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da il foglio del 17 novembre 2006 La parabola di Daniel Ortega, dal soccorso a Saddam alla rielezione di Toni Capuozzo |
C’è un episodio, in sé insignificante, ma che la dice lunga su come il mondo tutto cambi e tutto resti uguale, almeno all’apparenza, e come siano altalenanti i destini degli uomini. Me l’ha raccontato Lucia Annunziata – con la quale condivido una lunga frequentazione dell’America centrale, negli anni delle guerriglie – nelle more di un dibattito televisivo. Dunque: è la vigilia della prima guerra del Golfo o la vigilia di Iraqi Freedom, non ho capito bene, ma non importa. Lucia è inviata a Baghdad, e c’è quel frenetico andirivieni di solidarietà e rotture dell’isolamento dei dittatori, che hanno sempre i loro inevitabili protagonisti: per Milosevic furono Cossutta e Bossi, Farina e le nonne di piazza di maggio, per Saddam padre Benjamin e tanti altri. Ed ecco che l’Annunziata vede, un po’ sperduto e solo, Daniel Ortega, giunto lì quasi a titolo personale: “Daniel… que haces aquí?”. “Lucia, que haces aquí ?” . “Reportera, siguo reportando. Ma tu Daniel, tu que haces aquí?”. Doveva essere stata irresistibile, per il vecchio militante sconfitto, raggiungere Baghdad per un’altra battaglia contro los gringos, para los pueblos, muerte al imperialismo. E adesso il vecchio Daniel ce l’ha fatta, e con il 39 per cento dei voti, complice l’incapacità dei suoi avversari di coalizzarsi attorno a un altro candidato, è di nuovo il compañero presidente del Nicaragua. Allora: un altro Castro, un altro Chávez, un altro Nicaragua pullulante di preti libertari, di latitanti e cooperanti? Non esattamente. Intanto, per come Daniel Ortega ha vinto. Più sull’onda delle manovre personali, che su quella dei movimenti. I movimenti gli erano serviti per mettere alle strette il suo predecessore Arnoldo Alemán, il quale, in cambio della pace sociale, gli aveva graziosamente concesso il controllo della Suprema corte di giustizia e della Commissione elettorale. La prima concesse sia a Ortega che ad Alemán un’immunità legale vitalizia (il caso volle che in seguito l’immunità venne tolta, ad Alemán, che ora sta scontando venti anni di galera per appropriazione indebita di fondi pubblici), la seconda abbassò il quorum elettorale, ciò che ha consentito a Ortega di vincere al primo turno con meno del 40 per cento dei voti, dopo aver perso tre appuntamenti elettorali, negli ultimi quindici anni. E per raggiungerli, stavolta Ortega non ha cercato i teologi della liberazione: ha appoggiato un decreto che mette fuorilegge l’aborto, guadagnandosi l’appoggio di tutt’altra chiesa. Abbastanza per poter dire che non è il ritorno dei vecchi, bei tempi. Daniel Ortega era stato il padre, alla vigilia dell’addio al potere dei sandinisti, nel 1990, del provvedimento che consentì in extremis ai leader sandinisti di confiscare proprietà private per un valore di milioni di dollari. Adesso, Ortega parla di rispetto della proprietà privata e di incentivi agli investimenti stranieri. Non veste più l’uniforme verde olivo, e perfino la bandiera del suo schieramento elettorale non è più quella rossa e nera del sandinismo: un innocente rosa e turchese, invece. E non si cantava “Venceremos”, dai palchi della campagna elettorale e da quelli della vittoria: “Give peace a chance”, piuttosto. E Ortega si è profuso in scuse per il massacro dei riottosi miskitos che fu il segnale del primo fallimento della rivoluzione sandinista. Difficile che ora sterzi da un cammino segnato prima ancora che annunciato, e molto più simile al pragmatismo di Lula che ai proclami di Evo Morales. Castro è un caso a sé, e non è facile fare il Chávez senza il petrolio. Dialogo con i conservatori, rispetto dell’imprenditoria locale, intese con la chiesa, incentivi agli investimenti stranieri, promozione di un turismo normale in cerca di snorkeling e surf e non di comizi, il rifiuto di una guerra permanente con gli Stati Uniti: in mezzo a una strategia di questo tipo c’è poco tempo per costruire l’uomo nuovo in uno dei paesi più poveri del mondo. Sì, gli Stati Uniti non sono entusiasti del risultato elettorale, l’ambasciata americana di Managua gli ha fatto un’attiva campagna di contrasto. Ma è il gioco della parti. Daniel Ortega, immunizzato dalle accuse di abuso sessuale sulla figliastra, ha celebrato il suo matrimonio l’anno scorso davanti a un vescovo che fu perseguitato dai sandinisti, e si è scelto un ex contra come compagno di corsa elettorale: la Guerra fredda è finita davvero, metà del bilancio nazionale viene dalle rimesse degli emigranti negli Stati Uniti, le vecchie icone del sandinismo, Sergio Ramirez e padre Ernesto Cardenál, trattano Ortega da traditore. Ma la definizione più calzante del neopresidente, alla vigilia del voto, fu quella di “candidato perpetuo”. Alla fine ce l’ha fatta, ha vinto. Saddam è alle prese con una condanna a morte. L’Iran che servì a montare la connection per armare i contras, arma se stesso. E Ortega, ventisette anni dopo la rivoluzione, con i capelli neri un po’ più radi e un po’ tinti, più che la risurrezione del marxismo in salsa caribegna, è la risurrezione di se stesso. |
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