi sono i network terroristi, non soltanto al Qaeda. Hezbollah ha dato una più che apprezzabile dimostrazione delle tre regole di cui sopra nel conflitto con Israele del 2006, il primo laboratorio della guerra di stati contro network – nel quale il network si difese più che bene.

Se l’apparato militare Usa non riuscisse a fare questo passo avanti nel convincersi che c’è bisogno di un profondo cambiamento, allora gli si potrebbe dare, diciamo, una spintarella riducendo il budget per la difesa – per quanto si tratti di un settore al quale il presidente Obama non vorrebbe estendere la sua politica di austerità. Questa riduzione potrebbe esplicarsi in un congelamento dei livelli attuali di spesa, seguiti da una riduzione di, poniamo, il 10% ogni anno. Per indirizzare correttamente la riprogettazione delle forze armate, si dovrebbe dichiarare una moratoria su ogni sistema d’arma che si possa considerare “ereditato” (si pensi alle portaerei e ad altre grandi navi, ai supercaccia, ai carri armati, ecc.) in attesa che venga eseguita una revisione dei loro criteri d’impiego. Si dovrebbe evitare di assumere che le enormi somme investite nella difesa nazionale siano state spese bene.

Per molti americani convinti che avere un potente apparato militare significhi impegnare sempre più risorse e costruire sistemi sempre più grandi, il suggerimento di tagliare le spese può suonare scandaloso. Ma adottare dottrine di difesa più intelligenti può non solo migliorare l’efficacia, ma anche abbassare i costi. Uno schema simile è stato adottato ed eseguito negli ultimi decenni sia nell’industria che nell’agricoltura. Perché non dovrebbe funzionare in campo militare?

C’è un’assoluta urgenza di parlare di queste cose. Non solo la storia non è finita con la fine della guerra fredda e l’avvento del commercio globale, ma le guerre e la violenza sono continuate – anzi, cresciute – diventando un nuovo flagello postmoderno.

Suona beffardo che in un’era affascinata come mai prima dall’uso persuasivo, diplomatico della potenza, alla fine siano proprio le vecchie dinamiche ricattatorie legate alla potenza militare a dominare gli affari internazionali. Ciò non sorprende quando si tratti di stati canaglia che tentino di dotarsi di un arsenale nucleare che garantisca la loro sicurezza, né quando si parli di reti terroristiche che ripongono la propria ragion d’essere in azioni violente. Il fatto è che questa capacità coercitiva è esercitata anche da una vasta platea di nazioni grandi e piccole e in particolare dagli Stati Uniti, la cui politica di difesa, nell’ultimo decennio, ha praticamente coinciso con la sua politica estera.

Dalle guerre in Iraq e Afghanistan alle crisi con Corea del Nord e Iran, passando per le preoccupazioni strategiche legate alla sicurezza di Asia orientale ed Europa dell’est, gli Stati Uniti sono oggi pesantemente impegnati in una politica di potenza. E così continuerà a essere. Ma se i radicali aggiustamenti in strategia, organizzazione e dottrina implicati dalle nuove regole della guerra verranno ignorati, gli americani, per la difesa nazionale, finiranno con lo spendere di più e ottenere di meno. Le reti terroristiche continueranno a esistere fino a quando arriveranno a possedere la capacità di assestare un colpo nucleare, mentre altri paesi sopravanzeranno militarmente gli Stati Uniti, e concetti quali “deterrenza” e “contenimento” verranno spazzati via come foglie al vento.

È sempre stato così. In qualunque periodo vi sia stato un significativo sviluppo tecnologico, si sono avuti profondi cambiamenti in campo militare e nei rapporti internazionali. La storia ci dice che questi sviluppi sono stati inevitabili, ma anche che soldati e uomini di stato sono stati quasi sempre lenti nel riconoscerli – ritardi che sono costati innumerevoli tragedie. Siamo ancora in tempo per entrare a far parte delle eccezioni, come ad esempio i bizantini che, dopo la caduta di Roma, rifondarono il proprio esercito e conservarono il loro impero per altri mille anni. L’obiettivo degli Stati Uniti dev’essere quello di unirsi a coloro che, nella propria era, colsero i segnali del futuro e agirono in tempo per dominarlo, salvando il mondo dalle tenebre.

 

Home|Editoriali|Rebecchi|Segnalazioni|Mediateca|Anni '70