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da Il Foglio
del 6 Febbraio 2012 Tratto da The world America made, di Robert Kagan, Copyright © 2012 by Robert Kagan. Reprinted by permission of Alfred A. Knopf, a division of Random House, Inc. Published by Arrangement with Roberto Santachiara Agenzia Letteraria. (Traduzione di Aldo Piccato) Il declino americano |
Robert Kagan è un saggista neoconservatore, esperto di relazioni internazionali. Ha fondato, insieme a Bill Kristol, il think tank Project for the New American Century. Attualmente ai think tank Brookings Institution e Foreign Policy Initiative, è opinionista del Washington Post, collaboratore dei settimanali Weekly Standard e New Republic ed è stato incluso nella lista dei consiglieri di politica estera del candidato repubblicano Mitt Romney. Il Foglio è stato il primo quotidiano italiano a tradurre parti del suo saggio Paradiso e potere, America ed Europa nel nuovo ordine mondiale (Mondadori, 2003). I - Gli Stati Uniti sono in declino, come oggi molti sembrano credere? Oppure gli americani stanno rischiando di commettere un suicidio preventivo per l’errato timore di un inesorabile declino? Molte cose dipendono dalla risposta che si dà a queste domande. L’attuale ordine mondiale (caratterizzato da un numero altissimo di nazioni democratiche; da una notevole prosperità globale, anche nell’attuale momento di crisi; e da una lunga pace tra le grandi potenze) riflette i principii e i valori americani, ed è stato creato e mantenuto dalla potenza americana sul piano politico, economico e militare. Se la potenza americana declina, è destinato a declinare anche l’attuale ordine mondiale. Il suo posto sarà preso da un altro tipo di ordine mondiale, che sarà il riflesso dei desideri e delle qualità di altre potenze mondiali. La tesi secondo la quale, anche a fronte di una diminuzione della potenza americana, “le fondamenta essenziali dell’ordine internazionale liberale continueranno a sopravvivere e prosperare”, come ha sostenuto il politologo G. John Ikenberry, non è altro che una piacevole illusione. Il declino americano, se è autentico, avrà come conseguenza la nascita di un mondo diverso, per ciascuno di noi. Ma è davvero autentico? Gran parte delle valutazioni che oggi vengono espresse si basano su analisi piuttosto sommarie e generiche, sulla diffusa impressione che gli Stati Uniti abbiano smarrito la propria strada, che abbiano perduto le qualità che ne avevano garantito il successo in passato, e che non abbiano più la capacità e la volontà di affrontare i problemi. Gli americani osservano le nazioni che oggi possiedono un’economia più fiorente della loro e che sono caratterizzate da quello che un tempo era il tipico dinamismo americano, e proclamano sconsolatamente, come nel titolo dell’ultimo libro di Thomas Friedman, che “una volta eravamo noi a essere così”. Questa impressione di un declino in atto è certamente comprensibile, oggi, data la grave situazione economica in cui siamo precipitati a cominciare dal 2008 e l’altrettanto grave deficit fiscale in cui si trova il nostro paese, cosa che, in congiunzione con la continua crescita economica della Cina, dell’India, del Brasile, della Turchia e di altri paesi, sembra indicare un radicale e irreversibile mutamento negli equilibri mondiali. Parte del pessimismo è dovuto anche alla convinzione che gli Stati Uniti abbiano perduto il loro credito in gran parte del mondo, e quindi anche l’influenza, a causa del modo in cui hanno reagito agli attacchi dell’11 settembre. Il centro di detenzione di Guantanamo, l’uso della tortura sui sospetti di terrorismo, e l’invasione quasi unanimemente disapprovata dell’Iraq, nel 2003, hanno frantumato il carisma dell’America e incrinato il suo soft power, vale a dire la sua capacità di convincere altri paesi a condividere la posizione americana. Inoltre le due difficili guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq, secondo molti hanno messo a nudo i limiti della potenza militare americana, hanno costretto gli Stati Uniti a spingersi oltre le loro possibilità e indebolito il cuore stesso della nazione. Alcuni paragonano gli Stati Uniti all’impero britannico alla fine del Diciannovesimo secolo, con le guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq nel ruolo della umiliante guerra dei Boeri. Questa diffusa impressione di un declino americano è ulteriormente rafforzata da qualsiasi nuovo insuccesso degli Stati Uniti sul palcoscenico mondiale. Gli arabi e gli israeliani si rifiutano di fare la pace, malgrado le forti pressioni della Casa Bianca. L’Iran e la Corea del nord continuano a non ascoltare le richieste americane di una cessazione dei programmi di armamento nucleare. La Cina si rifiuta di aumentare il valore della sua moneta. Il fermento che agita il mondo arabo sfugge al controllo americano. Ogni giorno, a quanto sembra, emergono nuove prove del fatto che ormai il tempo in cui gli Stati Uniti guidavano il mondo e imponevano la propria volontà agli altri paesi è definitivamente passato. Malgrado la diffusa impressione che sia inesorabile, è necessario esaminare con maggiore attenzione questo presunto declino. Misurare i mutamenti nella potenza relativa di una nazione è piuttosto difficile, ma ci sono alcuni fattori essenziali di cui tenere conto: le dimensioni e l’influenza dell’economia degli Stati Uniti in confronto a quella degli altri paesi; la consistenza della forza militare americana in confronto a quella dei possibili avversari; il grado dell’influenza politica esercitata sul sistema internazionale – fattori che, nel loro insieme, costituiscono ciò che i cinesi chiamano “potenza nazionale complessiva”. C’è poi la questione del tempo. I giudizi fondati sulla base delle indicazioni di pochi anni non sono affidabili. Il declino di una grande potenza è il risultato di profondi cambiamenti negli equilibri internazionali, che normalmente richiedono un lungo periodo di tempo per concretizzarsi. Accade solo raramente che le grandi potenze declinino in modo improvviso. Una guerra le può mettere a terra, ma di solito non è che il sintomo, e l’apice, di un ben più lungo processo. Il declino dell’impero britannico, per esempio, si è protratto per molti decenni. Nel 1870, la Gran Bretagna deteneva il 30 per cento della produzione manifatturiera mondiale. Nel 1900, il 20 per cento. Nel 1910, meno del 15 per cento – una cifra inferiore a quella degli Stati Uniti, allora in forte ascesa, che, nello stesso periodo di tempo, avevano avuto un incremento dal 20 al 25 per cento, e inferiore anche a quella della Germania, che per tutto il Diciannovesimo secolo era rimasta nettamente dietro alla Gran Bretagna, ma nel primo decennio del Ventesimo secolo era riuscita a recuperare terreno e anzi a superarla. Sempre in questo periodo, la marina britannica perse il predominio assoluto dei mari e fu costretta a condividere il controllo delle vie marittime con nuove potenze navali. Nel 1883, la Gran Bretagna possedeva più navi da guerra di quante ne possedevano tutte le altre potenze messe insieme. Nel 1897, non era più così: gli ufficiali britannici consideravano la loro flotta “completamente surclassata” dagli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, dal Giappone in Asia orientale, e, nel loro territorio geografico, dalla Russia e dalla Francia – e non si era ancora profilata la minaccia della marina tedesca. Si trattava di precisi e inequivocabili segni di declino in due ambiti fondamentali, prodottisi nel corso di circa mezzo secolo. Le ragioni addotte per il relativo declino americano risulterebbero certamente più convincenti se non fossero state addotte all’indomani e sull’onda della crisi finanziaria del 2008. Proprio come una rondine non fa primavera, una recessione, anche se particolarmente grave, non significa necessariamente l’inizio della fine per una grande potenza. Gli Stati Uniti hanno subìto profonde e prolungate crisi negli anni Novanta dell’Ottocento, negli anni Trenta e negli anni Settanta del Ventesimo secolo. In tutti questi casi, hanno saputo superarle uscendone rafforzati rispetto alle altre potenze mondiali. Gli anni Dieci del Novecento, così come gli anni Quaranta e gli anni Ottanta hanno infatti rappresentato momenti di elevata potenza e influenza globale dell’America. Meno di un decennio fa, la maggior parte degli osservatori parlava non del declino ma del perdurante predominio dell’America. Nel 2002, lo storico Paul Kennedy, che alla fine degli anni Ottanta aveva scritto un controverso libro sulla “ascesa e caduta delle grandi potenze”, America compresa, dichiarò che mai prima nella storia si era avuta una “disparità di potenza” paragonabile a quella che separava gli Stati Uniti dal resto del mondo. Ikenberry, in modo analogo, sosteneva che “nessun’altra grande potenza” aveva mai goduto di “così formidabili vantaggi nel campo militare, economico, tecnologico, culturale e politico” e che “il predominio della potenza americana era senza precedenti”. Nel 2004, Fareed Zakaria affermava che gli Stati Uniti potevano contare su una “uni-polarità complessiva” quale non si era mai più vista fin dai tempi dell’antica Roma. Ma appena quattro anni più tardi, Zakaria parlava del “mondo postamericano” e della “ascesa del resto del mondo”, mentre Kennedy aveva ripreso a sostenere l’inevitabilità del declino americano. I presupposti essenziali della potenza americana erano dunque così radicalmente mutati nel giro di appena quattro anni? La risposta è no. Cominciamo dai fattori primari. In termini economici, anche tenendo conto dell’attuale fase di recessione, la posizione dell’America nel mondo non è cambiata. La sua fetta del pil mondiale è rimasta sostanzialmente immutata, non solo in quest’ultimo decennio ma per tutti gli ultimi quarant’anni. Nel 1969, gli Stati Uniti detenevano circa un quarto della produzione economica globale. Oggi ne detengono ancora la stessa porzione, e rimangono non solo la più grande ma anche la più ricca economia del mondo. La gente è giustamente sbalordita dall’ascesa della Cina, dell’India e di altre nazioni asiatiche, ma questo incremento si è prodotto quasi interamente a danno dell’Europa e del Giappone, che già da tempo stanno perdendo posizioni sul terreno economico globale. Le previsioni più ottimistiche sullo sviluppo della Cina prevedono che questo paese supererà gli Stati Uniti come più vasta economia del mondo entro i prossimi due decenni. Questo potrebbe significare che gli Stati Uniti dovranno affrontare nel prossimo futuro sfide sempre più aggressive alla loro posizione economica. Ma le semplici dimensioni dell’economia non sono un segno affidabile della potenza complessiva esercitata all’interno del sistema internazionale. Se fosse così, allora la Cina dell’inizio del Diciannovesimo secolo, che a quel tempo era la più grande economia del mondo, avrebbe dovuto essere la potenza predominante anziché la vittima umiliata delle ben più piccole nazioni europee. Anche se la Cina dovesse riuscire a raggiungere nuovamente questo risultato (e i leader cinesi devono affrontare difficili ostacoli per mantenere costante la crescita del paese), rimarrebbe comunque nettamente indietro rispetto agli Stati Uniti e all’Europa in termini di pil pro capite. Anche la potenza militare ha grande importanza, come dovette imparare la Cina dell’inizio del Diciannovesimo secolo e come i leader cinesi oggi sanno perfettamente. Come ha recentemente osservato Yan Xuetong, “la forza militare è il presupposto dell’egemonia”. In questo campo gli Stati Uniti continuano a non avere rivali. Sono di gran lunga la nazione più potente che il mondo abbia mai conosciuto, e non si è avuto alcun tipo di declino nella sua capacità militare, o almeno non ancora. Attualmente l’America spende 600 miliardi di dollari all’anno per la difesa, ossia una cifra superiore a quella delle altre grandi potenze messe insieme (questa cifra non include le spese per le truppe dislocate in Iraq, che stanno per terminare, o per le forze schierate in Afghanistan, le quali pure sono destinate a diminuire nel corso dei prossimi due anni). Inoltre, sta spendendo un po’ meno del 4 per cento del proprio pil annuale – una percentuale superiore a quella delle altre grandi potenze, ma comunque inferiore al 10 per cento del pil che gli Stati Uniti spendevano per la difesa alla metà degli anni Cinquanta e al 7 per cento alla fine degli anni Ottanta. Queste cifre rischiano di far sottovalutare l’attuale superiorità militare dell’America. Le forze di terra e di aria americane sono equipaggiate con gli armamenti più avanzati e sono le più esperte in termini di combattimento sul campo. Sarebbero in grado di sconfiggere qualsiasi avversario in uno scontro aperto. La potenza navale americana rimane la più forte in qualsiasi regione del mondo. Grazie a questi standard economici e militari, gli Stati Uniti di oggi non assomigliano neanche lontanamente alla Gran Bretagna del 1900, quando il declino dell’impero iniziò ad apparire in modo inequivocabile. Ricordano piuttosto la Gran Bretagna del 1870, quando l’impero era al culmine della propria potenza. È perfettamente possibile immaginarsi un tempo in cui non sarà più così, ma questo momento non è ancora arrivato. Che dire invece della “ascesa del resto del mondo”, del crescente slancio economico di paesi come la Cina, l’India, il Brasile e la Turchia? Questo non ha decisive conseguenze per la potenza e l’influenza dell’America? La risposta è: dipende. Il fatto che altre nazioni stanno vivendo un periodo di grande crescita non significa necessariamente che la posizione dell’America come potenza dominante stia declinando, o persino che il “resto” stia raggiungendola in termini di potere e influenza. Nel 1990 il Brasile deteneva poco più del 2 per cento del pil globale, e oggi la percentuale appare ancora la stessa; e lo stesso vale per la Turchia, che nel 1990 deteneva poco meno dell’1 per cento del pil globale e oggi rimane ancora attestata sulla stessa cifra. La gente, e in particolare gli uomini d’affari, è naturalmente entusiasta di questi mercati emergenti, ma il fatto che una nazione rappresenti un’attraente opportunità di investimento non significa necessariamente che sia una grande potenza in ascesa. La ricchezza conta nella politica internazionale, ma non c’è una correlazione diretta tra la crescita economica e l’influenza internazionale. Non è affatto scontato che l’India di oggi, nettamente più ricca, eserciti maggiore influenza sul palcoscenico internazionale di quella che esercitava negli anni Cinquanta sotto la guida di Nehru, quando era il paese leader del Movimento dei non-allineati, o che la Turchia, malgrado il dinamico slancio del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, abbia maggiore influenza rispetto a una decina di anni fa. Quanto agli effetti della crescita di queste economie sulla posizione degli Stati Uniti, tutto dipende da chi sta effettivamente crescendo. All’inizio del Ventesimo secolo il grande problema dell’impero britannico non era il suo sostanziale declino rispetto agli Stati Uniti, una potenza amica i cui interessi non erano in conflitto con quelli britannici. Persino nell’emisfero occidentale, il volume del commercio britannico ebbe un incremento proprio in concomitanza con la conquista del predominio da parte degli Stati Uniti. Il vero problema era il declino della Gran Bretagna rispetto alla Germania, che aspirava alla supremazia sul continente europeo e cercava di competere con l’impero britannico per il dominio dei mari, e rappresentava così una grave minaccia per la sua sicurezza. Nel caso degli Stati Uniti, la stupefacente e rapida ascesa dell’economia tedesca e giapponese durante la Guerra fredda determinò una riduzione del predominio americano nel mondo ben più netta di quella provocata dalla recente “ascesa del resto del mondo”. La fetta americana del pil mondiale, che arrivava a quasi il 50 per cento alla fine della Seconda guerra mondiale, scese al 25 per cento all’inizio degli anni Settanta. Ma questo non ha indebolito gli Stati Uniti. Anzi, li ha rafforzati. La Germania e il Giappone erano, e sono, paesi democratici strettamente alleati, veri e propri pilastri dell’ordine mondiale americano. La crescita delle loro economie ha contribuito decisivamente a mettere in difficoltà il blocco sovietico e a determinarne il crollo finale. Oggi, quando si valuta l’impatto della crescente forza economica di altre nazioni, bisogna fare gli stessi tipi di calcoli. La crescita dell’economia brasiliana o di quella indiana riduce davvero la potenza globale americana? Si tratta, in entrambi i casi, di nazioni amiche; e l’India, in particolare, rappresenta un fondamentale partner strategico degli Stati Uniti. Se, come appare probabile, il futuro rivale dell’America sarà la Cina, un’India più ricca e potente rappresenterà un vantaggio, e non un problema, per gli Stati Uniti. Nel complesso, il fatto che il Brasile, l’India, la Turchia e il Sudafrica stiano vivendo una fase di crescita economica, risulta o indifferente alla posizione strategica dell’America o, addirittura, vantaggioso. Al momento attuale, soltanto la crescita dell’economia cinese potrebbe avere conseguenze concrete per la potenza americana, ma soltanto nella misura in cui i cinesi sapranno tradurre questo sviluppo economico in termini di forza militare. II - Se è vero che gli Stati Uniti non stanno subendo un declino della propria potenza, non è forse altrettanto vero che la loro influenza si è ridotta e che risulta sempre più difficile imporre la volontà americana al mondo? L’impressione quasi unanime è che gli Stati Uniti abbiano effettivamente perduto parte della propria influenza. Quale che sia la spiegazione corretta (il declino americano, la “ascesa del resto del mondo”, l’apparente fallimento del modello capitalista americano, la natura disfunzionale della politica americana, la crescente complessità del sistema internazionale), c’è la diffusa convinzione che gli Stati Uniti non siano più in grado di plasmare il pianeta in conformità ai propri interessi e ideali, come facevano un tempo. Ogni giorno sembra fornire nuove conferme, con vicende che sembrano andare contro gli interessi americani e sfuggire al loro controllo. E, naturalmente, è del tutto vero che gli Stati Uniti non sono in grado di ottenere sempre ciò che vogliono. Ma, in realtà, non sono mai stati in grado di ottenerlo. In gran parte, le attuali impressioni su un declino dell’influenza americana si fondano su una nostalgica illusione: ossia che ci fu un tempo in cui l’America poteva plasmare il mondo a suo piacimento, convincere le altre nazioni a fare ciò che desiderava e, come ha detto il politologo Stephen M. Walt, “gestire la politica, l’economia e la sicurezza per quasi l’intero globo”. Se vogliamo valutare con precisione l’attuale posizione dell’America, è importante rendersi conto che quest’immagine del passato americano è una semplice illusione. Non è mai esistita un’America così. Abbiamo l’abitudine di pensare ai primi anni della Guerra fredda come a un periodo di assoluto predominio globale americano. Ma non era affatto così. Gli Stati Uniti hanno ottenuto risultati eccezionali in quel periodo: il piano Marshall, l’alleanza Nato, l’Onu, il sistema economico di Bretton Woods. Tuttavia, a ogni grande impresa compiuta in quegli anni, corrispose un altrettanto grave insuccesso. Durante gli anni della presidenza Truman si ebbe, nel 1949, il trionfo della rivoluzione comunista in Cina, ritenuto un autentico disastro per gli interessi americani nella regione, e che effettivamente ci costò alquanto caro, se non altro perché contribuì in modo decisivo a spingere la Corea del nord ad attaccare la Corea del sud nel 1950. Ma come concluse Dean Acheson, “il minaccioso esito della guerra civile in Cina andava oltre le possibilità di controllo degli Stati Uniti”, essendo il frutto di “forze che il nostro paese ha cercato invano di influenzare”. Un anno dopo ci fu l’inaspettato attacco della Corea del nord contro la Corea del sud e il conseguente intervento americano che, dopo aver causato oltre 35.000 morti e quasi 100.000 feriti tra le forze americane, si concluse lasciando la situazione quasi esattamente uguale a quella precedente lo scoppio della guerra. Nel 1949 avvenne poi la cosa forse più grave di tutte: l’acquisizione della bomba atomica da parte dell’Unione sovietica e la fine del monopolio nucleare, sul quale si era fino ad allora fondata l’intera strategia militare americana. Un anno dopo fu pubblicato l’NSC-68, il famoso documento strategico che richiamava l’attenzione sul crescente divario che si era aperto tra la forza militare americana e i suoi impegni strategici globali. Se tale tendenza si fosse mantenuta, il risultato sarebbe stato “un grave declino della forza del mondo libero rispetto a quella dell’Unione sovietica e dei suoi satelliti”. La “integrità e la vitalità del nostro sistema”, continuava il documento, erano “minacciate come mai prima in tutta la nostra storia”. Douglas MacArthur, parlando alla Convention nazionale repubblicana del 1952, lamentò “l’allarmante mutamento nell’equilibrio mondiale delle forze”, “il peso crescente dei nostri impegni fiscali”, la crescente potenza dell’Unione sovietica e “il nostro relativo declino”. Nel 1957, la Gaither Commission riferì che l’economia russa stava crescendo a un ritmo nettamente più rapido rispetto a quella degli Stati Uniti e che nel giro di appena due anni la Russia sarebbe stata in grado di colpire il suolo americano con un centinaio di missili balistici, cosa che spinse Sam Rayburn, allora presidente della Camera, a fare la seguente domanda: “A cosa servono una solida economia e un bilancio equilibrato se perdiamo la nostra indipendenza nazionale e il rublo diventa la nuova moneta del paese?”. Allo stesso modo, gli Stati Uniti non sono sempre stati in grado di convincere gli altri paesi, e persino i loro più stretti alleati, a fare come dicevano loro. Nel 1949, Acheson cercò invano di impedire che gli alleati europei, Inghilterra compresa, riconoscessero la Cina comunista. Nel 1954, l’Amministrazione Eisenhower non riuscì a imporre la sua posizione alla Conferenza di Ginevra sul Vietnam e si rifiutò di firmare gli accordi finali. Due anni dopo cercò, di nuovo invano, di impedire che gli inglesi, i francesi e gli israeliani invadessero l’Egitto per la chiusura del Canale di Suez. Quando gli Stati Uniti si scontrarono con la Cina per la questione delle isole di Quemoy e Matsu, l’Amministrazione Eisenhower non riuscì a ottenere l’appoggio degli alleati europei, cosa che fece temere a John Foster Dulles che la Nato stesse per “frantumarsi”. Alla fine degli anni Cinquanta Mao era convinto che gli Stati Uniti fossero una superpotenza in declino, “timorosa di assumere nuovi impegni nel Terzo mondo e sempre più incapace di mantenere la supremazia sui paesi capitalisti”. Che dire poi del soft power americano? Non è forse vero, come ha sostenuto il politologo Joseph S. Nye Jr., che gli Stati Uniti un tempo riuscivano a “ottenere ciò che desideravano nel mondo” grazie ai “valori espressi” dalla cultura americana e trasmessi dalla televisione, dal cinema e dalla musica, così come grazie al fascino della politica interna ed estera americana? Erano proprio questi elementi di soft power che spingevano le popolazioni di tutto il mondo a seguire il modello degli Stati Uniti e ad “ammirare i loro valori, imitandone l’esempio e aspirando a raggiungere il loro livello di prosperità e apertura”. Ma, ancora una volta, la concreta realtà storica appare ben più complessa. Durante i primi decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, buona parte del mondo non ammirava gli Stati Uniti né intendeva seguirne il modello, e non era affatto soddisfatta del modo in cui conducevano gli affari internazionali. Certo, i media americani diffondevano la cultura americana, ma trasmettevano un’immagine che non era sempre lusinghiera. Negli anni Cinquanta il mondo poteva vedere alla televisione le immagini di Joseph McCarthy e della caccia ai comunisti nel dipartimento di stato e a Hollywood. I film americani raffiguravano il soffocante conformismo capitalista della nuova cultura delle corporation americane. I romanzi di maggior successo, come The Ugly American, descrivevano crudamente la villania e la volgarità americana. Ci furono poi gli scontri per la segregazione negli anni Cinquanta e Sessanta, le immagini, viste in tutto il mondo, dei bianchi che sputavano contro gli studenti neri e della polizia che lanciava i cani contro i dimostranti neri. Il razzismo dell’America, come temeva Dulles, rischiava praticamente di “rovinare” l’immagine internazionale dell’America, soprattutto nel cosiddetto Terzo mondo. Alla fine degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta ci furono le rivolte di Watts, gli assassinii di Martin Luther King Jr. e di Robert Kennedy, i morti alla Kent State University e infine lo scandalo Watergate. Tutte queste non erano certo immagini utili a propiziare il prestigio degli Stati Uniti nel mondo, malgrado i film di Jerry Lewis e di Woody Allen che potevano essere trasmessi nei cinema parigini. E, durante questi medesimi anni, non si può certo dire che gran parte del mondo abbia considerato particolarmente allettante la politica estera americana. Eisenhower aspirava a “fare in modo che le popolazioni di questi paesi oppressi ci apprezzino anziché odiarci”, ma il rovesciamento di Mohammed Mossadegh in Iran e quello di Jacobo Arbenz in Guatemala, entrambi orchestrati dalla Cia, non servirono certo allo scopo. Nel 1957, i dimostranti attaccarono l’automobile del vicepresidente venezuelano urlando i seguenti slogan: “Vattene Nixon!”, “Via, cane!”, “Non dimenticheremo il Guatemala!”. Nel 1960, Kruscev umiliò Eisenhower cancellando un summit dopo che un aereo-spia americano venne abbattuto sui cieli della Russia. Quello stesso anno, mentre si recava a Tokyo per una “cordiale” visita, Eisenhower fu costretto a tornare indietro a metà viaggio perché il governo giapponese lo avvertì che non poteva garantire la sua sicurezza da eventuali attacchi degli studenti che protestavano contro l’“imperialismo” americano. I successori democratici di Eisenhower non se la passarono molto meglio. Per qualche tempo, John F. Kennedy e sua moglie furono amati e apprezzati, ma dopo il suo assassinio il fascino dell’America iniziò a offuscarsi. L’invasione della Repubblica dominicana nel 1965, ordinata da Lyndon Johnson, fu unanimemente condannata non soltanto in America latina ma anche dagli alleati europei. De Gaulle fece presente ai funzionari americani che gli Stati Uniti, al pari di “tutti i paesi che possedevano una potenza schiacciante”, avevano finito per “convincersi che la forza era in grado di risolvere ogni cosa”, ma che ben presto avrebbero scoperto che “le cose non stavano così”. E poi, naturalmente, ci fu il Vietnam – le distruzioni, il napalm, il massacro di My Lai, le incursioni segrete in Cambogia, il bombardamento di Hanoi e l’immagine di una superpotenza colonialista che cercava di sottomettere un piccolo ma coraggioso paese del Terzo mondo. Quando Hubert Humphrey, vicepresidente di Lyndon Johnson, si recò in visita a Berlino nel 1967, il centro culturale americano venne preso d’assalto, migliaia di studenti protestarono contro le politiche americane, e corsero voci su un possibile tentativo di assassinio. Nel 1968, quando milioni di giovani europei scesero nelle strade, non lo fecero certo per esprimere la loro ammirazione nei confronti della cultura americana. Ancora, la grande maggioranza delle nazioni del mondo non cercava affatto di imitare il sistema americano. Nei primi anni della Guerra fredda, molti furono attratti dalle economie a controllo statale dell’Unione sovietica e della Cina, che sembravano garantire la crescita senza i complicati problemi causati dalla democrazia. Per buona parte di questo periodo, le economie del blocco sovietico mantennero un tasso di crescita altrettanto alto di quello occidentale, grazie soprattutto all’impulso impresso dallo stato all’industria pesante. Secondo Allen Dulles, l’allora direttore della Cia, molti leader dei paesi del Terzo mondo ritenevano che il sistema sovietico “offrisse maggiori opportunità immediate rispetto a quello statunitense”. Diversi dittatori, come Nasser in Egitto e Sukarno in Indonesia, erano particolarmente affascinati da questo modello a direzione statale; ma lo era anche il primo ministro indiano Nehru. I leader del nuovo Movimento dei paesi non-allineati (Nehru, Nasser, Tito, Sukarno, Nkrumah) non mostravano alcuna ammirazione per il modello americano. Dopo la morte di Stalin, tuttavia, sia l’Urss sia la Cina entrarono in un’accesa rivalità per conquistarsi il favore dei paesi del Terzo mondo, recandosi in visita in questi paesi e proponendo programmi di aiuti. Eisenhower dichiarò che “la nuova linea comunista fondata sulla dolcezza e la moderazione era probabilmente più pericolosa della propaganda dell’èra stalinista”. Le Amministrazioni Eisenhower, Kennedy e Johnson erano sempre preoccupate dalla possibilità di uno spostamento a sinistra in tutti questi paesi, e offrirono generosi aiuti nella speranza di conquistare i cuori e le menti delle loro popolazioni. Ma scoprirono che gli aiuti, anche se bene accetti, non garantivano né alleanza né approvazione. Conseguenza dell’animosità del Terzo mondo fu, a partire dagli anni Sessanta, la progressiva perdita di influenza degli Stati Uniti presso l’Onu. Mentre un tempo era stata l’istituzione che aveva legittimato la guerra americana in Corea, dagli anni Sessanta fino alla fine della Guerra fredda l’Assemblea generale dell’Onu divenne il forum preferito per l’espressione di un duraturo antiamericanismo. Alla fine degli anni Sessanta, Henry Kissinger nutriva poche speranze per il futuro. “L’accresciuta frammentazione del potere, la maggiore diffusione dell’attività politica e la struttura sempre più complessa dei conflitti e degli allineamenti internazionali”, come lui stesso scrisse a Nixon, avevano drasticamente ridotto la capacità che avevano entrambe le superpotenze di influenzare “le azioni di altri governi”. E le cose non fecero che diventare ancora più difficili nel corso degli anni Settanta. Gli Stati Uniti si ritirarono sconfitti dal Vietnam, e il mondo assistette alle prime dimissioni di un presidente americano protagonista di uno scandalo. Infine, cosa probabilmente più importante di tutte, il prezzo del petrolio salì alle stelle. Quest’ultimo problema era il segnale di una nuova difficoltà: gli Stati Uniti non riuscivano a esercitare un’influenza concreta in medio oriente. Oggi si riconosce generalmente nell’incapacità di promuovere una pace negoziata tra israeliani e palestinesi o di gestire il tumultuoso Risveglio arabo un chiaro segno di debolezza e declino. Ma nel 1973 gli Stati Uniti non riuscirono nemmeno a impedire che le maggiori potenze del medio oriente si scontrassero in una cruenta guerra. Quando l’Egitto e la Siria lanciarono un attacco a sorpresa contro Israele, anche Washington fu colta di sorpresa. Gli Stati Uniti furono costretti a porsi in stato di allerta nucleare per impedire un intervento sovietico nel conflitto. La guerra provocò l’embargo petrolifero, l’affermazione dell’Opec come elemento protagonista negli affari mondiali e l’inaspettata scoperta che, come ha scritto lo storico Daniel Yergin, “gli Stati Uniti erano ora diventati anch’essi vulnerabili”. La “principale superpotenza del mondo” era stata “costretta sulla difensiva e umiliata da un piccolo gruppo di minuscole nazioni”. Molti americani “temevano che la fine di un’epoca fosse ormai prossima”. Negli anni Settanta la drammatica crescita dei prezzi petroliferi, in congiunzione con le politiche economiche attuate dall’America durante la guerra del Vietnam, fecero precipitare l’economia americana in una grave crisi. Il pil scese del 6 per cento tra il 1973 e il 1975. La disoccupazione passò dal 4,5 al 9 per cento. L’economia americana, colpita dal nuovo fenomeno della stagflazione (ossia una condizione di ristagno economico accompagnato da un’elevata inflazione), subì tre recessioni tra il 1973 e il 1982. Per gli americani di allora, la “crisi energetica” fu ciò che rappresenta oggi la “crisi fiscale”. Nel suo primo discorso alla nazione trasmesso in diretta televisiva Jimmy Carter la definì “la più grande sfida che deve affrontare il nostro paese”. La cosa più umiliante era che la crisi era stata scatenata, almeno in parte, proprio da due stretti alleati dell’America, vale a dire la famiglia reale saudita e lo scià di Persia. Come ricorda lo stesso Carter nelle sue memorie, il popolo americano “rimase profondamente contrariato dal fatto che la più grande nazione del mondo venisse buggerata da qualche piccolo stato del deserto”. Il punto più basso fu toccato nel 1979, quando venne rovesciato lo scià dalla rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini e cinquantadue americani vennero tenuti in ostaggio per più di un anno. La crisi degli ostaggi, come ha osservato Yergin, “lanciava un ben preciso messaggio: lo spostamento degli equilibri di potere nel mondo del mercato petrolifero, verificatosi nel corso degli anni Settanta, era soltanto un elemento di un processo ben più ampio che si stava attuando nello stesso sistema della politica mondiale. Gli Stati Uniti e l’occidente, in altre parole, erano davvero in declino e sulla difensiva, apparentemente incapaci di proteggere i propri interessi, sia economici che politici”. Per chi voleva sostenere la tesi di un declino americano gli anni Settanta furono certamente il momento più propizio; e, in effetti, furono in molti a farlo. Gli Stati Uniti, secondo Kissinger, avevano chiaramente “passato il proprio momento di massima potenza storica, come era avvenuto a molte altre precedenti civiltà… Ogni civiltà che è esistita nella storia prima o poi è scomparsa. La storia è il racconto dei tentativi falliti di evitare questo destino”. Negli anni Settanta l’America perse il predominio economico, il surplus commerciale iniziò a trasformarsi in deficit, le spese per i programmi sociali si ingigantirono, e le riserve auree e monetarie vennero intaccate. Alle difficoltà economiche si accompagnò l’insicurezza politica e strategica. All’inizio si affermò la convinzione che il vento dello storia soffiasse a favore dell’Unione sovietica. I leader sovietici pensavano che il “rapporto delle forze” favorisse il comunismo; la sconfitta e la ritirata americana dal Vietnam convinsero i sovietici di poter effettivamente “vincere” la Guerra fredda. Dieci anni dopo, nel 1987, Paul Kennedy scrisse che entrambe le superpotenze erano viziate da una “sovraestensione imperiale”, ma riteneva più che verosimile che gli Stati Uniti avrebbero potuto essere i primi a crollare. Ma appena due anni dopo cadde il Muro di Berlino, e due anni più tardi fu la volta dell’Unione sovietica. Insomma, il declino c’era stato, ma da un’altra parte. Poi ci fu il miracolo economico del Giappone. Una vera e propria “ascesa del resto del mondo” iniziò alla fine degli anni Settanta e proseguì per i successivi quindici anni, il Giappone e altre “tigri asiatiche” come la Corea del sud, Singapore e Taiwan, sembravano ormai destinati a surclassare economicamente gli Stati Uniti. Il Giappone sarebbe stata la nuova superpotenza. Mentre gli Stati Uniti si erano ridotti alla bancarotta per combattere la Guerra fredda, i giapponesi non erano stati con le mani in mano. Come scrisse nel 1995 l’analista Chalmers Johnson, “la Guerra fredda è finita, e ha vinto il Giappone”. Ma, proprio mentre Johnson scriveva queste parole, l’economia nipponica stava in realtà precipitando in una fase di ristagno dalla quale non si è ancora completamente sollevata. Dopo la scomparsa dell’Unione sovietica, e con una Cina che doveva ancora dimostrare la solidità e la tenuta del suo boom economico, gli Stati Uniti sembrarono improvvisamente la “sola superpotenza” del mondo. Ma anche allora è estremamente significativo come gli Stati Uniti non siano riusciti ad affrontare con successo numerosi problemi di portata globale. Gli americani hanno vinto la guerra del Golfo, hanno allargato verso est il raggio d’azione della Nato, portato, seppur dopo molti massacri, la pace nei Balcani e, per quasi tutto il corso degli anni Novanta, persuaso molti paesi ad accogliere il Washington consensus nel campo economico. Tuttavia, molti di questi successi non sono stati duraturi, e ad essi si sono accompagnati anche altrettanti insuccessi. Il Washington consensus ha iniziato a disintegrarsi con la crisi finanziaria asiatica del 1997, quando le proposte di soluzione americane furono considerate quasi unanimemente sbagliate e addirittura dannose. Gli Stati Uniti non hanno saputo fermare, e nemmeno rallentare, i programmi di sviluppo nucleare della Corea del nord e dell’Iran, malgrado i ripetuti proclami sulla propria determinazione. Il regime di sanzioni imposto all’Iraq di Saddam Hussein si è rivelato del tutto inutile e ben presto ha iniziato a frantumarsi. Gli Stati Uniti, e il mondo intero, non hanno saputo impedire i genocidi in Ruanda, in parte perché, un anno prima, gli Stati Uniti erano stati cacciati dalla Somalia in seguito a un fallito intervento militare. Uno dei progetti più importanti degli Stati Uniti negli anni Novanta fu il tentativo di favorire una transizione alla democrazia e al capitalismo del libero mercato nella Russia post sovietica. Tuttavia, pur avendo profuso miliardi di dollari, fornito innumerevoli consigli e messo a disposizione tutta la loro esperienza, gli Stati Uniti hanno dovuto sconsolatamente riconoscere che l’evoluzione degli eventi in Russia sfuggiva al controllo. Allo stesso modo, i leader americani, nemmeno al presunto apice del predominio mondiale, hanno ottenuto maggiori successi di quanti ne ottengano oggi nel tentativo di risolvere la questione israelo-palestinese. Pur potendo contare su un’economia fiorente e su un presidente piuttosto apprezzato e seriamente impegnato a risolvere la questione, l’Amminstrazione Clinton non riuscì a raggiungere nulla di concreto. Come ha scritto l’ex negoziatore per la pace mediorientale Aaron David Miller, Bill Clinton “ha dedicato al processo di pace arabo-israeliano più tempo e impegno di qualsiasi suo predecessore”, ed era ammirato tanto dagli israeliani quanto dai palestinesi; ciononostante, ha “organizzato tre summit nel giro di appena sei mesi e ha fallito in tutti e tre”. La presidenza Clinton si è conclusa con l’interruzione dei colloqui per la pace e lo scoppio della seconda Intifada. Anche la popolarità americana è stata piuttosto aleatoria per tutti gli anni Novanta. Nel 1999 Samuel P. Huntington ha definito l’America la “superpotenza solitaria”, odiata in quasi tutto il mondo per il suo comportamento “invadente, interventista, sfruttatore, unilaterale, dominante e ipocrita”. Il ministro degli Esteri francese non ha mancato di criticare la “iperpotenza” americana e di proclamare la sua speranza per un mondo “multipolare” nel quale gli Stati Uniti non potessero più avere il predominio. Come disse un diplomatico britannico allo stesso Huntington: “Soltanto sui giornali statunitensi si parla di come il mondo accetti e desideri la leadership americana. In tutto il resto del mondo si parla invece dell’arroganza e dell’unilateralismo americano”. Questa, naturalmente, era un’assurdità. Al contrario di quanto sosteneva il diplomatico britannico, molti paesi, per tutta la durata della Guerra fredda e poi ancora negli anni Novanta, hanno accettato la leadership americana come garanzia di protezione e sostegno. Dalla seconda guerra mondiale in poi, gli Stati Uniti sono stati effettivamente la potenza predominante del mondo. Hanno esercitato una enorme influenza, ben maggiore di quella esercitata da qualsiasi altra grande potenza fin dai tempi dell’antica Roma, e hanno raggiunto significativi risultati. Ma non sono mai stati onnipotenti. Per capire veramente se gli Stati Uniti sono oggi in declino, dobbiamo disporre di un concreto parametro di misura. Confrontare l’attuale influenza esercitata dall’America con quella di un mitico passato di schiacciante supremazia non può che portarci fuori strada. Oggi gli Stati Uniti hanno perduto la capacità di imporre la propria volontà su molte questioni, ma questo non gli ha impedito di ottenere parecchi successi, ai quali si sono contrapposti anche molti insuccessi, esattamente come in passato. Malgrado tutte le polemiche, gli Stati Uniti hanno avuto più successo in Iraq che in Vietnam. Non sono riusciti a contenere le ambizioni nucleari iraniane, come già negli anni Novanta, ma, grazie agli sforzi di due Amministrazioni, hanno tuttavia creato un più efficiente sistema globale per impedire la proliferazione nucleare. L’impegno profuso per annientare al Qaida ha dato grandi risultati, soprattutto se confrontati con l’incapacità di individuare le reti terroristiche e prevenire i loro attentati che ha caratterizzato gli anni Novanta e che è culminata con gli attacchi dell’11 settembre. La possibilità di utilizzare gli aerei teleguidati, i droni, costituisce un netto vantaggio rispetto agli strumenti e agli armamenti che si avevano a disposizione nei precedenti decenni per individuare e colpire i terroristi e le loro basi. Nel frattempo, le alleanze dell’America in Europa restano solide; non è certo colpa dell’America se l’Europa oggi appare più debole di un tempo. Le alleanze americane in Asia negli ultimi anni si sono fatte ancora più strette e gli Stati Uniti sono riusciti anche a smussare le tensioni che ostacolavano le relazioni con l’India. Insomma, il risultato finale è misto, con pro e contro; ma è sempre stato così. Ci sono stati momenti in cui gli Stati Uniti hanno esercitato maggiore influenza di oggi, e altri in cui ne hanno esercitata di meno. Proprio per questo, a cominciare dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli americani si sono sempre preoccupati del presunto declino della propria influenza e hanno osservato con ansia l’ascesa di altre potenze. Ma plasmare e guidare il sistema internazionale è un’impresa difficilissima. Ben poche potenze, in tutto il corso della storia, hanno provato a farlo; e anche le più grandi ben raramente sono riuscite a realizzare i loro obiettivi. La politica estera è come colpire la palla da baseball: se si azzeccano trenta tiri su cento, si entra nella Hall of Fame. III - Le sfide di oggi sono di grande portata, e l’ascesa della Cina è la più ovvia ed evidente. Ma queste sfide non sono più grandi di quelle che gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare durante la Guerra fredda. Soltanto a posteriori si può dire che la Guerra fredda sia stata relativamente facile. Alla fine della Seconda guerra mondiale gli americani si trovavano di fronte a una grave crisi strategica. L’Unione sovietica, in virtù delle sue stesse dimensioni e della sua collocazione geografica, sembrava minacciare i più fondamentali centri strategici dell’Europa, del medio oriente e dell’Asia orientale. In tutte queste regioni, aveva a che fare con nazioni completamente devastate e prostrate dalla guerra. Per affrontare questa sfida, gli Stati Uniti dovevano proiettare il proprio potere, che era grande ma circoscritto, in ognuna di queste regioni. Dovevano stabilire delle alleanze con i poteri locali, alcuni dei quali erano ex nemici, e fornirgli assistenza economica, politica e militare per consentirgli di resistere alla pressione sovietica. Nella Guerra fredda, l’Unione sovietica ha potuto esercitare la sua influenza e mettere sotto pressione gli interessi americani semplicemente con la sua presenza, mentre gli Stati Uniti sono stati costretti a impegnarsi e intervenire direttamente. È opportuno ricordare che questa strategia del “contenimento”, ora consacrata dal successo, apparve a parecchi autorevoli osservatori di allora del tutto impraticabile. Walter Lippmann la bollò come “sbagliata” e fondata sulla “speranza”, in quanto lasciava la “iniziativa strategica” ai sovietici e costringeva gli Stati Uniti a esaurire le proprie risorse nel tentativo di stabilire “stati satelliti e governi fantoccio” che erano deboli, incapaci e inaffidabili. Oggi, nel caso della Cina, la situazione è esattamente l’opposto. Sebbene la Cina sia, e continuerà a essere, ben più ricca di quanto sia mai stata l’Unione sovietica ed eserciterà una influenza ben maggiore nel mondo, la sua posizione geostrategica appare molto più difficile. La Seconda guerra mondiale ha lasciato la Cina in una condizione di debolezza per uscire dalla quale sono stati necessari enormi sforzi. Buona parte dei paesi più vicini sono potenti nazioni con stretti legami con gli Stati Uniti. Per la Cina sarà molto difficile diventare la potenza regionale egemone finché Taiwan rimarrà indipendente e strategicamente legata agli Stati Uniti, e finché potenze regionali come il Giappone, la Corea e l’Australia continueranno a ospitare basi e truppe americane. La Cina avrebbe bisogno di qualche potente alleato per pensare concretamente di cacciare gli Stati Uniti dalle roccaforti nel Pacifico occidentale; ma al momento sono gli Stati Uniti ad avere alleati. Sono gli Stati Uniti ad avere truppe dislocate in basi avanzate. Sono gli Stati Uniti ad avere il predominio navale sulle vie d’acqua attraverso le quali passa il commercio cinese. In definitiva, il compito della Cina in quanto potenza in ascesa, ossia cacciare gli Stati Uniti dalla loro attuale posizione, è ben più arduo di quello degli Stati Uniti, ai quali basta mantenere ciò che già hanno. Gli Stati Uniti sono in grado di farlo? Nella pessimistica atmosfera oggi prevalente, molti americani lo dubitano. Anzi, dubitano che gli Stati Uniti possano continuare a svolgere, in qualsiasi parte del mondo, il ruolo predominante che hanno avuto in passato. Alcuni sostengono che, mentre nel 1987 era probabilmente falso, il rischio di una sovraestensione imperiale allora paventato da Paul Kennedy descrive perfettamente l’attuale critica situazione dell’America. La crisi fiscale, lo stallo del sistema politico, le numerose malattie di cui soffre la società americana (compreso il ristagno dei salari e la disparità dei redditi), l’inefficienza del sistema scolastico, il deterioramento delle infrastrutture: sono tutti motivi oggi ampiamente citati per cui gli Stati Uniti devono ridurre il proprio impegno internazionale, ritirarsi da alcuni settori oltreoceano, e concentrarsi sulla “edificazione nazionale in patria” anziché cercare di plasmare il mondo come hanno fatto in passato. Ma anche queste valutazioni, comunemente accettate, devono essere esaminate con attenzione. Innanzitutto, quanto sono effettivamente “sovraestesi” gli Stati Uniti? La risposta, sul piano storico, è: meno di quanto la gente si immagini. Consideriamo il dato incontrovertibile del numero delle truppe dislocate dagli Stati Uniti oltreoceano. A sentire le discussioni di oggi, ci si potrebbe immaginare che ci siano attualmente più truppe americane all’estero che in qualsiasi momento precedente. Ma non è affatto così. Nel 1953, gli Stati Uniti avevano quasi un milione di soldati oltreoceano: 325.000 in Corea e più di 600.000 in Europa, Asia e altre regioni. Nel 1968, avevano più di un milione di soldati all’estero: 537.000 in Vietnam e un altro mezzo in altri paesi. Al contrario, nell’estate del 2011, ossia nel momento di massimo impegno bellico americano, c’erano in tutto circa 200.000 soldati in Iraq e in Afghanistan, e altri 160.000 nelle basi dell’Europa e dell’Asia orientale. Includendo anche tutte le altre forze dislocate nel mondo, c’erano nel complesso 500.000 soldati americani oltreoceano. Si tratta di una cifra inferiore a quella registrata per tutta la durata della Guerra fredda, anche nei momenti di relativa pace. Nel 1957, per esempio, c’erano più di 750.000 soldati americani oltreoceano. Soltanto nel decennio che va dal crollo dell’impero sovietico agli attacchi dell’11 settembre il numero di soldati dislocati oltreoceano è stato inferiore a quello di oggi. Il confronto risulta ancora più significativo se si tiene conto della crescita della popolazione americana. Quando, nel 1953, gli Stati Uniti avevano un milione di soldati oltreoceano, la popolazione americana non superava i 160 milioni. Oggi, quando ci sono mezzo milione di soldati all’estero, la popolazione americana ha raggiunto i 313 milioni. Il paese ha quasi raddoppiato la propria popolazione, ma il numero delle truppe dislocate oltreoceano si è dimezzato rispetto a quello di cinquant’anni fa. Che dire delle spese finanziarie? Molti sembrano credere che il costo delle spedizioni all’estero, e delle Forze armate in generale, sia una delle principali cause dei crescenti deficit fiscali che minacciano la solvibilità dell’economia nazionale. Ma, anche in questo caso, le cose non stanno realmente così. Come ha osservato l’ex zar del bilancio Alice Rivlin, le terrificanti previsioni di futuri deficit non sono “causate dalle crescenti spese per la difesa”, e tantomento da quelle per gli aiuti all’estero. I deficit previsti per i prossimi anni dipendono in larga misura dalla esplosiva crescita delle spese per l’assistenza sociale. Persino i più drastici tagli al budget difensivo produrrebbero un risparmio annuale di appena 50 o al massimo 100 miliardi di dollari, ossia soltanto una minuscola frazione (tra il 4 e l’8 per cento) dei 1.500 miliardi di dollari del deficit annuale degli Stati Uniti. Nel 2002, quando Paul Kennedy si meravigliava per la capacità che aveva l’America di rimanere “la sola superpotenza mondiale al risparmio”, gli Stati Uniti spendevano circa il 3,4 per cento del proprio pil per la difesa. Oggi spendono poco meno del 4 per cento, e nei prossimi anni la cifra è probabilmente destinata a scendere di nuovo – insomma, a restare ancora “al risparmio”. Il costo per continuare a essere la potenza predominante del mondo non è quindi proibitivo. Inoltre, questo costo non può essere calcolato senza tenere conto di quanto sarebbe invece il costo se perdessimo la nostra posizione di predominio. Quest’ultimo, naturalmente, è almeno in parte non quantificabile. Quale è per gli americani il vantaggio di vivere in un mondo dominato da democrazie anziché in un mondo dominato da autocrazie? Si può comunque valutare a grandi linee. Se il declino della potenza militare americana portasse al disfacimento dell’ordine economico internazionale che l’America ha contribuito a sostenere; se le vie commerciali cessassero di essere sicure perché la marina americana non sarebbe più in grado di difenderle; se scoppiassero guerre regionali tra grandi potenze non più trattenute nelle loro ambizioni dalla supremazia americana; se i loro alleati fossero attaccati perché gli Stati Uniti non sarebbero in grado di accorrere in loro difesa; se il sistema internazionale cessasse di essere libero e aperto: se accadesse tutto questo, i costi sarebbero facilmente misurabili. E non è certo fuori luogo immaginare che questi costi sarebbero ben più alti dei risparmi che si potrebbero realizzare tagliando le spese per la difesa e gli aiuti all’estero di 100 miliardi all’anno. Si può risparmiare denaro se si compra una macchina usata senza garanzia e senza alcune dotazioni di sicurezza; ma cosa succede se si ha un incidente? La potenza militare americana riduce i rischi di incidente impedendo lo scoppio di conflitti e riduce il costo degli incidenti riducendo le possibilità di sconfitta. Si deve tenere conto anche di queste cose nella valutazione complessiva dei costi. In soldoni, potrebbe risultare molto più economico mantenere l’attuale impegno dell’America nel mondo anziché ridurlo. La maggiore preoccupazione dei fautori della tesi del declino probabilmente non è se gli Stati Uniti potranno continuare a svolgere il loro tradizionale ruolo nel mondo, bensì se saranno in grado di risolvere i loro più gravi problemi economici e sociali. Come hanno domandato parecchi politici e commentatori, gli americani hanno la capacità di fare tutto ciò che è necessario per continuare a competere in modo efficace nel mondo del Ventunesimo secolo? La sola risposta onesta che si possa dare è questa: chi lo sa? Se la storia americana può servirci da guida, tuttavia, vi sono almeno alcuni motivi per essere ottimisti. Gli americani hanno già vissuto questo disagio, e molte generazioni del passato hanno provato questo senso di perdita di forza e virtù: già nel 1788, Patrick Henry si lamentava che la nazione aveva perso la sua gloria passata, “quando lo spirito americano era ancora giovane”. Negli ultimi due secoli ci sono stati molti momenti in cui il sistema politico era inefficiente, in condizioni di irrimediabile stallo, e apparentemente incapace di trovare soluzioni per i più pressanti problemi del paese – dalla schiavitù alla Ricostruzione, alla diffusione dell’industrializzazione alla fine del Diciannovesimo secolo fino alla crisi del sistema assistenziale durante la Grande depressione e alla confusione e alla paranoia dei primi anni della Guerra fredda. Chiunque ricordi con onestà gli anni Settanta, con il Watergate, il Vietnam, la stagflazione e la crisi energetica, non può pensare che le attuali difficoltà siano di una portata senza precedenti. I successi del passato non garantiscono naturalmente un successo nel futuro. Ma una cosa appare chiara dall’analisi storica: il sistema americano, nonostante tutti i suoi difetti, ha mostrato una maggiore capacità di adattamento e di ripresa dalle difficoltà rispetto a molte altre nazioni, compresi i suoi principali rivali geopolitici. Questo è senza dubbio connesso alla relativa libertà della società americana, che premia gli innovatori, spesso esterni alla struttura di potere esistente, capaci di fare le cose in modo nuovo, e anche con il suo sistema politico relativamente aperto, che permette a diversi movimenti di influenzare il comportamento dell’establishment politico. Il sistema americano è lento e arzigogolato in parte perché i Padri fondatori lo hanno voluto così, con una struttura federale, un rigido controllo per impedire gli abusi delle istituzioni statali e una Costituzione scritta – ma il sistema possiede anche una straordinaria capacità di trasformarsi e adattarsi alle nuove circostanze. Di tanto in tanto ci sono delle “elezioni critiche” che permettono il realizzarsi delle trasformazioni, fornendo così nuove soluzioni a vecchi e apparentemente insolubili problemi. Naturalmente, non ci sono garanzie: il sistema politico non riuscì a risolvere il problema dello schiavismo senza impegnarsi in una guerra. Ma, su molte altre questioni, in tutto il corso della loro storia, gli americani hanno saputo trovare il modo di raggiungere e attuare un consenso nazionale. Quando, nel 2002, si stupiva per il perdurante successo della superpotenza americana, Paul Kennedy osservò che una delle principali ragioni in grado di spiegarlo era stata la capacità americana di superare quella che nel 1987 gli era apparsa come una crisi economica di lungo termine e priva di soluzioni. (…) È perfettamente ragionevole pensare che gli americani sapranno affrontare con la stessa capacità anche questa nuova sfida economica. È altrettanto ragionevole aspettarsi che anche altre nazioni, esattamente come avvenuto in passato, dovranno affrontare una serie di specifiche difficoltà. Nessuna delle nazioni che stanno attualmente vivendo una fase di boom economico è priva di problemi. Il Brasile, l’India, la Turchia e la Russia hanno una storia tumultuosa che fa supporre che il loro percorso non sarà caratterizzato esclusivamente da una costante e facile ascesa. C’è il concreto dubbio se il modello autocratico della Cina, che nel breve periodo può risultare estremamente efficace per attuare determinate decisioni strategiche nel campo economico, possa dimostrarsi nel lungo periodo sufficientemente flessibile per consentire un adattamento alle trasformazione del panorama economico, politico e strategico del mondo. Insomma, potrebbe non esser stata soltanto la buona sorte a permettere agli Stati Uniti di superare le proprie crisi emergendone ancora più forti e solidi, mentre i suoi vari rivali hanno fallito. E potrebbe non essere semplicemente un pio desiderio credere che potranno farlo ancora. Ma c’è un pericolo. Si tratta del fatto che, mentre la nazione continua a impegnarsi e lottare per realizzare i propri obiettivi, gli americani potrebbero convincersi che il declino sia in realtà inevitabile, o che gli Stati Uniti potrebbero rinunciare ad assumersi le proprie responsabilità globali mentre sono occupati a risolvere i propri problemi interni. Agli occhi di molti americani, l’accettazione di questo declino potrebbe fornire una comoda via di fuga dagli oneri morali e materiali che l’America si è assunta dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Molti desiderano inconsciamente di ritornare alla situazione del 1900, quando gli Stati Uniti erano ricchi, potenti e non direttamente responsabili del mantenimento dell’ordine mondiale. Il presupposto implicito di questo orientamento è che l’attuale ordine mondiale continuerebbe sostanzialmente a sussistere anche senza la potenza americana, o almeno con una potenza nettamente più contenuta; o altrimenti che altra potenza si sobbarcherà gli oneri dell’America; o ancora che i vantaggi dell’attuale ordine mondiale sono permanenti e non richiedono un impegno particolare da parte di nessuno. Sfortunatamente, l’attuale ordine mondiale – con la sua diffusa libertà, la sua generale prosperità, e l’assenza di grandi conflitti – è estremamente fragile. Preservarlo è stato sempre una difficile impresa, e continuerà ad esserlo anche nei prossimi decenni. Il mantenimento dell’attuale ordine mondiale impone la leadership dell’America e il suo costante impegno. Alla fine dei conti, la decisione sta nelle mani del popolo americano. Il declino, come ha osservato Charles Krauthammer, è una scelta. Non è un destino inevitabile, o almeno non ancora. Gli imperi e le grandi potenze sono destinati prima o poi a cadere, e la sola domanda da porsi riguarda il quando. Ed è una domanda estremamente importante. Per gli americani, e per la stessa struttura del mondo in cui viviamo, avrà un importanza decisiva se gli Stati Uniti nei prossimi due decenni si avvieranno realmente verso il declino o se invece sapranno superare le difficoltà e conservare il loro ruolo. |
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