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da il foglio
del 2 dicembre 2006

Ceric elogia il Raztinger di Ratisbona

Il gran mufti di Sarajevo dice che l’islam ha bisogno di un Papa forte

di Andrea Affaticati



Milano. “Noi musulmani abbiamo bisogno di una Papa forte”, dice il gran mufti di Sarajevo Mustafa Ceric al settimanale tedesco Zeit in una lunga intervista. Secondo il gran mufti, Benedetto XVI, che ieri è rientrato dal viaggio in Turchia, a Ratisbona ha fatto benissimo a difendere la fede contro la sete di dominio del fanatismo religioso. Peccato solo che, in alcuni casi, “dopo si sia messo sulla difensiva e mostrato troppo timoroso nei confronti dell’islam”: “Un Papa timoroso non è una buona cosa per noi. Perché anche dalla nostra parte regna la paura, e tutto questo crea una situazione esplosiva”. Cinquantaquattro anni, vestito con la tonaca degli ulema, la barba corta e il copricapo di ordinanza – così lo ritrae la foto pubblicata dal settimanale tedesco – Ceric ha studiato presso l’Università del Cairo di al Azhar, la massima istituzione per l’islam sunnita. Ma Ceric ha vissuto sulla pelle anche la furia distruttrice dei serbi negli anni 1992-1996: oggi è a capo della comunità bosniaca musulmana che conta due milioni di fedeli. “Siamo sopravissuti a quell’orrore, abbiamo ricostruito la città – dice – ma va ancora affrontata la ricostruzione spirituale e morale”. E non si riferisce soltanto a quella della Bosnia Herzegovina, Ceric guarda molto più lontano.

All’inizio dell’anno ha pubblicato un documento intitolato “Dichiarazione dei musulmani d’Europa”. Oggi spiega che quel testo gli sembrava fondamentale dopo gli attentati terroristici di New York, Washington, Madrid e Londra. Voleva colmare quel vuoto di netta presa di distanza da parte dell’islam nei confronti della violenza sanguinaria e fondamentalista e farlo senza “i soliti ‘sì però’, i distinguo e le ambiguità retoriche”. A chi lo attacca ricorda che il Senato americano non ebbe alcun problema a condannare decisamente il genocidio dei musulmani a Srebrenica. Da anni Ceric prova a spuntare l’arma del conflitto di civiltà. L’occidente si trova in un momento di grande crisi, come il Pontefice ha sottolineato più volte durante, ma neppure l’islam se la passa bene. E vista la posizione strategica dalla quale opera – un punto di raccordo tra l’occidente cristiano e l’oriente musulmano – è proprio da qui che devono partire gli impulsi riformistici: “Il nostro secolo deve trovare una risposta alla questione fondamentale dell’integrazione. E in questo la lezione della nostra metropoli multireligiosa può risultare preziosa. L’imam di Sarajevo il venerdì usava pregare per il Kaiser”, ricorda.

Cercic non nega che negli ultimi anni l’Europa occidentale è stata invasa dall’islamofobia, da un sospetto crescente nei confronti dei musulmani che hanno deciso di vivere qui. Uno sbaglio. “I paesi europei non dovrebbero continuare “a vederli come ospiti, ma come semplici cittadini”. Anziché rifugiarsi nel lamento, il gran mufti preferisce però fare da pungolo ai suoi. Innanzitutto ricordando loro che “l’impegno, il duro lavoro, il rispetto dei diritti umani e delle leggi vigenti, questi sono i comportamenti che decidono se un popolo vivrà nel benessere e nella povertà”. Non comprende e tanto meno condivide la battaglia sul velo. Né da parte occidentale né da quella musulmana. “Sarebbe meglio distinguersi perché si ottengono risultati eccellenti nello sport, nelle scienze, nella tecnica e non perché si porta il velo”. Nonostante il suo impegno, anche a Sarajevo si vede però un crescente numero di donne con la testa coperta, chi per genuina fede chi come gesto di aperta opposizione: “Un processo di riislamizzazione è evidente”, ammette Ceric. Perché non porti a una maggior segregazione ma piuttosto a una progressiva e sincera cooperazione molto dipenderà, secondo Ceric, dalle politiche degli stati europei. “Dobbiamo togliere loro la paura della perdita di identità. Un tempo io stesso avevo forti resistenze nei confronti dell’assimilazione. Oggi reputo l’integrazione così importante da dire che dobbiamo essere i primi a sostenerla anche al costo di un’assimilazione. Dobbiamo smettere di presentare l’islam come una cultura tribale mediorientale e sottolineare, invece, il messaggio universale della nostra religione”. I musulmani dal canto loro devono accettare il fatto che l’Europa non è né “la casa dell’islam” – visto che vi convivono diverse fedi – né “la casa della guerra” da conquistare. I musulmani devono piuttosto vedere nell’Europa “la casa del contratto sociale”. Un contratto tra liberi cittadini che fa da fondamento all’ordinamento politico e che non contrasta con il legame di ogni individuo con il suo Dio.

 

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