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da il foglio
del 25 novembre 2006

Il figlio di Beckett

Il rock’n’roll di Sir Tom Stoppard, il regista dell’assurdo che ha conquistato Londra con Marx, Ernesto e la Primavera di Praga. E senza parlare di politica

di Richard Newbury
(traduzione di Erica Scroppo)

 



Quest’anno il più grande successo teatrale a Londra è “Rock ’n’ Roll” di Tom Stoppard che, quasi sconosciuto in Italia, domina la scena di Londra e Broadway da quando il suo capolavoro “Rosencrantz e Guildenstern sono morti” spopolò nel lontano 1967. Anche lui è “figlio di Beckett”, come Harold Pinter, ma a differenza del premio Nobel, Stoppard, che nel suo “teatro dell’assurdo” giostra magistralmente arguzia pirotecnica e giochi di prestigio insieme con idee filosofiche, ha sempre rifiutato l’“impegno”. Nonostante che, propugnando l’individualismo suo e altrui, per forza finisca col prendere posizione contro totalitarismo e relativismo. Con “Rock ’n’ Roll” corona ora la vittoria del non impegno contro il comunismo. Non con l’opposizione attiva, ma semplicemente ignorandone la “forma mentis”.

Stoppard non disdegna la comunicazione di massa, la sua scrittura non è elitaria e ha un rapporto di lunga data con Hollywood e la televisione, quel che lui condanna sono drammi e storie apertamente didattici.

“Preferirei aver scritto Winnie the Pooh piuttosto che l’opera completa di Brecht”, dichiara Stoppard, ora Sir, provocatoriamente “disimpegnato” ma le cui commedie dell’assurdo con le loro certezze morali contro la relatività occidentale e a favore dell’“individualismo anarchico borghese” sono mine contro il totalitarismo. Cosa che però il pubblico a stento nota, soffocato dalle risate. L’“assurdismo” è di destra in quanto in esso niente può essere cambiato, mentre per Brecht l’uomo “è mutabile e passibile di mutamento”. “Io sono un conservatore con la c minuscola. Lo sono in politica, letteratura, istruzione e teatro”. Anche se in realtà lui e il suo teatro sono al di là dei partiti. “Tutte le azioni politiche hanno un fondamento morale e senza questo non hanno significato. Tuttavia non ci sarebbero dilemmi morali se i principi morali funzionassero per linee rette e non si incrociassero mai”. “L’etica dello stato deve essere giudicata in base all’etica fondamentale dell’individuo”, questo è il principio base del suo credo. Quel che sta a cuore a Stoppard sono moralità e onore nonostante egli dichiari “il coraggio della sua mancanza di certezze”. Si descrive “un intellettuale offeso dalla mancanza di ragione e un moralista offeso dal relativismo”. Entrambi questi elementi in Stoppard sono in costante e farsesca contesa come lo sono le sue due principali influenze letterarie. “Ci sono certe cose nell’inglese che mi fanno sentire come un diabetico quando riceve l’insulina. “Prufrock” (di TS Eliot) e Beckett sono siringhe gemelle della mia dieta, del mio sistema arterioso”.

Nel 1968 diceva “Non ardo per nessuna causa, non posso dire di scrivere con alcun obiettivo politico” “Tendo a reagire male contro le grandi richieste del teatro impegnato. Mi sono a lungo sentito relegato nel limbo perché quando ho iniziato a scrivere se non parlavi di Vietnam o di case popolari eri una merda. Ora però non ho nessun rimorso. L’importanza di chiamarsi Ernesto è importante, eppure non dice niente di niente”. “Il più diffuso errore tra i commediografi è che partono con l’intenzione di dire qualcosa e poi la dicono e alla fine una commedia diventa il prodotto di un’idea. Invece è quasi più vero che l’idea sia il prodotto della commedia. L’arte va distinta da altre attività umane che possono invece essere vere o false”. Fu proprio la libertà dell’artista che condusse Stoppard, per linee oblique come sempre succede, verso il dramma politico. Però, proprio come fa Vaclav Havel, il suo “gemello” o immagine speculare come è stato definito, fin dalla prima commedia usa parodia e ironia e, cogliendoci alla sprovvista ci delizia con scherzi apparentemente in contraddizione e incontri senza senso, tutti osservati da angoli improbabili.

Lo si vede fin dall’inizio in “Rosencrantz e Guildenstern sono morti” opera che fece sì che a 27 anni Stoppard, come Byron, un mattino “si svegliò famoso”. In essa accetta la sfida teatrale dell’impossibilità di mettere in scena “Amleto” senza includervi l’indeciso Lo si vede fin dall’inizio in “Rosencrantz e Guildenstern sono morti” opera che fece sì che a 27 anni Stoppard, come Byron, un mattino “si svegliò famoso”. In essa accetta la sfida teatrale dell’impossibilità di mettere in scena “Amleto” senza includervi l’indeciso principe. Stoppard fa in modo che l’“Amleto” di Shakespeare diventi la “storia nella storia” mentre gli incompetenti assassini di Amleto, questi “indifferenti figli della terra” che “saltano per aria per la mina che hanno innescato” diventano i protagonisti di una nuova versione di “Aspettando Godot” in cui la morte non è più “la consumazione di Amleto da desiderarsi con devozione” ma piuttosto il prezzo che si paga per trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e accorgendosene troppo tardi- giusto prima che cali il sipario. “Essere” in questa commedia è decisamente un “non essere” beckettiano.

Anche se Stoppard rielabora e sovverte il lavoro di altri scrittori, come “L’importanza di chiamarsi Ernesto” di Oscar Wilde nel suo “Travesties”( 1972) è comunque nemico della relatività post moderna e del culto del razionale. In questa farsa ambientata nella biblioteca pubblica di Zurigo nel 1917, intorno all’accidentale scambio di valigette tra Lenin, James Joyce e Tristan Tzara è Joyce a risultare il vero artista, quello le cui opere dureranno. Non solo perché frutto dell’“individualismo anarchico borghese”, tanto disprezzato da Lenin che era culturalmente conservatore, ma perché l’Ulisse è una suprema opera di tecnica artigianale proprio come la famosa commedia di Wilde al cui interno ruota quella di Stoppard. Che è orgoglioso di definirsi artigiano in affitto (Shakespeare in Love gli ha fruttato un Academy Award e un Oscar). E’ il suo modo di obiettare al dadaista Tristan Tzara e agli “artisti” concettuali britannici di oggi che confondono un pensiero con l’azione necessaria alla creazione dell’artefatto. La sua recente (2002) mastodontica trilogia di “Le Sponde di Utopia” tratta di questa dinamica di pensiero e azione attraverso la vita – e un cast di 70 persone – dell’emigrato russo Alexander Hertzen per cui “se non siamo capaci di organizzare la nostra felicità, è presunzione superiore perfino alla volgarità del concetto, pretendere di combinare la felicità di coloro che vengono dopo di noi” e “una fine lontana non è fine ma trappola”. Ovviamente nella diatriba Hertzen-Bakunin e nella esplorazione del radicalismo politico dell’Ottocento troviamo eco e dinamiche della seconda metà del Novecento e del pensiero del Nostro.

“Volevo scrivere un dramma teista per combattere l’arroganza dell’idea che chiunque creda in Dio sia una sorta di invalido che usa Dio come stampella”. In “Jumpers” (1974) il professore di Filosofia morale prepara una lezione che dimostri l’esistenza di Dio ma appositamente ignora il mondo vero intorno a lui in cui c’è stato un golpe radical liberale (leggi comunista) e sua moglie, depressa, riceve a letto il rettore dell’Università. E’ una famosa cantante che non riesce più a cantare canzoni romantiche dopo che gli uomini, atterrandovi, hanno dissacrato la luna. Il suo oppositore, il relativista Professore di Logica è stato ucciso da un colpo al buio mentre si esibiva nella squadra acrobatica dell’Università. E’ un’opera brillantemente erudita e sprizzante humour come entrambi i professori e i giochi filosofici intorno a cui si svolge la trama.

Altra sorpresa spuntata da angoli obliqui è il fatto che il Tom Stoppard che sembra il gentiluomo inglese per eccellenza sia in realtà Tomas Straussler nato a Zlin in Cecoslovacchia nel 1937, figlio di un dottore ebreo della Ditta di calzature Bata che, per salvarlo, nel ’39 lo mandò nella fabbrica di Singapore. Nel ’42 con l’invasione giapponese e col principio del “prima le donne e i bambini, mio padre rimase indietro mentre con mia madre e mio fratello fummo evacuati in India. Mio padre morì in mano nemica e questo è tutto” ricorda Stoppard con tipico riserbo “inglese”. In India sua madre sposò un certo Maggior Stoppard che tornò con loro in Inghilterra. “Sono arrivato qui a otto anni e non so perché né voglio particolarmente sapere perché, ma afferrai l’Inghilterra e l’Inghilterra afferrò me. Nell’arco di pochi minuti, almeno così mi sembrò, non ebbi più nessuna sensazione di essere in terra aliena e i miei sentimenti, la mia empatia con il paesaggio inglese, l’architettura inglese, il carattere inglese, tutto questo, proprio tutto, è semplicemente diventato sempre più forte. Non appena sbarcai in Inghilterra seppi di aver trovato una patria. E ne abbracciai lingua e letteratura”.

Dopo un totale fallimento accademico nella scuola privata elitaria a cui era stato mandato, a 17 anni Tom lasciò gli studi per fare il giornalista del Bristol Evening News. Quello che lo rese un drammaturgo fu vedere “Aspettando Godot”, “Guarda indietro con rabbia” e ammirare Peter O’Toole in “Amleto”.

Fu il liberalismo inglese e non il nazionalismo ceco a spingerlo a scrivere contro il blocco sovietico. Nel 1977 Stoppard andò in Unione Sovietica con Amnesty International e la dogana sovietica gli confiscò le petizioni con le firme dei dissidenti. A Praga incontrò Havel, promotore della Carta 77 appena uscito di prigione per “aver tentato di danneggiare il nome dello stato all’estero” a cui dedicò il dramma televisivo “Fallo Professionale”, scritto per Amnesty International. In esso la Cecoslovacchia vince una partita internazionale di calcio grazie a un “fallo professionale” ma lo stesso fanno i professori di Filosofia inglesi in visita, che stanno contrabbandando la tesi di un ex studente sull’“importanza dell’individuo”. Il teatro di assurdità domestiche serve a sottolineare le assurdità del totalitarismo. Dopo l’incontro con il dissidente ceco Victor Fainburg, confinato per cinque anni in una clinica psichiatrica per aver protestato contro la “normalizzazione”, nel 1977 Stoppard in collaborazione con la London Symphony Orchestra di André Previn scrisse “Ogni bravo ragazzo merita un favore”. In essa si parla di un uomo sano confinato in un manicomio e che pensa di avere in testa un’orchestra che suona, simbolo delle istituzioni liberali la cui fragile esistenza può continuare solo finché lui le immagina. L’opera assicurò il rilascio e l’asilo in occidente del dissidente sovietico Bukovsky.

Nel 1979, ispirato da Pavel Kohout, anch’egli di Zlin, che per evitare la censura metteva in scena recite nei salotti privati, Stoppard scrisse “Il Macbeth di Cahoot” in cui il poliziotto segreto che fa l’irruzione dice: “Quel che a noi non piace è un sacco di gente che si comporta sfrontatamente e sostiene di essere solo Giulio Cesare o Coriolano o Macbeth. Altrimenti cominceremo a trattarli allo stesso modo in cui trattiamo quelli che si credono Napoleone”.

Nel 1984 scrive “Quadrare il Cerchio” sottolineando come Solidarnosx in Polonia fosse un “tentativo di mettere insieme due idee che non si combinano e cioè l’idea di libertà come è concepita nell’Occidente e l’idea del socialismo dell’impero sovietico”.

Nella dedica a Havel, Stoppard scrisse “Ho in mente non i Cartisti ma l’autore. E’ al fratello scrittore che con ammirazione dedico “Fallo professionale”. L’ironia che Havel sia poi divenuto Capo di stato non sfuggì certo a Stoppard e l’immagine speculare che Ken Tynan dice che i due fossero, è l’argomento del suo ultimo enorme successo londinese, “Rock ’n’ Roll”. Alla cui prima, non a caso seduti accanto c’erano proprio Havel e Jagger.

Quando Stoppard elogia Havel per il fascino su di lui esercitato dal linguaggio, le assurdità riscattate dal puro nonsenso grazie alla logica interna e la giocosità con cui scrive, “la totale mancanza di petulanza e livore” pare in realtà che descriva se stesso. E queste non sono le sole somiglianze. Havel ha solo nove mesi più di lui, entrambi sono stati espropriati – Havel della sua eredità dai comunisti, Stoppard delle sue radici ceche da Hitler, che inoltre mandò alle camere a gas tutti e quattro i suoi nonni. La prima opera di entrambi fu prodotta nel 1963 e nessuno dei due ha frequentato l’Università. A entrambi piaceva la musica rock: a Havel The Plastic People of the Universe (messi in galera per nichilismo e decadenza) e Stoppard è amico di Mick Jagger e tutte le sue opere sono punteggiate da musica popolare. Steve Barrett dei Pink Floyd è il grande dio guida Pan di Rock ’n’ Roll. Entrambi all’inizio della carriera dichiararono poco interesse nella politica ma furono sempre profondamente attenti alle ambiguità morali e alle contraddizioni della propria società. Quando Stoppard lesse “Festa in Giardino” di Havel disse che l’avrebbe scritta proprio così se si fosse trovato in quella situazione.

In “Rock ‘n’ Roll” Stoppard alias Jan indaga su che cosa sarebbe successo se lui, già scolaretto inglese, fosse tornato con sua madre a Zlin nel 1948. Tuttavia non è una mera biografia parallela e impagabili sono momenti come la polemica tra Milan Kundera e Havel sul firmare o meno petizioni per l’amnistia ai prigionieri politici, cosa che Kundera rifiutò di fare. La firma o la non firma è “esibizionismo morale”? Punto fondamentale di partenza sono gli scritti e le lettere di Havel ad altri intellettuali dubbiosi, tra la Primavera di Praga e la Rivoluzione di Velluto. La chiave della pièce sta nel punto in cui Havel collega la Carta 77 e i Plastic People of the Universe, complesso rock che prende il nome da una canzone di Frank Zappa.

Il regime comunista poteva trattare con gli eretici – l’opposizione ufficiale- ma non sapeva come comportarsi nei confronti di un gruppo rock a cui non importava di far cadere il comunismo; quel che loro volevano era solo farsi i fatti propri. Questa libertà artistica e non conformità era inimmaginabile per il regime di Husack e più ancora dei dissidenti, furono i Plastic People a infliggere al sistema comunista totalitario il tracollo psicologicoil panico- che finì col produrre il magico momento in cui il Presidente Havel invitò i Rolling Stones a cantare nel Palazzo presidenziale. “E’ solo rock’n roll ma mi piace”.

Stoppard spiega il legame tra “politica, rock ’n’ roll e la vita stessa” così: “Milan Hlavsa formò i Plastic People of the Universe nel settembre del 1968 quando aveva 19 anni. Il fatto che in agosto fosse avvenuta l’invasione russa della Cecoslovacchia non era immediatamente rilevante: “semplicemente ci piaceva il rock’n roll e volevamo essere famosi…il rock ‘n roll per noi non era soltanto musica, era una specie di vita di per sé”. Il complesso non era interessato a far cadere il comunismo ma solo a trovare un spazio per sé nella società comunista.

Ovviamente però non c’era uno spazio simile e la storia che “Rock ‘n Roll” ci racconta è che, nella logica del comunismo, quello che al gruppo non interessava e quel che il gruppo voleva non poté alla fine restare separato. I Plastic erano tra i pochi artisti e musicisti decisamente non disposti al compromesso, quindi lo spazio per la loro musica e per “la vita stessa” divenne sempre più difficile da trovare fino a quando fu eliminato. Quel che davvero non poté essere separato sono il disimpegno e la dissidenza. Nella recita Jan racconta a un giornalista inglese “In realtà la vicenda dei Plastic non è una storia di dissidenti”. Il reporter risponde “Dammi retta, lo è”. E ha ragione. Il rock ‘n’ roll sotterraneo, come disse Jirous (l’intellettuale che li presentò a Havel) era un attacco alla cultura ufficiale della Cecoslovacchia comunista e il regime lo spedì quattro volte in carcere durante quei vent’anni: la cultura è politica.

In “Rock ‘n’ Roll” Max, filosofo marxista di Cambridge dice di aver ora una sola ferma convinzione e cioè che teoria e pratica siano quasi combacianti, “non perfettamente, ma quasi”. L’equivalente di teoria e pratica non è in nessun luogo più difficile da raggiungere che nel “vivere la verità” in una società che mente a se stessa. Nella Cecoslovacchia del periodo 1968- 1990 un complesso di rock ‘n’ roll ci si avvicinò più di chiunque altro.

Jirous vedeva le loro traversie come un invidiabile destino rispetto agli “underground” occidentali. “In Boemia la situazione è del tutto diversa perché viviamo in un’atmosfera di accordo totale: la cultura ufficiale non ci vuole e noi non vogliamo aver niente a che fare con loro. Il che elimina la tentazione che anche per l’artista più motivato è il seme della distruzione: desiderio di riconoscimento, successo, premi, titoli e, last but not least, la sicurezza che ne segue.

Ora sono il comunismo e i suoi Polibturo a sembrare assurdi e non il rock ‘n’ roll e i suoi Plastic People.

 

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