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da il foglio
del 9 dicembre 2006

Robert Kagan, il teorico di Marte e di Venere, ha scritto un libro per spiegare che la tendenza a occuparsi degli affari degli altri non è una deviazione moderna. È nel dna degli Stati Uniti

L’America è davvero una nazione di cowboy, per fortuna

di Robert Kagan

(Traduzione di
Aldo Piccato)

 

Questo saggio di Robert Kagan è stato pubblicato sul settimanale liberal The New Republic in occasione dell’uscita del suo ultimo libro “Dangerous Nation: America’s Place in the World, from Its Earliest Days to the Dawn of the 20th Century” (Knopf, 2006). Il libro è il primo di due volumi in cui Kagan racconta come la politica estera americana, fin dai suoi albori, sia sempre stata volta all’espansione della libertà.

 


In questi giorni è in pieno svolgimento un dibattito nazionale sulla direzione della politica estera americana. A parte le evidenti difficoltà in Iraq e Afghanistan, vi è la diffusa percezione che la nostra nazione abbia perso la strada. Siamo diventati troppo militaristici, troppo idealisti, troppo arroganti: insomma, siamo diventati un “impero”. Buona parte del mondo ci considera pericolosi. Molti chiedono che l’America torni alla sue tradizioni di politica estera, come se questo fosse in grado di risolvere tutto. Ma quali sono precisamente queste tradizioni? Una è proprio questo genere di dibattito, che ci ha caratterizzato fin dalla nascita della nostra nazione, quando Patrick Henry accusò i sostenitori della Costituzione di complottare per trasformare la giovane Repubblica in un “grande e potente impero”. Oggi, siamo più potenti di quanto Henry avrebbe mai potuto immaginarsi. Cionostante, preferiamo vederci in termini modesti – come una potenza egemone suo malgrado, che cerca soltanto di promuovere la stabilità sulla scena internazionale.

James Schlesinger colse esattamente questa prospettiva già parecchi anni fa, quando disse che gli americani “si sono ritrovati in una posizione di solitario predominio”. Gli Stati Uniti, secondo Schlesinger, erano “il paese più inconsueto, per non dire il più inadatto, per esercitare il ruolo di leader internazionale”. Se, in certe occasioni, ci lanciamo all’avventura e ci immischiamo negli affari di altri paesi, ciò accade perché siamo stati attaccati o perché si profila una qualche pericolosa forza rivoluzionaria (come il nazismo tedesco, l’imperialismo giapponese, il comunismo sovietico, il fondamentalismo islamico). Non sono gli americani a volere la guerra, ma è la guerra che viene a bussare alla loro porta. Come ha detto recentemente un candidato alla presidenza, “gli Stati Uniti d’America non vanno mai in guerra perché lo vogliono, ma soltanto perché vi sono costretti”.

Ma quest’immagine, con il suo corollario di una perduta innocenza, si fonda sul mito. Ben lungi dall’essere la modesta Repubblica spesso descritta nei libri di storia, gli Stati Uniti sono stati una potenza espansionistica fin da quando i primi padri pellegrini misero piede sul nuovo continente; e nel corso dei successivi quattro secoli non hanno mai cessato di espandersi (sul piano territoriale, commerciale, culturale e geopolitico). Gli Stati Uniti sono sempre stati una potenza rivoluzionaria, che ha costantemente aumentato la propria partecipazione e la propria influenza nel mondo. La tendenza a impegnarci negli affari di altri paesi non è né un fenomeno moderno né una deviazione dallo spirito americano. Fa invece parte del dna dell’America.

Molto tempo prima della nascita della nostra nazione, i coloni britannici cacciarono la popolazione nativa dalle proprie terre e la annientarono quasi completamente. Dagli anni Quaranta del 1700 fino agli anni Venti del 1800, e poi ancora negli anni Quaranta del medesimo secolo, gli americani hanno continuato a espandersi verso ovest, dagli Allegani alla valle dell’Ohio, oltre le Montagne Rocciose e fino al Pacifico, verso sud fino al Messico e alla Florida e verso nord fino al Canada, cacciando dal continente non soltanto gli indiani, ma anche i grandi imperi della Francia, della Spagna e della Russia (soltanto il Regno Unito riuscì a mantenere la propria posizione in Nord America). Quest’espansione territoriale, spesso violenta, fu guidata non da “jacksoniani” dell’America profonda ma da gentleman della costa orientale come George Washington, Thomas Jefferson e John Quincy Adams. Sarebbe davvero una cosa stupefacente se gli americani avessero accumulato tutti questi territori e questa potenza senza averne la volontà. Ma non è così. Con vent’anni di pace, così predisse Washington nel suo discorso di commiato, gli Stati Uniti avrebbero acquisito la potenza sufficiente per “sfidare, con una giusta causa, qualsiasi potenza mondiale”. Jefferson immaginava un vasto “impero della libertà” che si diffondeva a ovest, nord e sud in tutto il continente. Hamilton credeva che gli Stati Uniti avrebbero “presto assunto un atteggiamento corrispondente al proprio grande destino: maestosi, efficienti e realizzatori di grandi cose. Hanno davanti a sé una nobile carriera”. John Quincy Adams considerava gli Stati Uniti “destinati da Dio e dalla natura a essere la nazione più popolosa e potente della terra”. E le aspirazioni degli americani non fecero che aumentare nel corso dei decenni, in corrispondenza con l’aumento della potenza e dell’influenza esercitate dal paese.

Negli anni Cinquanta dell’Ottocento, William Seward predisse che gli Stati Uniti sarebbero diventati la più forte potenza del mondo, “il più grande di tutti gli stati esistenti ed esistiti nel corso di tutta la storia”. Un secolo dopo, Dean Acheson, presente alla creazione del nuovo ordine mondiale dominato dall’America, avrebbe descritto gli Stati Uniti come “la locomotiva alla testa dell’umanità” e il resto del mondo come “i vagoni”. Più recentemente, Bill Clinton ha definito gli Stati Uniti “la nazione indispensabile per il mondo”.

Fin dall’inizio, molti hanno considerato gli americani non come un popolo che cercava la stabilità ma come un costante disturbatore dello status quo. Come avevano detto gli antichi abitanti di Corinto a proposito degli ateniesi, “erano incapaci di vivere tranquillamente e di permettere ad altri di farlo”. Gli americani del XIX secolo erano, per citare le parole di un diplomatico francese, “tantissimi”, “bellicosi” e “un nemico da temere”. Nel 1817 John Quincy Adams, da Londra, riferì che “la sensazione diffusa in Europa di fronte alla straordinaria crescita della nostra popolazione e della nostra potenza è che, se rimarremo uniti, diventeremo un membro alquanto pericoloso della Società delle nazioni”. Gli Stati Uniti erano pericolosi non soltanto per il loro espansionismo ma anche perché il loro repubblicanismo liberale minacciava l’ordine conservatore di quell’epoca. Il principe Metternich temeva giustamente ciò che sarebbe accaduto alla “forza morale” delle monarchie conservatrici europee quando “questo fiume in piena di dottrine perverse” si sarebbe sposato alla potenza militare, economica e politica che gli americani sembravano destinati ad acquisire. Ciò che Metternich comprendeva perfettamente, e che altri avrebbero imparato a proprie spese, era che gli Stati Uniti erano una nazione con un’ambizione illimitata e con un forte sentimento dell’onore nazionale, per difendere il quale erano pronti a entrare in guerra. Una nazione che aveva quel genere di energia e persino di ferocia nel difendere la casa e la patria che gli antichi greci definivano con la parola thumos. Erano una nazione impaziente, spesso insoddisfatta da come stavano le cose, quasi sempre convinta della possibilità di un cambiamento in meglio e del proprio ruolo di forza catalizzatrice. Erano anche una nazione con una profonda tradizione militare.

Gli americani del XVIII e del XIX secolo amavano la pace ma credevano anche negli effetti potenzialmente benefici della guerra. “Nessuno, in questa nazione, desidera la pace più di me”, dichiarò Henry Clay prima della guerra con la Gran Bretagna nel 1812, “ma preferisco l’inquietante oceano della guerra, richiesto dall’onore e dall’indipendenza del paese, con tutte le sue calamità e le sue sofferenze, al tranquillo e putrescente stagno di una pace ignominiosa”. Qualche decennio dopo, Oliver Wendell Holmes Jr., il famoso giurista che aveva combattuto nella guerra civile (rimanendo ferito ben tre volte), osservò: “La guerra, mentre la combatti, è la cosa più orribile e stupida che ci sia. Soltanto dopo che è terminata ti accorgi che il suo messaggio era divino”. Gli americani di oggi non parlano più in questi termini, ma il loro atteggiamento nei confronti della guerra non è molto diverso. La nostra tradizione militare è rimasta sorprendentemente solida, soprattutto se confrontata con quella di quasi tutte le altre democrazie nell’epoca successiva alla Seconda guerra mondiale. Dal 1989 al 2003, ossia in un periodo di quattordici anni, con tre presidenti molti diversi, gli Stati Uniti hanno utilizzato un vasto numero di truppe o si sono impegnati in una campagna di bombardamento aereo e attacchi missilistici in nove differenti occasioni: a Panama (1989), in Somalia (1992), ad Haiti (1994), in Bosnia (1995-1996), in Kosovo (1999), in Afghanistan (2001) e in Iraq (1991, 1998, 2003). In media, si tratta di un intervento ogni diciannove mesi, vale a dire con una frequenza mai raggiunta in tutta la nostra storia. Gli americani sono praticamente la sola popolazione a credere nell’utilità e persino nella necessità della guerra come mezzo per ottenere giustizia. Numerosi sondaggi indicano che l’80 per cento degli americani ritiene che “in certe condizioni la guerra è necessaria per ottenere giustizia”. In Francia, Germania, Italia e Spagna la pensa in questo modo meno di un terzo della popolazione.

Come facciamo a riconciliare la spaccatura tra la nostra immagine preferita di noi stessi e la realtà dei fatti storici? Con difficoltà. Noi americani siamo, e siamo sempre stati, a disagio con la nostra potenza, la nostra ambizione e la nostra disponibilità a usare la forza per raggiungere i nostri obiettivi. Ciò che lo storico Gordon Wood ha definito il “repubblicanismo” profondamente radicato degli americani ci ha sempre reso sospettosi nei confronti del potere, anche quando si tratta del nostro stesso potere. Il nostro liberalismo illuministico, fondato sul riconoscimento dei diritti universali e dell’autodeterminazione, ci fa sentire a disagio nell’impiegare la nostra influenza, anche quando ritieniamo che sia per una giusta causa, privando altri popoli della propria libertà d’azione. La nostra coscienza religiosa ci fa disapprovare l’ambizione, sia quella individuale sia quella nazionale. La nostra visione democratica ci fa concepire l’“onore” come un concetto antiquato e non democratico. Questi dubbi, comunque, ben raramente riescono a impedirci di perseguire i nostri obiettivi, esattamente come il nostro sospetto nei confronti della ricchezza non ci impedisce di fare ogni sforzo per accumularla. Ma restiamo riluttanti a considerarci nello stesso modo in cui gli altri ci vedono. Ci costruiamo invece un’immagine più confortante del nostro passato. Oppure creiamo una idealizzata politica estera sulla base della quale confrontare il nostro attuale atteggiamento. Speriamo di poter tornare alle politiche di questo fantastico passato oppure di avvicinarci a un qualche immaginato ideale che ci permetta di riconquistare la nostra perduta innocenza. E’ una cosa più facile che affrontare la cruda verità: l’espansionismo dell’America e la sua ambizione al dominio politico, economico e strategico non sono aberrazioni rispetto alla nostra vera natura. Sono, invece, la nostra stessa natura.

Perché siamo fatti così? Per molti aspetti, abbiamo caratteristiche comuni a tutti i popoli della storia. Al pari di altri, gli americani hanno cercato il potere per raggiungere la prosperità, l’indipendenza, la sicurezza e altri vantaggi meno visibili. Insieme alla potenza americana è cresciuta anche l’ambizione degli americani. La potenza cambia il carattere delle nazioni, esattamente come cambia il carattere delle persone. Fa mutare la loro percezione del mondo e del proprio ruolo. Fa aumentare la convinzione di un diritto a ottenere ciò che ritengono necessario e fa diminuire la tolleranza nei confronti di qualsiasi ostacolo che si opponga al loro cammino. La potenza fa aumentare anche l’ambizione. Quando, all’alba del XIX secolo, acquisirono l’enorme territorio della Lousiana, raddoppiando le dimensioni della loro giovane nazione, gli americani non si sentirono appagati ma iniziarono immediatamente a desiderare altri territori al di là dei nuovi confini. Come osservò un diplomatico straniero, “da quando hanno acquisito la Lousiana, gli americani non sembrano più capaci di accettare barriere attorno a loro”. Ma, oltre alla tendenza, comune a tutti gli uomini, di desiderare maggiore potenza e influenza, gli americani sono stati lanciati sul mondo esterno anche da un altro fattore: la potente e rivoluzionaria ideologia del liberalismo, che essi proclamarono al momento della nascita della loro nazione. Anzi, è stato probabilmente il liberalismo, più di ogni altra cosa, a rendere gli Stati Uniti un paese così pieno di energie, teso all’espansione e a inserirsi negli affari di altri paesi.

Il liberalismo ha alimentato, nel XVIII e XIX secolo, la prodigiosa espansione territoriale e commerciale che ha reso gli Stati Uniti prima la potenza dominante in Nord America e poi in tutto il mondo. E ci è riuscito elevando i diritti dell’individuo al di sopra di quelli dello stato – dichiarando che tutti gli uomini avevano diritto alla vita, alla libertà, alla prosperità e al perseguimento della felicità, nonché insistendo sul fatto che il primo compito del governo era la salvaguardia di questi diritti. I leader politici americani non avevano altra scelta che permettere, e in certi casi sostenere, le pretese territoriali e commerciali dei loro cittadini, anche quando queste pretese riguardavano le terre o le acque di stranieri. Altri governi del XVIII e XIX secolo, guidati da monarchi assoluti, permisero l’espansione nazionale soltanto quando serviva gli interessi dinastici – e, come fece Napoleone nel Nuovo Mondo, la impedivano quando invece non serviva a questi interessi. Quando il re d'Inghilterra cercò di frenare l'espansionismo territoriale e commerciale, i suoi sudditi anglo-americani si ribellarono e stabilirono un governo che non li avrebbe posto ostacoli. Sotto questo punto di vista, la più importante dichiarazione di politica estera nella storia degli Stati Uniti non è il discorso d'addio di George Washington o la Dottrina Monroe, ma la Dichiarazione d'Indipendenza e gli ideali illuministici che pose al centro della nazione americana. La concreta realizzazione di questi ideali rappresentò un nuovo e radicale punto di partenza per il governo e determinò inevitabilmente un nuovo indirizzò in politica estera.

Il liberalismo non stimolò soltanto l'espansione territoriale e commerciale, ma ne fornì anche una giustificazione ideologica: espandendosi sul piano territoriale, commerciale, politico e culturale, gli americani credevano di portare la civiltà moderna e la "benedizione della libertà" a ogni nazione con la quale entravano in contatto. Come disse Jefferson a un capo indiano: "Noi, fratello, desideriamo, più di ogni altra cosa, di insegnarvi tutto ciò che conosciamo. Vogliamo che voi impariate tutte le nostre arti e diventiate saggi e ricchi". In una forma o nell'altra, gli americani hanno continuato a fare le loro offerte di insegnamento in tutto il mondo.

Fin dall'inizio gli americani hanno giudicato il mondo sulla base esclusiva dei presupposti del liberalismo. Tra questi presupposti c'era, in particolare, la convinzione in quella che la Dichiarazione d'Indipendenza definiva l'universalità "evidente" di certe verità fondamentali: non soltanto che tutti gli uomini erano stati creati uguali e dotati da Dio di diritti inalienabili, ma anche che i soli governi legittimi erano quelli che derivavano il proprio potere "dal consenso dei governati". Secondo la Dichiarazione, "quando un governo impedisce la realizzazione di questi obiettivi, il popolo ha il diritto di modificarlo o persino di abolirlo". Questa visione del mondo non lascia spazio alla possibilità di verità alternative. Gli americani, nel corso dei secoli, hanno accettato l'esistenza di distinzioni culturali sulla base delle quali altri popoli scelgono forme di governo diverse. Ma non hanno mai accettato la legittimità di governi dispotici, indipendentemente da quanto fossero radicati nella cultura di un determinato popolo. Di conseguenza, hanno sempre considerato questo genere di governi come transitori. E quindi, ovunque abbiano rivolto il proprio sguardo, gli americani hanno sempre riconosciuto la possibilità e l'auspicabilità del cambiamento.

Il concetto del progresso è un elemento cardine del liberalismo. Più di ogni altro popolo, gli americani hanno una visione della storia fondata su questo concetto e giudicano le altre nazioni in base alla posizione che occupano sulla strada del progresso. I russi, secondo Roosevelt, erano "dietro ai tedeschi, proprio come i tedeschi sono dietro di noi... ma procediamo tutti sulla stessa strada, qualcuno più veloce e altri più lentamente". Per quanto il linguaggio di Roosevelt possa suonare antiquato, la nostra odierna prospettiva non è molto diversa. Sebbene possano non essere d'accordo sul ritmo del progresso, quasi tutti gli americani ritengono che sia allo stesso tempo inevitabile e auspicabile. Noi americani concordiamo in genere sul fatto che bisogna aiutare le altre nazioni a realizzare il proprio sviluppo politico ed economico. Ma sviluppo in quale direzione, se non verso quell'ideale democratico e liberale che è l'essenza del nostro nazionalismo? La "grande battaglia della nostra epoca", come disse Madison negli anni Venti dell'Ottocento, si combatte "tra la libertà e il dispotismo". Poiché i diritti dell'uomo erano stati scritti "dalla stessa mano di Dio", come disse Hamilton, questa battaglia non poteva che avere un solo esito. Da qui alla convinzione che gli interessi degli Stati Uniti siano praticamente coincidenti con quelli di tutto il mondo il passo è breve. "La causa dell'America è, in larga misura, la causa di tutta l'umanità", dichiarò Thomas Paine al tempo della rivoluzione. Herman Melville scrisse che, per gli Americani, "l'egoismo nazionale è un'illimitata filantropia". E altrattanto breve è il passo per arrivare alla convinzione che gli Stati Uniti avevano un ruolo speciale, e addirittura unico come catalizzatore per l'evoluzione dell'umanità. "I diritti affermati dai nostri padri fondatori - proclamò Seward - erano i diritti comuni di tutta l'umanità". Perciò, gli Stati Uniti avevano il dovere "di rinnovare le condizioni dell'umanità" e guidare "la riconsegna universale del potere nelle mani dei governati". Qualche decennio prima, John Quincy Adams aveva osservato con orgoglio che gli Stati Uniti erano la fonte di idee che facevano "traballare il trono di ogni monarca europeo come se fosse colpito da una scossa di terremoto". Lodando la rivoluzione americana, esortò tutti gli individui sudditi di monarchi dispotici a sollevarsi e fare ciò che avevano fatto gli americani.

Un ministro russo, sconcertato da questo "appello alle nazioni d'Europa affinché si ribellino contro i propri governi", fece notare l'ipocrisia del messaggio di Adams domandando: "Che dire allora dei vostri due milioni di schiavi neri?". Per l'appunto: gli stessi Stati Uniti che invocavano la rivoluzione globale in nome della libertà furono, per tutti i primi ottant'annni della loro storia, i principali difensori del dispotismo razziale. Il sud schiavista era una brutale tirannia, quasi totalitaristica nel suo tentativo di controllare il pensiero e il comportamento individuale non soltanto dei neri ma anche dei bianchi. Buona parte dell'espansione territoriale statunitense nel XIX secolo (compresa la guerra messicana, grazie alla quale furono acquisite la regione sudoccidentale e la California) fu guidata da schiavisti, che desideravano nuovi territori sui quali imporre il loro dispotico sistema.

Alla fine, l'abolizione della schiavitù fù un evento di importanza fondamentale per la definizione della politica estera statunitense: rafforzò la tendenza americana al moralismo liberale nella conduzione degli affari esteri. La battaglia degli stati del nord contro lo schiavismo, culminata nella Guerra civile, fu la prima crociata morale dell'America. La sconfitta militare degli schiavisti del sud fu la prima guerra di conquista ideologica combattuta dall'America. E alla vittoria seguì il primo tentativo di occupazione e di "nation building" democratico. L'effetto di questo scontro fu quello di intensificare l'impegno americano nei confronti dell'universalità dei diritti e di riaffermare il valore della Dichiarazione d'Indipendenza come documento fondamentale della nazione americana, più ancora della Costituzione (con la sua tacita accettazione dello schiavismo). La Guerra civile incardinò nella mentalità americana, o almeno in quella degli stati del nord, l'idea della guerra giusta: una guerra combattuta per ragioni morali i cui obiettivi possono essere realizzati soltanto per mezzo di un intervento militare.

Questa idea portò alla guerra con la Spagna nel 1898, una delle più popolari in tutta la storia degli Stati Uniti. Appoggiata da entrambi i partiti politici, da uomini come William Jennings Bryan e Andrew Carnegie, da repubblicani della costa orientale come Henry Cabot Lodge, dai populisti radicali e dai leader sindacali. Anche se non è scritto nella maggior parte degli attuali libri di storia, il conflitto fu scatenato principalmente per ragioni umanitarie. La gerra civile a Cuba e le brutali politiche del governo spagnolo - in particolare la chiusura della popolazione civile in campi di "concentramento" - aveva causato la morte di 300 mila persone, vale a dire un quinto della popolazione cubana. La maggior parte delle vittime erano donne, bambini e persone anziane. Lodge e molti altri politici americani sostennero che gli Stati Uniti avevano la responsabilità di difendere il popolo cubano dall'oppressione spagnola proprio perché avevano la forza per farlo. "Ce ne rimaniamo immobili, un grande e potente paese a meno di sei ore di distanza dalla scena di questi inutili e sanguinosi massacri", proclamò Lodge, aggiungendo che, se gli Stati Uniti "si fondano veramente sui principi dell'umanità e della civiltà, dovrebbero esercitare tutta la loro influenza per porre fine alla guerra che sta devastando Cuba e ridare a quest'isola la pace, la libertà e l'indipendenza". La stragrande maggioranza della nazione fu d'accordo. L'intervento degli Stati Uniti pose fine alle sofferenze e salvò la vita a migliaia di persone. Quando John Hay la definì una "piccola splendida guerra", non fu a causa della strepitosa vittoria militare: Hay non era affatto un militarista. Erano gli scopi e i risultati della guerra che apparivano nobili e splendidi. Era anche vero che gli Stati Uniti avevano ragioni materiali ben precise per questa guerra: interessi commerciali a Cuba, così come il desiderio di escludere la Spagna dall'emisfero occidentale e stabilire il proprio predominio in tutta la regione. Quasi tutta l'Europa condannò gli Stati Uniti definendoli egoisti e aggressivi, senza riconoscere in alcun modo le ragioni umanitarie. Per di più, la guerra determinò un certo numero di conseguenze impreviste e, per molti di coloro che l'avevano idealisticamente appoggiata, estremamente frustranti. Portò infatti all'acquisizione delle Filippine e a una guerra, tutt'altra che splendida, contro i filippini che volevano l'indipendenza. Determinò anche una benintenzionata, ma in definitiva deludente e lunga occupazione di Cuba, destinata a ossessionare gli Americani per almeno un secolo. E riaccese un vecchio dibattito sull'orientamento della politica estera statunitense, simile a quello di oggi.

Esattamente come allora, l'uso della potenza americana per scopi liberali è sottopposto a forti critiche interne: avvertimenti contro l'arroganza, l'hubris, l'eccessivo idealismo e l'"imperialismo". Per tutto il corso dei secoli XVIII e XIX, i conservatori appartenenti alla tradizione repubblicana di Patrick Henry hanno temuti gli effetti in patria delle politiche espansionistiche. Prevedevano, a ragione, che una decisa politica estera richiedeva un forte governo federale che - a loro giudizio - significava necessariamente un'intromissione nei diritti e nelle libertà dei singoli individui. I conservatori degli stati schiavistici del sud erano i grandi realisti del XIX secolo. Si opponevano al moralismo, temendo giustamente che avrebbe portato all'abolizione dello schiavismo. Come disse Jefferson Davis, "non siamo impegnati in una donchisciottesca lotta per i diritti dell'uomo. La nostra battaglia è per i diritti acquisiti... Noi siamo conservatori". Alla fine del secolo, quando ormai gli americani si stavano lanciando entusiasticamente sul Pacifico, Walter Q. Gresham (il dimenticato segretario di stato di Grover Cleveland) avvertì che "ogni nazione, e in particolare ogni nazione potente, deve essere consapevole dell'impulso a occuparsi di problemi che non la riguardano, tranne che su un piano del tutto teorico. Tenere a freno questo impulso non è soltanto una cosa saggia ma un dovere che abbiamo nei confronti del mondo, come esempio della forza, della moderazione e della bontà del governo popolare".

Tuttavia, proprio come il progressismo e il big government hanno in genere trionfato nella conduzione degli affari interni, l'approccio liberale ha invece trionfato nei confronti del mondo esterno. Henry non è riuscito a sconfiggere la Costituzione. Il realismo del sud è stato sconfitto dall'idealismo del nord. I critici della politica estera liberale (conservatori, realisti o politici di sinistra) sono raramente riusciti a spingere gli Stati Uniti in una direzione diversa. Questo approccio ha permesso di raggiungere alcuni risultati di storica importanza (la sconfitta del nazismo tedesco, dell'imperialismo giapponese e del comunismo sovietico), ma anche un certo numero di gravi fallimenti. Ma non bisogna pensare che i primi siano il frutto di un'America buona e i secondi di un'America cattiva. Sono tutti il frutto della stessa America. I successi, esattamente come i fallimenti, sono il frutto di quelle qualità che spesso ci rendono smaniosi e irrequieti: la nostra disponibilità a usare la potenza, la nostra ambizione e il nostro senso dell'onore, la nostra energia nel difendere sia i nostri interessi sia i nostri principi, la nostra insoddisfazione per lo status quo e la nostra convinzione nella possibilità del cambiamento. E, nelle sconfitte come nelle vittorie, siamo rimasti per molti versi una nazione "pericolosa": pericolosa per le tirannie, per coloro che rifiutano la nostra forma di liberalismo, per coloro che temono il nostro spirito combattivo e il nostro thumos, e, infine, per tutti coloro che (americani compresi) preferirebbero un ordine internazionale non fondato sulla potenza dominante, spesso in modo eccessivo, degli Stati Uniti. Ci sembra utile discutere se un diverso ordine internazionale o un diverso genere di America possano essere preferibili. Ma è importante che tale dibattito sul nostro futuro si svolga senza avere illusioni sul nostro passato.

 

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