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da il foglio del 17 novembre 2006 Morte di un genio L'ultima intervista di Milton Friedman al Wall Street Journal (e con Rose) di Tunku Varadarajan © The Wall Street Journal (per gentile concessione di Milano Finanza) |
Palo Alto, California. Non s'intervista un uomo come Milton Friedman - premio Nobel per l'Economia nel 1976 e tra i sei più importanti pensatori del XX secolo - senza essersi scrupolosamente preparati in anticipo. Perciò ho preso in mano i suoi libri, leggendone alcuni e rileggendone altri, e ho riempito pagine e pagine di appunti. Ho anche mandato e-mail a numerosi intellettuali per chieder loro su che cosa avrebbero posto domande a Friedman, ormai novantaquattrenne, se avessero avuto l'opportunità di incontrarlo a un cocktail party. Mi sono arrivate subito molte risposte. "Il problema dell'inflazione", ha scritto un (relativamente) più giovane premio Nobel per l'Economia. "L'istruzione", ha detto un altro premio Nobel. "Le recenti politiche di spesa adottate da un presidente e un Congresso repubblicani lo spingono forse a riconsiderare il suo appoggio a questo partito?", ha scritto un uomo che, fino a qualche tempo fa, lavorava nel dipartimento economico della Casa Bianca. "C'è qualcosa di specificamente refrattatio al capitalismo nel mondo islamico?", era la domanda posta da uno studioso del medio oriente. "Quale musica ascolta?", chiedeva inaspettatamente un economista democratico. Un blogger "moriva" dal desiderio di sapere se "Milton leggeva i blog - e se aveva per caso l'intenzione di iniziarne uno". Tutti avevano una domanda e molti più di una (un economista di Chicago ha presentato una lista di dieci). Perché Milton Friedman è, agli occhi di ognuno di noi, l'incarnazione dell'oracolo americano, il simbolo della saggezza americana. I saggi, naturalmente, hanno le loro stranezze e l'intervista che mi ha rilasciato la scorsa settimana, nel suo sorprendentemente piccolo ufficio presso la Hoover Institution nel campus della Stanford University, ha avuto un inizio surreale. Sulla parete dietro la sua scrivania era appesa una mappa del Belize, un souvenir fatto di stoffa, tutto decorato per catturare l'attenzione. Perché, gli ho domandato, l'ha appesa? Friedman si è girato, ha guardato la mappa e ha detto: "Non so. Non so davvero". Non certo un buon inizio per un'intervista, potrebbe dire qualcuno; perciò, per rompere il ghiaccio, gli ho chiesto se stava bene. "Oh, sì! - ha risposto vivace - ma mia moglie ha avuto una serie di herpes e non le sono ancora passati del tutto". Dopo una piccola pausa, ha aggiunto: "Lei non ha mai avuto un herpes?". Dopo esserci messi alle spalle le malattie, siamo passati all’economia. Mi sono subito scusato di non essere io stesso un economista. “Vuole dire che non è un economista di professione – ha replicato Friedman – ho scoperto, nel corso degli anni, che alcune persone sono degli economisti nati. Non seguono corsi universitari, ma comprendono naturalmente i principi dell’economia. Altre persone possono avere anche un dottorato, ma non sono degli economisti. Non pensano come un economista. E’ una cosa strana, ma vera”. Domando se Keynes era uno di questi “economisti nati”. “Sì, senza dubbio. Keynes era un grande economista. In ogni disciplina, i progressi sono ottenuti da chi formula ipotesi, la maggior parte delle quali si dimostrano sbagliate, ma ciononostante ci indirizzano in definitiva sulla strada giusta. Ora Keynes, nel suo saggio “The General Theory of Employment, Interest and Money”, presentò un’ipotesi meravigliosa, che ha davvero mutato la struttura dell’economia. E’ risultata essere un’ipotesi sbagliata, ma questo non significa che Keynes non sia stato un grande uomo”. Non si può dire di molti economisti che abbiano “trasformato la forma dell’economia”. Direbbe, Friedman, modestia a parte, di essere uno di questi? Lungo silenzio – la modestia, chiaramente, è stata dura da mettere da parte –, prima che borbottasse, come se stesse spremendo le parole fuori da se stesso, “Er… molto difficile dirlo…”. E poi è stato salvato dalla campanella: la porta si è aperta, ed è entrata Rose, sua moglie, portando una ventata di aria fresca nello squallido ufficio e l’impatto del suo arrivo è stato accresciuto da un bel cappotto di visone – consumato, bisogna dirlo – in un tardo pomeriggio con 26 gradi fuori. “Sarà molto freddo stasera”, ha previsto con un brivido. I Friedman hanno cenato all’aperto quella sera – con altre 1.200 persone allo Stanford Quad – e Rose è arrivata preparata per una caduta della colonnina di mercurio, oh, alla fine degli anni 60. “Strano periodo per cenare fuori”. La signora Friedman si è seduta su una sedia, i suoi occhi scintillavano e io ho ripreso a fare le mie domande. Se dovessero organizzare una cena – al coperto – per gli economisti preferiti del signor Friedman (vivi o morti), chi sarebbe invitato? Il suo riserbo di poco prima è stato dimenticato quando ha srotolato la risposta: “Adam Smith sarebbe il numero uno; Alfred Marshall il numero due; John Maynard Keynes il numero tre. E George Stigler il numero quattro. George era uno dei nostri più cari amici”. Qui, la signora Friedman, anch’essa economista di valore, ha notato con dispiacere che “è difficile credere che George sia morto”. Ha aiutato il loro matrimonio – giunto al 68° anno – il fatto di essere entrambi economisti? Rose (scuotendo il capo in maniera affermativa): “Uh-uh. Ma non discuto con lui… troppo”. Milton (ridendo di gusto): “Non le creda. Ha la sua parte nel discutere”. Rose (interrompendolo): “…e non sono competitiva, così non ho tentato di competere con te”. Milton (eccessivamente sottomesso): “E’ stata molto utile per tutto il mio lavoro. Non c’è nulla che io abbia scritto che lei non abbia letto prima”. La scintilla tra i coniugi Friedman è chiara, e piuttosto commovente. Così sono tentato di chiedere se c’è un lato romantico dell’economia, come c’è nella storia o nella filosofia. “Se c’è un lato romantico nell’economia?”, ripete Friedman dopo di me, prima incredulo, poi ridacchiante: “No, non credo. C’è un lato romantico dell’economia come c’è un lato romantico della fisica. Fondamentalmente, l’economia è una scienza, come la fisica o la chimica… E’ una scienza su come gli esseri umani organizzano le loro attività in modo cooperativo”. E’ la definizione che preferisce di economia? “Beh, la definizione standard è lo studio di come una società organizza le proprie risorse. In questo senso, non è particolarmente romantica”. L’immigrazione, ho domandato, e in particolare l’immigrazione clandestina, è una cosa buona o dannosa per l’economia? “Né l’una né l’altra cosa”, ha risposto Friedman. “Ma è una cosa buona per la libertà. In linea di principio, bisognerebbe lasciare la porta completamente aperta all’immigrazione. Ma con il welfare state questo non è possibile… Lei è un’immigrata – ha aggiunto indicando sua moglie – E’ arrivata qui poco prima della Grande guerra”. Rose, sorridendo gentilmente, ha detto: “Avevo solo due anni”. “Se non ci fosse il welfare state – ha continuato Friedman – si potrebbe avere una libera immigrazione, perché ognuno sarebbe responsabile per se stesso”. Quindi, non si può avere una riforma dell’immigrazione senza una riforma del welfare? “No, si può fare una riforma delle politiche sull’immigrazione, ma non si può aver un’immigrazione libera se non si rinuncia in larga misura al welfare state. In questo momento mi oppongo a un’immigrazione senza restrizioni. Penso che, per lo più, l’opposizione all’immigrazione sia di questa natura, perché è una fondamentale convinzione americana che l’immigrazione sia un vantaggio, che senza l’immigrazione gli stessi Stati Uniti non esisterebbero. Naturalmente ora per gli immigrati molte cose sono più facili di quanto fossero un tempo…”. Intende quindi dire che un tempo c’era una maggiore pressione verso l’integrazione? “Non sono sicuro che sia così…”. Rose (interrompendo le sue parole): “E’ questa la cosa sfortunata…”. Milton: “Ma non penso che sia così…”. Rose: “Oh, io invece penso di sì”. Il problema è appunto che ora gli immigrati messicani vogliono rimanere messicani”. Milton: “Certo, ma in passato molti sono arrivati qui e volevano continuare a essere italiani, ebrei…”. Rose: “No, non è vero. Quelli che lo volevano davvero sono tornati indietro”. La signora Friedman – stavo cominciando a capire – spesso ha l’ultima parola. Con Friedman, le domande personali sono spesso inseparabili dal corso della storia. Come ha fatto fronte, chiedo, alla strenua opposizione verso il suo pensiero dentro e fuori la sua professione di economista durante gran parte della sua carriera? E come si sente a essere passato da persona ritenuta il diavolo in certi ambienti a persona riverita in tutto il mondo? Milton (soffocando una risata): “Non penso di essere mai stato considerato il diavolo”. Rose (alludendo alle contestazioni che lo seguivano ovunque, specialmente dopo che diede consigli di economia al regime di Pinochet): “Era molto difficile andare nei college…”. Milton: “Ricordo uno studente che venne da Harvard, o da qualche altro posto… voleva vedere ‘quel diavolo occidentale’”. Rose: “A Harvard probabilmente la pensano ancora così”. Poi, Friedman spiega “la storia del periodo del dopoguerra negli Stati Uniti”. “Nel 1945-46, l’opinione intellettuale era quasi interamente collettivista. Ma la pratica era il libero mercato. Il governo spendeva qualcosa come il 20-25 per cento delle entrate nazionali. Ma l’idea della gente era che ci volesse più governo. E così dal 1945 al 1980 si ebbe un periodo di socialismo galoppante. Il governo cominciò a espandersi, espandersi ed espandersi”. Friedman si ferma, come per decidere se usare la parola “espandersi” una quarta volta, prima di continuare: “E la spesa del governo passò dal 20 al 40 per cento delle entrate nazionali”. “Ma quello che accadeva in economia stava provocando un movimento inverso nell’opinione pubblica. La gente riusciva a vedere, mentre il governo cominciava a imporre sempre più regole, il cattivo effetto del coinvolgimento dello stesso governo. Questa, secondo me, è la ragione per cui Ronald Reagan riuscì a farsi eleggere nel 1980”. Faccio notare, a questo punto, che anche Friedman giocò un certo ruolo in questo cambiamento nell’opinione pubblica. Com’è nel suo carattere, è riluttante a prendersi qualche merito. “Penso che abbiamo la tendenza ad attribuire troppa importanza al nostro lavoro. La gente vedeva quello che stava succedendo. Non avrebbero letto i miei editoriali su Newsweek e i miei libri se i fatti reali non fossero stati quelli che erano”. Fa arricciare il naso a Friedman il fatto che l’Amministrazione Bush non sia stata capace di ridurre la spesa? “Sì”, dice. “Ma facciamo un attimo un passo indietro. Durante gli anni 90 si aveva la migliore combinazione per tenere bassa la spesa. Un democratico alla Casa Bianca e i repubblicani che controllavano il Congresso. E’ questo che ha prodotto il surplus alla fine dell’era Clinton, e durante tutto quel periodo c’era un trend verso l’abbassamento della spesa. Poi sono arrivati i repubblicani, e sono stati nel deserto, ed ecco l’impennata della spesa nel corso del primo mandato Bush. Bush si è rifiutato di mettere il veto a qualsiasi provvedimento, cosicché non ha mai esercitato alcuna vera influenza sul contenimento della spesa. Nel 2008 si avrà probabilmente un presidente democratico” – (“Dio ce ne scampi”, interviene Rose) – “e se i repubblicani riescono a tenere la Camera e il Senato, si tornerà a una combinazione che permette di ridurre la spesa”. Friedman qui ha spostato l’attenzione: “Quello che ha ucciso il Partito repubblicano non è la spesa, ma l’Iraq. E io ero contrario ad andare in Iraq fin dal principio. Penso sia stato un errore, per la semplice ragione che non credo che gli Stati Uniti d’America debbano essere coinvolti in un’aggressione”. La signora Friedman, ascoltando il marito con le orecchie dritte, borbottava, scura in volto. Milton: “Eh, che cosa?”. Rose: “Non si trattava di un’aggressione”. Milton, esasperato: “Era aggressione. Certo che lo era”. Rose: “Aggressione sarebbe quella rivolta contro le persone, e non contro il mostro che le governa. Non siamo d’accordo, io e te. Questa è la prima volta che io e te non concordiamo, in vita nostra, su qualcosa di fondamentale. Siamo stati in disaccordo su piccole cose, naturalmente, come ‘io non voglio andare fuori a cena, e lui sì’, ma sui grandi temi è la prima volta”. Milton: “ Detto questo, una volta andati in Iraq, mi sembra di fondamentale importanza che se ne esca vittoriosi”. Rose: “E lo saremo”. La signora Friedman, si noti, ha avuto l’ultima parola. |
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