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da il foglio
del 24 novembre 2006

Come parlare del 1968 senza far morire di noia

Londra impazzisce per la pièce “anti intellettualista” di Tom Stoppard

di Ottavio Cappellani



L’anti intellettualismo (una corrente di pensiero poderosa nella cultura anglosassone, che non prenderà mai piede in Italia, dove, per fare vedere che sei intelligente, devi fare la faccia più brutta e pensosa e profonda e incarognita che ti viene, altrimenti non ti prendono sul serio) comincia ad avere i suoi primi manifesti. L’ultimo lavoro teatrale di Tom Stoppard, “Rock ‘n’ roll” è uno di questi: messo in scena da qualche mese al Royal Court di Londra, si è dovuto trasferire, causa “sold out”, al Duke of York, dove resterà in cartellone fino al 25 febbraio dell’anno prossimo.

Di origini cecoslovacche (è nato a Zlin nel 1930), Stoppard è arrivato in Inghilterra via Singapore e India, l’inglese è la sua seconda lingua, e deve utilizzarla assai bene se il Sunday Times ha scritto: “Tom Stoppard has written one of the great political plays of the English language”.

Stoppard è noto al grande pubblico per “Shakespeare in love” (un “Romeo e Giulietta” raccontato attraverso uno Shakespeare fanfarone e sommerso dai debiti), per “Rosencrantz e Guilderstein sono morti” (“Amleto” raccontato attraverso gli occhi e giochi di parole dei suoi due amici), ma anche per “La Casa Russia”, dove Sean Connery, per descriversi a una Michelle Pfeiffer che non lo ha mai incontrato, dice di sé: “Sembro un grosso letto sfatto con un sacchetto della spesa buttato sopra” (e, a quel punto, anche i maschi eterosessuali più convinti si innamorano di Sean Connery), e dove, sempre Connery, accusato di essere una spia al servizio della Russia a causa dei suoi frequenti viaggi, si giustifica: “Non mi piace il comunismo, mi piace la Russia, è l’unico posto dove vai in un bagno pubblico per fare pipì e il tizio che ti sta accanto incomincia a parlarti di Dio” (mai in maniera più anti-intellettuale e precisa fu raccontata in una battuta la fame religiosa e teologica dell’ex Urss).

Con “Rock ‘n’ roll – a new play”, Tom Stoppard torna al suo luogo di nascita, in un’opera che racconta gli anni dal 1968 al 1990 da due diverse prospettive: Praga, dove una rock ‘n’ roll band diventa il simbolo della resistenza al regime comunista, e Cambridge, dove tre generazioni di una famiglia di filosofi marxisti, la famiglia Morrow, discettano attraverso pippe intellettuali complicatissime, di storia e di politica (non è da ora che Stoppard prende in giro gli intellettuali, lo fa con esiti strepitosi almeno dal 1972, anno in cui scrisse “Acrobati”, parodia delle acrobazie di due professori di filosofia impegnati a dimostrare l’esistenza di Dio – consigliarne la visione a Marcello Pera, magari).

Il punto di contatto tra le due scene è uno studente cecoslovacco a Cambridge, innamorato della figlia del professore Max Morrow: una tragicomica saga familiare innervata dalle musiche di una vera cult rock band cecoslovacca, i “The plastic people of the universe”, che iniziarono ispirandosi ai “Velvet Underground” prodotti da Andy Warhol, e divennero il punto di riferimento della cultura underground praghese, con il loro nome derivato da una canzone di Frank Zappa. (Tra parentesi: è strano vedere come il nostro ridicolo underground sia vagamente ispirato a strani ideali “de sinistra”, mentre quello con due palle così doveva battersi contro il regime comunista.)

La sera della prima erano presenti Václav Havel, Mick Jagger, David Gilmour e Paul Wilson, membro fondatore dei “Plastic People” (ne passò parecchie, la band, i suoi fans furono picchiati dalla polizia durante un concerto), che alla domanda sul significato “politico” della messa in scena ha risposto da grande antiintellettuale: “It was very entertaining”.

E noi continuiamo a darci da fare con i dibattiti sulle prime pagine dell’Unità di qualche millennio fa.

 

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