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da Avvenire
del 17 Giugno 2010 Torna in auge il pensiero di Arnold Toynbee, evocato anche da Benedetto XVI, che anticipò Huntington L’Occidente? Creativo e globale di Damiano Palano |
Utilizzando in molte occasioni l’espressione «minoranze creative», Benedetto XVI ha anche contribuito a riaccendere l’interesse per Arnold J. Toynbee (1889-1975), il pensatore britannico che, proprio sull’idea di minoranze capaci di affrontare in modo innovativo le sfide, costruì una complessa teoria dello sviluppo delle civiltà. Di questo rinnovato interesse è ora prova il volume di Luca G. Castellin, Ascesa e declino delle civiltà. La teoria delle macro-trasformazioni politiche di A.J. Toynbee (Vita e Pensiero, pagine 294, euro 25), un testo che offre al pubblico italiano un quadro sistematico della riflessione del grande studioso inglese. Nel lavoro di Castellin vengono infatti ricostruiti lo scenario culturale in cui Toynbee si forma, le tappe in cui si snoda la sua indagine e, soprattutto, la sua teoria delle macrotrasformazioni politiche. Quella che emerge è senz’altro la fisionomia di un intellettuale dai vastissimi interessi e animato da un’inesauribile passione per la ricerca. Una passione che condusse Toynbee a progettare – e a portare avanti per decenni – un’impresa titanica come A Study of History, una monumentale indagine comparata delle grandi civiltà. In un periodo contrassegnato dalla crescente specializzazione delle scienze umane, un simile lavoro risultava in controtendenza. Ma proprio questa originalità offre oggi nuovi motivi per rileggere le opere dell’intellettuale d’Oltremanica. Negli studi di Toynbee possono essere intravisti il tentativo di costruire una storia realmente «globale» e l’idea secondo cui le «civiltà» – ancor più degli Stati – giocano un ruolo cruciale nella politica internazionale. Un’idea, com’è noto, ripresa (ed estremizzata) da Samuel Huntington in Lo scontro delle civiltà (Garzanti). L’aspetto più interessante della teoria di Toynbee – su cui Castellin si sofferma efficacemente – è costituito proprio dal ruolo delle minoranze creative. All’origine dell’ascesa di una civiltà, secondo Toynbee, sta infatti la capacità, da parte di una minoranza, di rispondere in modo «creativo» alle sfide provenienti dall’interno e dall’esterno. Nel momento in cui la minoranza smarrisce la capacità di innovare, essa non perde il proprio ruolo politico, ma inizia a trasformarsi in una semplice minoranza ripiegata sul proprio interesse egoistico. E così spinge la civiltà sulla china di un declino più o meno lungo, ma, per molti versi, inevitabile. Ovviamente, come emerge dalla ricostruzione di Castellin, la teoria dello studioso britannico non è affatto priva di ambiguità. Le perplessità più scontate riguardano il modo con cui Toynbee intende le civiltà. Certo, a differenza di Oswald Spengler, Toynbee non propone una visione «biologistica» del fondamento delle civiltà. Eppure, nei suoi scritti, il cuore fondante e distintivo di ogni civiltà appare in fondo immutabile, e per questo i rapporti con le altre civiltà non possono che risolversi – come per Huntington – in una serie di scontri fra realtà strutturalmente differenti, se non proprio incompatibili. Anche per questo, il ruolo che Toynbee attribuisce alle «minoranze creative», nel «rallentare» il declino, appare in larga parte una soluzione volontaristica. Una soluzione le cui difficoltà non possono essere aggirate evocando – come Toynbee fa nei suoi ultimi scritti – l’evanescente immagine di un nuovo sincretismo religioso, capace di unificare politicamente il mondo. In altri termini, sebbene Toynbee riconosca il ruolo centrale delle «minoranze creative», finisce in realtà col subire la seduzione della metafora del «ciclo»: una metafora dalle evidenti ascendenze classiche, che però reintroduce una forma di determinismo in evidente contrasto con l’idea secondo cui è la capacità innovativa delle minoranze a «muovere» la storia. Come gli inglesi nel 1815, anche noi abbiamo confidato che il 1989 sancisse la fine della storia, e il brusco risveglio di questi anni ha assunto così i contorni della paura (o della compiaciuta malinconia) della decadenza. A ben vedere, però, la percezione di un declino irreversibile – così come l’illusione della fine della storia evocata da Francis Fukuyama – non è il prodotto di un destino immutabile o di meccanismi deterministi: è l’effetto di un «mito» culturale. Una costruzione che, di fatto, sembra lasciare l’Europa e l’Occidente senza speranza e, soprattutto, senza la visione di un futuro che non si esaurisca nella semplice perpetuazione del presente (o nel «rallentamento» del declino). Ma, senza una simile visione, diventa quasi inevitabile cedere all’estetica del declino. E diventa inevitabile che le minoranze – abdicando a ogni funzione «creativa» – finiscano col cedere davvero al «mito» di una società decadente. |
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