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da Liberal
del 10 Dicembre 2011 (in ritardo)

Uscita di sicurezza dall’Apocalisse

di Vito Punzi
 

Fino a qualche tempo fa sarebbe stato difficile crederci, ma da qualche anno a questa parte c'è in Italia un fiorire e rifiorire di pubblicazioni di opere di Hermann Broch. Tra queste non può sfuggire la nuova edizione del saggio dedicato dall'austriaco al poeta Hugo von Hofmannsthal (Adelphi, trad. di Ada Vigliani). Scritto negli anni 1947-'48, questo studio possiede forti tratti autobiografici e rappresenta un compendio di tutti i temi affrontati da Broch fin dai primi saggi: lo stile, il Kitsch, il mito, il romanzo, la critica alle correnti culturali, l'opera lirica, ecc.

Fin dalla giovane età Broch, da austriaco contemporaneo di grandi personalità vissute a cavallo di secolo, ha avuto la piena consapevolezza di vivere la fase finale della cultura occidentale. Stretta nella morsa costituita dalla critica ai valori tradizionali (Nietzsche), dalla relatività delle convenzioni smascherate (Freud), dalla messa in discussione delle percezioni dell'io (Mach) e dalla profezia sul crollo della società borghese e di classe (Marx) essa stava subendo a cavallo tra XIX e XX secolo una disgregazione che ai più sembrava essere irreversibile. «Che questa civiltà corra incontro alla propria fine - scriveva lo stesso Broch nel 1909 - è provato dal suo senile perdersi in ciance. Il lezzo che emana nel suo morire si chiama cultura. La nostra cultura consiste nella capacità di parlare d'arte… L'arte è diventata un delicato purè, e quando dicono arte intendono scucchiaiarsi ben bene quel purè».

Nei suoi scritti d'inizio secolo non mancarono certo i toni apocalittici (vedi l'immagine della metropoli-manicomio per rappresentare la fase terminale della civiltà), e quei toni ritornano nel saggio su Hofmannsthal e vengono, se possibile, accentuati: «L'atmosfera apocalittica incombeva su tutto il mondo, con più frenesia in Germania, mentre quasi impalpabile era nell'epicentro del tramonto, ovvero in Austria, giacché a regnare nell'occhio del ciclone è sempre il vuoto, e il silenzio che l'accompagna». Tuttavia, altrettanto importante quanto l'analisi dei tempi ultimi era il lavoro per un loro superamento. Per Broch la morte è «colei che ci ridesta», dunque rappresenta un motivo d'incitamento alla creazione di una nuova cultura.

Come ben sottolineato da Michael Lützeler nella Postfazione ai saggi dedicati a Hofmannsthal, «la cultura in Broch non attiene, a differenza che in Freud, alla sublimazione delle pulsioni, ma a qualcosa di più fondamentale, di più intimamente legato all'esistenza: è la ribellione della vita contro la morte. All'assoluto della morte l'uomo si oppone con l'assoluto della cultura ». Il perché Broch abbia preso l'opera di Hofmannsthal come punto di riferimento per la sua critica alla cultura decadente è presto detto: il poeta e drammaturgo era il «simbolo di un'Austria in via d'estinzione», incapace come fu di sfuggire alle correnti dominanti del suo tempo. Altri ci provarono, e una particolare stima Broch la coltivò in questo senso verso artisti come Van Gogh, Baudelaire, Cézanne, Schiele, ma soprattutto verso Karl Kraus. Non a caso nel grande commediografo, giornalista e autore satirico (memorabili i suoi attacchi dalla rivista Die Fackel contro l'ipocrisia morale e intellettuale, la psicoanalisi, la corruzione dell'impero degli Asburgo e contro il nazionalismo del movimento pangermanico) vide l'antipode di Hofmannsthal. La sua aggressività, la forte tensione morale della sua scrittura, la sua «arte etica» hanno fatto sì che Broch paragonasse la sua impresa addirittura a quella dei «profeti dell'Antico Testamento». L'ex imprenditore tessile, mosso da speranza e teso ancora una volta a cercare un superamento della decadenza, era convinto che Kraus, con la sua volontà di far piazza pulita di idoli e dogmi, avesse contribuito ad «aprire la via verso un nuovo atteggiamento religioso dell'umanità».

L'anziano Broch esule negli Usa ripensava dunque ai suoi anni di gioventù con la certezza più che mai viva che «lo sviluppo dell'arte serve sempre anche il progresso etico e contribuisce alla speranza mistica che tale progresso esiste realmente». Viene in mente il «lamento funebre», in realtà tutt'altro che disperato, affidato a un coro di donne, con cui si conclude un suo poco noto testo teatrale, L'espiazione (1934): «Noi, voci del futuro, portiamo le stelle,/ invochiamo la lontananza più infinita,/ invochiamo l'unità che ci è stata donata…/ oh, vi si riveli del divino l'amorevole via…».

 

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