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dal Corriere della Sera del 13 novembre 2006 Khaled Fouad Allam «Mia moglie è cristiana, preghiamo lo stesso Dio. Il velo? Un'invenzione, non un dogma» di Barbara Palombelli |
«L'uso moderno del velo è un'invenzione, non è un dogma. L'Imam di Segrate, per esempio, dà una sua interpretazione... ma io conosco i testi e so che non è scritto da nessuna parte che sia un obbligo. L'Islam è chiamato a una grande ijtihad, ad uno sforzo di rinnovamento giuridico: in Italia, è importante aiutare il percorso della carta dei valori del ministro Giuliano Amato. Dobbiamo dire no al velo integrale, alla poligamia, all'infibulazione, dobbiamo accettare la libertà della donna. La verità è che il fondamentalismo nasce negli anni Trenta come rifiuto della modernità: l'invenzione della tradizione appartiene all'illusione di poter ricostruire un mondo perduto. Quello dei nostri giorni nasce dalla solitudine, dall'isolamento, dalla mancanza di cultura, di filosofi, di grandi scrittori universali: la ricerca ossessiva della propria identità attraverso i simboli esteriori è, in ogni cultura, un segno di debolezza intellettuale. É anche un pericolo: ci si sente vittime dell'odio occidentale, si insegna ai giovani ad odiare di più per dare un significato alla propria vita e si finisce per allevare i kamikaze. Dalla morte della cultura, alla cultura della morte. E pensare che, nei secoli passati, l'Islam si è sempre fuso, integrato e modellato sulle società diverse: per fare due esempi, in Asia e specialmente in Indonesia, i riti del venerdì nella moschea sono accompagnati dalle musiche delle orchestre locali, nel Nordafrica le donne berbere non portano il velo» Khaled Fouad Allam è oggi un deputato della Margherita eletto nelle liste dell'Ulivo, insegna Sociologia all'Università di Trieste e scrive saggi. L'ultimo, «La solitudine dell'Occidente», è pubblicato da Rizzoli. É nato in una città algerina, Tlemcen, da madre siriana e padre marocchino. Ha scelto di vivere in Italia «perché cercavo un paese neutro, ma anche perché sognavo la vostra felice sintesi di tante storie diverse. Non avrei potuto abitare in Francia, il paese della colonizzazione, quello che mi aveva portato la guerra in casa quando ero piccolo. La mia seconda lingua è il francese, ma là i cittadini delle ex-colonie sono ancora persone di serie B. Nell'intero Parlamento non c'è un solo deputato che li rappresenti. E perfino il ministro dell'Integrazione non è un eletto, ma è stato nominato da Chirac. In Europa, la questione religiosa è un valore fondante, ma l'illuminismo francese è nato contro la chiesa, quello tedesco è invece intriso di sacro: anche per questo, l'Italia potrebbe diventare un modello per l'intero continente» La fede, per lui, «è un sentimento che va continuamento nutrito, perché possa crescere e mantenersi, altrimenti sarebbe troppo facile. É come una pianta che ha bisogno tutti i giorni di acqua». Fouad Allam ha sposato una donna cristiana, ma è rimasto legatissimo alla sua religione: «Mia moglie ed io ci rivolgiamo allo stesso Dio. Il dio dei mistici albanesi, il dio delle chiese e delle moschee come quella di Orano: aperte a tutti. Come dice un versetto del Corano, "Abramo non era ebreo, cristiano o musulmano, era un puro". Io prego una volta al giorno, prevalentemente alla sera. Certo, non riesco a pregare cinque volte al giorno, come si dovrebbe... Ho incontrato la mia religione a quattro anni, alla scuola coranica: ogni volta che imparavo dei versetti a memoria, mia madre mi dava i soldi per le caramelle in premio. L'Islam non ha la catechesi cristiana, è un fenomeno linguistico: i bambini imparano la grammatica studiando la rivelazione che è il fondamento del mistero della creazione. Sono stato circonciso tardi, a sei anni, a causa della guerra. Più grande, andavo a sentire l'imam della moschea: tutti in gruppo, scrivevamo sulle tavolette di legno con un inchiostro particolare. I nostri sono riti individuali e collettivi. Si prega da soli, ma il Ramadam lo si vive tutti insieme. Ricordo il rumore della sirena che, alla sera, indicava la fine del digiuno e la folla che si precipitava a mangiare, vuotando le strade. Una scena da film». C'era un tempo in cui il miracolo della convivenza era la normalità quotidiana delle genti e dei popoli. Gli occhi si appannano e si lucidano nella nostalgia. «Vivevamo fusi, noi e gli ebrei in Algeria: la stessa famiglia, le stesse abitudini, le stesse case. Fisicamente, spiritualmente, praticamente identici. Con la guerra dei Sei giorni, nel 1967, è finito tutto: è stato come un terremoto che ha fatto crollare amicizie, complicità, affetti. Il mio professore di musica, al Conservatorio, andò via, come tanti, sotto la pressione delle folle isteriche che chiedevano vendetta. Ricordo i pianti, il dolore, la paura di mio padre... Eppure, non tutti sanno che, ancora oggi, in Marocco, il paese che si rifiutò di firmare le leggi razziali tedesche negli anni Trenta, il consigliere economico del re è un ebreo, Azzoulay. Il nonno dell'attuale re - eravamo al tempo di Hitler - stabilì che gli ebrei del Marocco avrebbero vissuto sotto la sua personale protezione». Un altro mondo è possibile, sembra dire il sorriso di Fouad Allam. Da dove si comincia? «Formando insegnanti in grado di rispondere alle sfide della società nuova. Sono contro le scuole separate, la nostra memoria deve essere riformulata e diventare collettiva e condivisa. Un liceo euro-mediterraneo potrebbe lasciare lo spazio alle singole religioni, unendo i saperi tecnici e umanistici degli uomini e delle donne del futuro. Comunque, dobbiamo partire da là, dai nostri fligli. Loro hanno in mente un futuro diverso, davvero globale e pacifico. Non possiamo deluderli». |
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