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da il foglio del 18 novembre 2006 La storia dell’umanità è un catalogo di crimini, di malvagità, di torture e genocidi. Il manifesto dello storico Paul Johnson, omaggio pessimista alla speranza umana Come vivere vicino al fuoco del male Giornalista, storico, politologo, polemista, Paul Johnson è uno dei più celebri scrittori inglesi. Ha scritto trenta libri fra cui una “Storia degli ebrei” e una “Storia della Cristianità”. I più famosi sono certamente “Intellettuali” e “Tempi moderni”, tradotto in 18 lingue e che ha venduto più di un milione di copie. Figlio di un maestro di scuola, Paul Johnson, è nato a Manchester nel novembre del 1928. Già direttore del settimanale inglese New Statesman e di The Spectator, Johnson ha collaborato con Le Monde, The Times, New York Times, Washington Post, Wall Street Journal e Time. Vive e lavora a Londra e nel Somerset. di Paul Johnson © New Criterion (traduzione di Aldo Piccato) |
Negli ultimi tempi ci sono stati giorni in cui non ho quasi avuto il coraggio di aprire il giornale per timore di scoprire ancora un’altra nefandezza compiuta dagli esseri umani. Conoscete tutti questo stato d’animo. Se andiamo avanti di questo passo, la razza umana riuscirà a sopravvivere? E si merita di sopravvivere? Significativamente, il primo a esprimere questo disgusto per l’umanità è stato lo stesso Dio. Nel libro della Genesi (6:5-8) è infatti scritto: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: ‘Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato: con l’uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti’”. Nella persona dell’uomo sembra annidarsi da sempre un difetto fatale, al quale è stato dato il nome di “peccato originale”. Come ha detto il filosofo Immanuel Kant, “Dal legno storto dell’umanità non potrà mai uscire qualcosa di diritto”. Questa tendenza alla fragilità morale sta in netto contrasto con lo straordinario e costante successo che l’umanità ha avuto in quanto specie animale. L’universo che conosciamo ha circa 13 miliardi di anni, e nel corso di questo lunghissimo periodo anche altre specie hanno avuto fasi di grande sviluppo. I dinosauri hanno dominato sulla terra tra i 230 e i 44 milioni di anni fa, ma nel corso di tutto questo tempo non hanno avuto alcuna evoluzione sul piano cerebrale e perciò non sono riusciti a sopravvivere quando, alla fine del Cretaceo, si è abbattuta su di loro un’improvvisa catastrofe. Al contrario, la specie ominide si è evoluta rapidamente, e con un ritmo sempre più veloce. E non si è trattato soltanto di un’evoluzione del cervello. L’uomo ha imparato a camminare in posizione eretta, in modo da avere le braccia e le mani libere per trasportare e scagliare oggetti; e le sue mani, grazie all’opposizione del pollice, hanno sviluppato nuove capacità, di fondamentale importanza non solo per la sopravvivenza della specie ma, in un periodo successivo, anche per l’invenzione della scrittura, dell’arte e della musica. Le prime testimonianze dell’attività creativa dell’uomo risalgono almeno a 50.000 anni fa, e forse a un periodo estremamente più antico. Poi, circa 10.000 anni fa, in Africa si verificò un ulteriore mutamento, anzi una vera e propria rivoluzione, nel modo in cui l’uomo si procurava il cibo. In quel periodo, il cibo veniva raccolto o coltivato, e la produzione complessiva era sufficiente per mantenere una popolazione dai cinque ai dieci milioni di uomini. In seguito, la capacità produttiva fu notevolmente incrementata e, circa 8.000 anni dopo, attorno all’Uno d.C., sul pianeta c’erano 300 milioni di uomini, che vivevano più a lungo e con un tenore di vita nettamente più alto. Il ritmo di aumento della popolazione rimaneva comunque piuttosto basso. Per tutto il periodo che va dal 1.000 d.C. al 1750, non ha superato la media dello 0.1 per cento all’anno. Poi c’è stato il decollo. Il traguardo del miliardo di persone è stato raggiunto nel 1800, quello dei due miliardi nel 1930 e quello dei tre miliardi nel 1960. Nel 1974 eravamo quattro miliardi e nel 1990 cinque. Il terzo quarto del XX secolo è stata l’era dell’esplosione demografica, con molti paesi che hanno raddoppiato la propria popolazione nel giro di una generazione: il Messico è passato da 27 a 60 milioni di abitanti, il Brasile da 53 a 108, l’Iran da 14 a 30 e la Cina da 554 a 993 milioni. Il picco di questa esplosione è stato toccato attorno al 1960, con un incremento medio del due per cento all’anno. Da allora, la popolazione ha continuato ad aumentare, ma a un ritmo più basso, e presto si avrà una stabilizzazione della popolazione mondiale. La cosa sorprendente, tuttavia, è la costante espansione economica. Fino a circa il 1800, soltanto l’Inghilterra era riuscita a raggiungere un tasso di crescita sostenuto superiore all’1 per cento annuo. Nel primo decennio del XX secolo parecchi paesi europei avevano un tasso di crescita superiore, in alcuni momenti, al cinque per cento; ma gli Stati Uniti, la Russia e il Giappone si stavano espandendo a un ritmo ancora più rapido. E negli ultimi due decenni del XX secolo la Cina e l’India hanno avuto un tasso di crescita tra il cinque e il deici per cento all’anno. Oggi la crescita mondiale ha raggiunto uno sviluppo tale che, ogni anno, oltre cento milioni di persone conquistano un tenore di vita che, soltanto mezzo secolo fa, era probabilmente appannaggio esclusivo dei circa sessanta milioni di cittadini della middle-class in occidente. Il mondo si sta riempiendo di persone benestanti. Ma il mondo è anche un luogo pericoloso, terrificante e irrequieto, e il pericolo sorge non tanto dalla natura quanto dalle violente attività dell’uomo. Il contrasto tra il successo mondano e la stagnazione (o il declino) morale è stato estremamente vistoso per oltre 2000 anni e ha suscitato angosciate reazioni. All’inizio del Quinto secolo d.C. Sant’Agostino di Ippona scriveva la Città di Dio (in ventidue libri, pubblicati tra il 416 e il 422). L’Impero Romano, il più vasto, il più ricco e il più potente di tutta la storia, stava cominciando a disintegrarsi, ma si crogiolava ancora nella sua opulenza e nel suo lusso; davanti a sé, Agostino poteva vedere la Città terrestre e constatare le prove del successo mondano e del fallimento morale: fortune costruite sul lavoro degli schiavi, esseri umani sbranati dalle belve o uccisi da altri esseri umani per il divertimento delle masse, banchetti pantagruelici, depravazione sessuale, torture e crudeli punizioni di ogni sorta, frode, corruzione, malgoverno e crimini di stato, tanto da far impazzire qualsiasi persona onesta. Gli uomini, anziché progredire, erano peggiorati, e l’avvento del cristianesimo, persino quando sostenuto dal governo (come ormai accadeva già da un secolo), era riuscito soltanto a frenare l’impeto della crescente ondata di depravazione. Sulla terra non si poteva edificare nessuna città divina, e l’umanità era incapace di progredire o di redimersi se non per grazia divina. Soltanto la Grazia divina, libero dono di un Dio misericordioso, per quanto immeritata, poteva impedire alla specie umana di distruggere se stessa e di annegare in quell’oceano di iniquità che lei stessa aveva creato. A giudicare dal grande numero di manoscritti che sono sopravvissuti, e dalle loro condizioni consunte, le opere di Agostino furono tra le più diffuse e lette in tutto il Medioevo. Gli scrittori più profondi e e sensibili di quell’epoca, come Dante e Chaucher, consideravano la specie umana come un composto tragicomico di onestà e malvagità, e delle sue incoerenze e dei suoi contrasti ne fecero un tema letterario. E nel XVI secolo, un uomo dalla mente ancor più ispirata diede vita a una serie di ritratti di uomini e di donne che simboleggiavano, spesso nella loro essenza più profonda, il manicheismo di una specie in bilico tra la magnanimità e una degradazione autodistruttiva. Nessuno ha scritto con la stessa potenza di Shakespeare sulla grandiosità degli esseri umani: “Quale straordinaria creatura è l’uomo! La nobiltà della sua ragione! Le sue infinite capacità! Un eleganza degna della più grande ammirazione! Simile a un angelo nei suoi movimenti! Simile a un Dio nella sua intelligenza! La bellezza del mondo! Il modello perfetto degli esseri viventi! Eppure, per me, che cos’è questo simbolo della polvere?”. Nell’ultima frase Shakespeare esprime il suo sconforto di fronte alla consapevolezza che anche gli uomini migliori erano creature spaventosamente terrene e fragili, e in questa sua angoscia per la condizione della specie umana, il grande poeta talvolta dà sfogo a una tristezza che si avvicina alla disperazione: “Domani, domani, domani, ogni giorno si insinua questo insignificante cammino fino all’ultima sillaba del tempo conosciuto. E tutti i nostri ieri si sono illuminati di folli. Avviati a una morte nella polvere. Spegniti, piccola candela! La vita non è che un’ombra che cammina, un misero giocatore, che danza e si agita sul palco per un breve momento, e poi sparisce nel nulla; è una storia raccontata da un idiota, zeppa di rumori e di furia che non significa nulla”. Naturalmente, Shakespeare ha messo queste parole nella bocca di un vecchio tiranno ormai prossimo alla sua nemesi. Non sappiamo, né lo potremo mai sapere, quale fosse la posizione personale del poeta sul valore e il futuro dell’umanità. Cosa non daremmo per poter conversare su questo tema con l’uomo che sembra aver compreso questo carattere dicotomico della natura umana meglio di chiunque altro! Nel medioevo la depravazione umana non diminuì, anzi aumentò di pari passo con la crescita della ricchezza e dello sviluppo tecnologico, ma fu controbilanciata, in Europa, dalla presenza di una chiesa i cui innumerevoli preti, monaci e suore si dedicavano a una vita di preghiera e di servizio, e che possedeva circa un quinto della ricchezza complessiva. E questa ricchezza, nonostante una vasta corruzione e molta indolenza, fu utilizzata per costruire edifici di straordinaria bellezza, adornati con opere d’arte di una qualità mai nemmeno immaginata, e per opere di carità di una portata paragonabile soltanto a quella del moderno welfare state. Ma anche in questa vasta sfera di attività fondate sull’altruismo si annidava il cancro della perversione umana. Gli uomini non sono soltanto esseri particolarmente intelligenti ma anche dotati di grande immaginazione, e vulnerabili al fascino delle idee, fino a rimanerne ipnotizzati. Quanto più sono intelligenti, tanto più importanti sembrano le loro idee. Nel clero, vale a dire l’intellighenzia della cristianità, si sviluppò una fatale propensione a considerare le idee più importanti degli uomini. Si spiegano così le feroci battaglie dottrinarie scatenatesi alla fine del Medioevo, culminate nella ribellione di Martin Lutero nel 1519. Le differenze sulle questioni teologiche erano espressione con un linguaggio di sfrenata violenza. Come ammonì il grande studioso Erasmo (un uomo che non commise mai l’errore di anteporre le idee agli uomini): “La lunga guerra delle parole e dei libelli finirà a colpi di cannone”. E così avvenne, con una portata senza precedenti. La stessa Riforma fu il primo passo verso la secolarizzazione, l’eliminazione dell’altruismo istituzionalizzato e l’appropriazione dei suoi beni da parte delle forze del capitalismo, in piena ascesa. In Inghilterra i monasteri furono saccheggiati e le loro ricchezze requisite dalla corona, che le utilizzò per finanziare le sue guerre o per distribuirle alla nobiltà laica, formata per lo più da soldati. Di questi ultimi il simbolo per eccellenza è il condottiere Earl of Pembroke, il quale, con la spada sguainata, cacciò dal loro convento le pie suore di Wilton, gridando: “Fuori, fuori, puttane! Andate a guadagnarvi la vita lavorando!”. I commercianti e i professionisti cristiani avevano creato cappellanie e cappelle private decorate con straordinarie opere d’arte (il rinascimento italiano sarebbe stato impossibile senza di essi): anche queste furono requisite e le loro ricchezze usate per finanziare una nuova plutocrazia laica. Poi arrivarono anche le cannonate – più di un secolo di guerre, di un tipo nuovo e ancora più spietato, iniziate in teoria per contrasti religiosi ma degenerate ben presto in una ben più terrena politica di potenza, sicché i partecipanti dimenticarono completamente i loro originari obiettivi. Nella Guerra dei Trent’Anni gli eserciti combatterono per la prima volta durante tutto il corso dell’anno, senza più alcun rispetto per le regole cavalleresche e i principi morali, con i prigionieri e i feriti che non venivano riscattati ma semplicemente massacrati, e le risorse di interi paesi completamente esaurite per finanziare la distruzione. Tuttavia, anche se il posto occupato dalla religione nella vita dell’uomo si riduceva, non si ebbe alcuna diminuzione della capacità che aveva l’uomo di creare ricchezza e di spingere sempre più avanti le frontiere del successo materiale. Anzi, fu proprio questa costante dimostrazione dell’intelligenza umana che spinse molti pensatori del XVIII secolo non soltanto a rifiutare la religione e sostenere con grande entusiasmo il processo di secolarizzazione, ma anche a deridere l’antica concezione del Peccato Originale e a proclamare che l’uomo era un essere perfettibile, e che poteva raggiungere la perfezione attraverso un’ordinamento umano fondato sulla razionalità. Fu questo il presupposto dell’Illuminismo e del suo esito più cruento, la Rivoluzione Francese. Il suo protagonista archetipico fu Robespierre, il primo intellettuale moderno che spinse la dottrina della superiorità delle idee sugli uomini fino al punto di mandare alla ghigliottina migliaia di innocenti in nome della “Ragione” e di quello che Robespierre stesso definiva un “terrore salutare”. A Robespierre seguì Napoleone Bonaparte, il primo governante-dittatore dell’epoca moderna, le cui guerre, combattute per soddisfare la propria ambizione personale e in nome della nuova e distruttiva forza del nazionalismo, costarono la vita a cinque milioni di persone, in un periodo in cui la popolazione mondiale superava di poco i 300 milioni. Peggio ancora, una generazione dopo la sua morte, Napoleone fu riportato in vita come eroe nazionale della Francia e divenne il prototipo dei dittatori affermatisi nel XX secolo, molti dei quali si sono resi responsabili di spaventosi stermini di massa. Alcuni di questi mostri hanno, in un modo o nell’altro, seguito il modello di Napoleone, e si può facilmente compilare una lunga lista, partendo da Hitler, Stalin e Mao Tse-Tung, passando attraverso tiranni come Nasser, Sukarno e Fidel Castro, e arrivando fino a selvaggi pagliacci africani come Idi Amin e Bokassa. Gli orrori e le sofferenze da costoro provocati hanno fatto del XX secolo l’epoco più moralmente turpe di tutta la storia della specie umana. Insieme, i tre empi regimi di Hitler, Stalin e Mao sono stati direttamente responsabili della morte di 120 milioni di uomini. Di questi, settanta milioni furono uccisi dal regime di Mao, il quale, come dimostrato dalla dettagliata biografia scritta da Jung Chang, deve essere considerato l’uomo più malvagio che sia mai vissuto su questo pianeta, privo di qualsiasi qualità positiva. La crescita del secolarismo e la diffusione di ideologie fondate sul presupposto che le idee contino più degli uomini non sono gli unici fattori rilevanti in questo declino della morale. Spesso osserviamo, nelle vicende umane, una tendenza o un’innovazione, in se stessa per nulla dannosa o malvagia, che, sull’onda dell’entusiasmo ideologico di cui molti uomini cadono vittima, diventa una minaccia per la società. Alla metà del XIX secolo, per esempio, si verificò una congiunzione tra due fenomeni, ognuno dei quali era in sé frutto del razionalismo illuminista. Il primo fu il tentativo di migliorare la salute della popolazione urbana per mezzo di misure igieniche, vaccinazioni, una sana alimentazione e servizi medici più efficienti. Il secondo furono gli studi di Charles Darwin, che spiegarono l’evoluzione della vita e dimostrarono la legge della sopravvivenza delle specie più adattabili. Questa congiunzione produsse la scienza (o culto) dell’eugenetica, vale a dire la scienza del miglioramento della specie umana, analoga per molti aspetti a quel tentativo di perfezionarla sul piano morale e intellettuale che era stato l’errore fatale della Rivoluzione Francese. L’eugenetica si affermò tra il 1870 e la seconda guerra mondiale, e fu sostenuta non soltanto da buona parte della categoria medica ma anche da pensatori progressisti come H. G. Wells e George Bernard Shaw. Pur di arrivare all’obiettivo di esseri umani teoricamente perfetti, erano pronti a eliminare (ossia, a sterilizzare) tutte le persone mentalmente inadeguate, dai folli criminali fino ai semplici ritardati. Soltanto quando le loro dottrine furono presentate in forma estrema da Hitler, che voleva sterminare non soltanto i malati mentali ma intere razze, come gli zingari e gli ebrei (che il führer considerava come un “virus” letale, capace di infettare tutta la specie umana), ne apparve chiaramente tutta la perversa assurdità, e l’eugenetica finì sotto le puzzolenti macerie di Auschwitz. Le perversità del darwinismo sociale e l’ambizione di creare una razza padrona eliminando i “non idonei” ebbero una diffusione ben maggiore di quella che siamo normalmente disposti ad ammettere, e anzi si fecero più sistematiche con la progressiva secolarizzazione degli Stati. Bismarck, combattendo quella che definiva la sua “battaglia culturale” contro la chiesa cattolica, la sola che in Germania si era opposta all’espansione capillare dello stato secolarizzato, creò un nuovo impero della razza tedesca, fondato sul valore militare del sangue prussiano. In Russia gli ebrei erano perseguitati da sempre, ma dopo la nascita di un nuovo stato secolarizzato negli anni Ottanta del XIX secolo, i pogrom divennero sistematici e generalizzati. La nuova Turchia laica dei Giovani Turchi avviò la propria campagna di sterminio degli armeni nel 1909, e portò a termine nel 1915. La creazione di uno stato ateo in Russia, nel 1917, fu il preludio a una lunga serie di esperimenti di ingegneria sociale compiuti durante la dittatura staliniana, per mezzo dei quali intere popolazioni furono sradicate, deportate, decimate e ridotte alla fame. Stalin, giustamente soprannominato “scardinatore di nazioni”, inaugurò sistemi poi imitati dalla Cambogia di Pol Pot, il cui programma di deurbanizzazione costò la vita a un quinto della popolazione, e dalla Rivoluzione culturale cinese, che sterminò milioni di persone. La fiaccola del terrore è ora passata nelle mani del mondo islamico, che l’ha afferrata con grande entusiasmo, soprattuto in Iran, la cui élite regnante ha giurato che “porterà a termine il lavoro lasciato incompleto da Hitler” (vale a dire lo sterminio degli ebrei). Ma dietro la facciata degli slogan religiosi, agiscono forze secolarizzate alla ricerca di potere, ricchezza, territorio, risorse minerarie e tecnologia militare. Nessuno dei leader che sfruttano il fanatismo religioso dei giovani è noto per una stretta osservanza delle prescrizioni coraniche: dietro il jihad sta un preciso calcolo sulla diffusione della fede, la frequentazione delle moschee, il numero dei pellegrinaggi e altri criteri statistici. L’islam è in fase di graduale declino, al pari del cristianesimo, del giudaismo, del buddismo e di altre religioni mondiali. Il terrorismo fondamentalista è più un sintomo di malattia che una prova di salute, ed è probabile che entro la metà del secolo, e probabilmente anche prima, vaste parti dell’islam tradizionale avranno subito un processo di secolarizzazione. Questa prospettiva, anche se può contribuire a risolvere il problema del terrorismo internazionale, non mi soddisfa affatto. Infatti, a lungo termine, la secolarizzazione rappresenta per la specie umana un pericolo ancora più grave del fanatismo religioso. Mi tornano in mente le parole dette dal padre gesuita Karl Rahner a proposito degli sforzi compiuti dai moderni stati totalitaristici per eliminare dalla società l’elemento spirituale: “Se Dio verrà bandito dalla loro mente, gli uomini perderanno la loro umanità e diventeranno semplicemente degli animali molto intelligenti – e il loro destino finale sarà troppo spaventoso per essere anche soltanto immaginato”. La storia dell’umanità, anche con le restrizioni e le esaltazioni prodotte dalla religione, è stata già abbastanza feroce. Senza di essa, chissà quali terribili nefandezze ci saremmo fatti l’uno all’altro! Sono rimasto molto colpito da una storia raccontata da Nancy Milford a proposito di Evelyn Waugh, la cui compassione da convertito al cattolicesimo stava in forte contrasto con un carattere per natura profondamente maliizioso. Una volta Nancy rimproverò Waugh per un’azione particolarmente crudele dicendogli: “Come puoi riconciliare la tua fede in Dio con qusto tuo odioso comportamento?”. Waugh le rispose cupo: “Nancy, posso benissimo essere cattivo come tu dici, e probabilmente sono anche peggio, ma, credimi, se non fosse per la mia fede cattolica, non sarei nemmeno un essere umano”. Le distruttive passioni dell’uomo sono state tenute a freno dalle religioni che diffondono l’amore di Dio, e il timore della punizione divina. Senza grandi risultati però, si potrebbe ragionevolmente obiettare. Ma quali successi ha ottenuto il mondo secolarizzato nell’elaborare un sistema alternativo di ricompensa e retribuzione? Possediamo Corti di Giustizia internazionali da ormai un secolo, ma l’ingiustizia si diffonde sempre più in tutto il mondo. Abbiamo leggi per punire i “crimini contro l’umanità” e ogni tanto qualche maòconcio sopravvissuto di un regime crollato viene portato in tribunale. Ma chi ci guadagna veramente, a parte gli avvocati, che si costruiscono una fortuna con questi interminabili processi. Hitler si suicidò, ma i suoi due compagni di crudeltà, Stalin e Mao, sono morti nel loro letto tra grandi onori, e Mao è ancora celebrato come l’impareggiabile leader dello stato più popoloso del mondo, con il quale tutti noi siamo bramosi di fare affari (malgrado i suoi venti milioni di prigionieri politici rinchiusi in veri e propri gulag). Abbiamo anche la tradizione del premio Nobel, una fonte ancora più ricca di cinismo per i furbi del mondo e di disperazioni per i sostenitori della giustizia. Alcuni di coloro che hanno ricevuto il premio Nobel per la pace avrebbero potuto benissimo figurare in una lista di criminali di guerra. Prendiamo il caso di Fritz Haber, che inventò le armi chimiche per gli eserciti del Kaiser e i gasi velenosi che, sul solo fronte occidentale, uccisero 650.000 uomini . Nel 1919 il nome di Haber fu inserito insieme a quello di altri scienziati nella lista di criminali di guerra che gli alleati intendevano processare e giustiziare. Ma si misero in mezzo i politici, e qualche tempo dopo ad Haber fu assegnato il premio nobel per la sua scoperta della formula dell’ammoniaca. L’istituto da lui fondato produsse poi il Zyklon B, il gas usato per uccidere milioni di ebrei nei campi di concentramento di Hitler. Ho riflettuto a lungo sulle parole di Goethe, che, nel 1808, a Erfurt rifiutò i regni del mondo che Napoleone gli mostrò, e visse abbastanza a lungo per vedere la caduta del mostro. Ecco cosa disse: “Chiunque possiede l’arte e la scienza possiede anche la religione; e chi non possiede né la prima né la seconda farebbe bene a procurarsi la terza”. Accetto queste parole nel modo in cui le comprendo, sono convinto che arte, scienza e religione siano inseparabili, tripode dello spirito umano sul quale poggia l’intera civiltà. Oggi ci sono scienziati ultra-materialisti secondo i quali un essere umano non ha più significato di un pezzo di roccia, convinti che scienza e religione si escludano a vicenda. Richard Dawkins, nel suo libro “The God Delusion”, sostiene che la credenza in Dio impedisca la pratica della scienza, e un suo collega di Oxford ha recentemente detto alla BBC che “la religione è il vicolo cieco dell’intelletto”. Sono convinto che la dimensione spirituale sia essenziale per la scienza, in quanto permette di arrivare a intuizioni che la dimensione puramente fisica non è in grado di ispirare. Sono inoltre convinto che il corollario della dimensione spirituale, vale a dire la credenza in una moralità di valore assoluto, sia l’imprescindibile baluardo per impedire l’ascesa di un crudele avventurismo tecnologico che potrebbe portare alla nostra degenerazione e alla nostra distruzione. La conoscenza di ciò che ha creato e alimentato la vita – l’universo – implica necessariamente un dibattito sull’esistenza di Dio ed è il traguardo supremo della scienza. Detestabile nichilismo E non credo che l’arte possa esistere a lungo senza la presenza di un elemento spirituale. Provo grande sconforto per ciò che è toccato alla pittura nel XX secolo, corrotta da una specie di barbarie non molto diversa da quella che ha ispirato le azioni di governi che hanno ucciso milioni di persone. Quando vado in una galleria d’arte cerco bramosamente i quadri del XV secolo, con le loro dolci Madonne e il bambin Gesù sulle ginocchia. Persino i dipinti dei martiri che subiscono spaventose sofferenze hanno un significato che manca nelle immagini di inutili violenze che oggi vengono prodotte, precipitando in un abisso molto più profondo di tutti gli inferni raffigurati da Hieronymus Bosch. Ero presente all’inaugurazione della nuova Tate Modern di Londra. Ricordo di essere capitato per caso in una stanza completamente vuota tranne che per un grande schermo video. C’erano tre bambini, una ragazza di circa dieci anni con i suoi fratelli più piccoli. Sullo schermo era proiettata un’opera d’arte moderna: il video di un uomo che si masturbava. Che un episodio come questo non sia affatto una casualità lo deduco dal più recente degli obiter dicta di Charles Saatchi, che si dice eserciti un’enorme influenza sulla nostra arte: “So che posso sembrare un tipo raccapricciante, ma secondo me c’è qualcosa di incantevole nel vedere dei bambini seduti attorno a un’opera dei fratelli Chapman che raffigura dei peni che escono dagli occhi di alcune ragazze, impegnati a copiarla per poi mostrare il disegno alla loro maestra”. Tralasciando questo detestabile nichilismo, mi sembra opportuno ricordare che l’arte prodotta in un’epoca di fede religiosa spesso esprime il lato più costruttivo, razionale e pacifico degli esseri umani. Ho recentemente avuto il piacere di osservare le pitture che decorano la gloriosa facciata ovest della Cattedrale di Strasburgo. Questa nobile costruzione è circondata da una serie di simboli della storia e del progresso dell’Europa laica: edifici di quasi inimmaginabile bruttezza, fatti di vetro e metallo, che ospitano il Parlamento Europeo, la Corte per i Diritti Umani, ecc. ecc. Qui si trova la macchina che ha cercato di imporre all’Europa una costituzione che rinnega il suo passato cristiano. Eppure, nel bel mezzo di questo caos morale, si erge la Cattedrale, costruita in collaborazione proprio da europei, decorata da francesi e tedeschi nel corso di cinque secoli di fede e devozione: un edificio cresciuto per così dire organicamente sotto la luce di una religione comune. Quando si osservano queste meravigliose creazioni della mente, del corpo e dello spirito umano, e si pensa allo straordinario passato che le ha rese possibili, il senso di disperazione per il futuro comincia a svanire e nel cuore si riaccende la speranza. E la lezione è perfettamente chiara. Dobbiamo, in qualche modo, riportare nella nostra vita privata e pubblica l’elemento spirituale, il sentimento di timore reverenziale per la grandiosità eccelsa della creazione, l’orgoglio per la bontà e l’altruismo, il rifiuto del male e dell’arroganza materialistica, la poesia del numinoso e, soprattutto, l’amore per il nostro prossimo, inseparabile dalla convinzione che gli esseri umani siano stati creati a immagine e somiglianza di Dio. Dobbiamo riuscirci, altrimenti moriremo; e per riuscirci dobbiamo assumerci dei rischi. L’umanità è stata creata per vivere spiritualmente e per far questo dobbiamo vivere pericolosamente. Karl Jung amava citare un detto apocrifo di Gesù: “Colui che è vicino a me è vicino al fuoco. Colui che è lontano da me è lontano dal Regno”. Come possiamo riuscire a vivere vicino al fuoco e vicino al Regno? La risposta a questa domanda tocca a menti più sagge della mia. Ciò che mi sembra chiaro è che l’umanità si trova in bilico tra una duratura per quanto precaria sopravvivenza e l’abisso dell’autodistruzione. E credo che il nostro destino sarà deciso dalla nostra capacità di tenere accesa quella fiamma spirituale che scalda e illumina la nostra vita. |
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