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da il foglio
del 13 febbraio 2007

Una legge figlia del cattolicesimo democratico e della sua “scelta religiosa”

Son 30 anni che la Bindi prepara i DICO

di Luigi Amicone



Quello della famiglia su cui Papa e Cei usano toni così duri non è un problema di morale sessuale, ma una sfida di carattere globale.

Scelsero la fresca ombra della religione, ma le linee telefoniche con la politica del laicato cattolico adulto erano rimaste dirette e bollenti.


Se non fosse per il suo schematismo datato, questo eterno provincialismo tendente a ridurre le polemiche di civiltà all’ombelico delle relazioni tra uno staterello del Mediterraneo e una chiesa universale bimillenaria, l’angoscia dei laici corsi al capezzale di Prodi sarebbe del tutto comprensibile. Il fatto è che il problema esploso “in quel cautissimo atto di governo che porta la firma d’un premier cattolicissimo, redatto da un cattolicissimo ministro”, per dirla con il Fondatore di Repubblica, va molto al di là della bagatellare vicenda italiana e pone la chiesa di Benedetto XVI, come quivi si lesse, “alla controffensiva generale sui grandi temi globali del neosecolarismo come ideologia guida dell’occidente”. Spiace dirlo, ma il giochetto psicologico dei superlativi scalfariani e il vecchio adagio dell’“ingerenza clerico-fascista” sembrano armi spuntate, adesso. Prodi, cercando di far malleva sulla tradizione culturale egemonica nella chiesa italiana (grazie a una interpretazione “progressista” del Vaticano II, quella che pone l’accento sulla “carità” a scapito della “verità”), ha provato a convincere Papa Ratzinger spiegando gli sgangherati pacs all’italiana come un “male minore”, un compromesso necessario per salvare la capra di un governo eticamente sbilanciato su correntoni Ds, rosapugnanti e rifondaroli, col cavolo martiniano delle attenzioni e tutele giuridiche per i diversi, i deboli, gli ultimi eccetera.


Il saggio di Alberto Melloni

In questo senso la sirena più suadente si è ancora una volta rivelata nella prosa del professor Alberto Melloni. Che con un piccolo ma ben tornito saggio petrarchesco, psicologico, colto, raffinato, ci ha dato la cifra dell’arte retorica posseduta da quanti provano a tirare il Papa della “Deus caritas est” dalla parte secolarista. In nome di che? Ma certo, nel nome di “una generazione nella quale molti si sono costruiti un ‘matrimonio a tappe’: nel quale la convivenza appare e scompare, nel quale anche la sanzione ‘contestuale’ d’una unione può costituire una soglia, e nella quale può darsi arrivi poi un matrimonio un po’ meno appicicaticcio di quelli stipulati negli ultimi tempi in chiesa e in comune, e che, secondo Chiara Saraceno, durano in media quattro (diconsi quattro!) anni”. Il meglio che possa dire questa parte di cattolicesimo che ammicca a Lutero senza coglierne il pensiero forte e le conseguenze radicali, sono appunto le constatazioni del professor Melloni. E’ tutto? No, non è tutto. Perché qui il veleno non sta nell’istanza vagamente protestante che invece potrebbe riflettersi in un saggio come quello che il professore ha dedicato a “chiesa madre e matrigna”. Qui il veleno sta nell’astuta e toccante divagazione. Infatti che c’entrano le constatazioni di sociologia della religione con il giudizio (“nettamente negativo”) sui pacs all’italiana, a cui la chiesa si oppone non perché danneggiano la famiglia cristiana, ma perché la chiesa (e anche Pierluigi Battista) ritiene siano destinati a produrre “sul cruciale piano delle politiche sociali e di solidarietà problemi più gravi di quelli che ci si ripromette di affrontare”? Insomma, fingono di non capire che il problema a cui richiama la chiesa non è né religioso, né psicologico né diplomatico. Fingono o tacciono il problema che il “non possumus” interpella ogni laico perché è semplicemente una sfida di carattere globale, razionale, politico, antropologico e sociale.

Perché infatti Cei e Papa tengono duro e, anzi, accentuano la pressione sulla linea del logos di Regensburg? Ma è chiaro. E’ come se ci dicessero: forse non ci siamo capiti, ma il matrimonio e la famiglia non li abbiamo inventati noi. Il matrimonio non l’ha inventato Ruini e la famiglia non è “la prima cellula della società” (o per dirla con Palmiro Togliatti, a cui si deve la definizione dell’articolo 29 della Costituzione italiana, “società naturale fondata sul matrimonio”) perché lo dice Ratzinger. Matrimonio e famiglia non servono per salvare l’anima nell’al di là, ma a salvare una comunità politica nell’al di qua. Matrimonio e famiglia sono le istituzioni che accompagnano l’uomo da quando l’uomo è uscito dalla caverna e, diversamente dalle formiche e dagli oranghi, da che l’uomo ha inventato quella cosa che sia chiama polis. Matrimonio e famiglia sono istituti alla base di tutte le civiltà e qualcosa che ha a che vedere con il primato anche giuridico occidentale, anch’esso di radice greco-romana, pagana, giudaica e cristiana. Queste sono le cose semplici, elementari e laiche svicolate nella conversazione pubblica e, purtroppo, da tanti cattolici. Tutto l’intervenire, scrivere, giudicare della chiesa non è tanto per sorreggere il moccolo alla famiglia cristiana. Che è in crisi come sono in crisi tutte le buone famiglie di questo mondo. La chiesa dà battaglia per difendere ragione ed evidenza di alcuni dati elementari, fattuali e umani. Dà battaglia per dire ai laici che è venuto il momento di tirare fuori le palle. Perché conviene anzitutto alla società laica la sopravvivenza dell’istituto civile matrimoniale e familiare. Perché conviene al mondo secolarizzato che non proliferino unioni sbrindellate fino al parossismo del matrimonio gay e dell’abolizione del nome del padre e della madre. Perché spetta ai laici difendere il mondo comune della paternità e maternità certificata in doveri certi e concreti oltre che in diritti incerti e astratti. Perché come già fa con la nozione di “sviluppo sostenibile”, anche con i diritti la società si trova nell’evidente necessità di fissare una soglia di “sostenibilità”. Chiaro che ciascuno e tutti siamo portatori sani di diritti. Ma non siamo in paradiso e si capisce che uno stato non può correre appresso a diritti infiniti.

Non è per questioni di morale sessuale o matrimoniale che la chiesa si mette in mezzo anche in questo affare di similpacs. La chiesa conosce la sua storia. Sa che una certa Teodora, ad esempio, al tempo in cui non si poteva far altro che il matrimonio, essendo lei figura del primo monachesimo femminile (che precede quello maschile), dunque l’antesignana di Rosy Bindi, piuttosto che sposarsi come imponeva la legge civile dell’epoca, preferì, come usava allora per le renitenti al matrimonio, farsi condannare al postribolo. La chiesa non ha affari privati da difendere in questa storia. Tant’è che san Paolo, quello che è accusato di essere il vero fondatore del cattolicesimo, consigliava di non sposarsi e di vivere dedicati soltanto alla gloria di Cristo nel mondo. Diceva anche che matrimonio e famiglia sono soltanto un rimedio al bruciare dei sensi. Dunque la chiesa non difende il matrimonio e la famiglia perché cristiani, ma perché innanzitutto convenienti alla sopravvivenza della specie e della comunità umana. Stessa cosa valga per i sodomiti. Ce n’erano e ce ne sono, come dimostrano le cronache su preti e dintorni, anche nella chiesa. E’ normale. Ma non per questo la chiesa li può approvare. E ciò per la semplice, empirica, razionale considerazione che l’ordine della natura e della società non può conformarsi a un modello che, di fatto, con tutto il sentimento possibile del caso, proclamerebbe la pratica estinzione del mondo. Insomma, benché non se lo auguri, la chiesa non ha mai avuto il timore né di finire in pasto ai leoni, né di andare in guerra nelle legioni di Cesare. Se oggi pone con forza la questione dell’ordinata alleanza uomo-donna e della sua naturale forma giuridica che è la famiglia, lo fa consapevole di andare sotto nei sondaggi, nelle fiction, in tutti i mezzi di comunicazione (occidentali). Lo fa, perché la chiesa non è legata all’ora e al giorno del culto della religione del sentimento fluido o dell’orientamento trasgender. Lo fa perché è legata al passato, al presente e al futuro del mondo. Di qui, in un certo senso si capisce perché questo Papa stia simpatico perfino agli ortodossi e presto, così si dice, potrebbe riuscirgli ciò in cui ha fallito persino il suo gigantesco predecessore, cioè una storica visita a Mosca. Si capisce, tale simpatia, anche da cose marginali. Come l’ostinato diniego russo a ospitare gaypride sul suo territorio. Un radicale niet che quel fenomeno di Putin non giustifica come ha giustificato il suo sindaco di Mosca, in quanto “atto satanico, veleno moralmente mortale per i bambini”. No, non ha detto perché “Mosca non è Sodoma”, ma, dice Putin, perché “il nocciolo del problema è che la Russia ha un problema demografico, e questo è tutto”.

Ora, per tornare alle immagini che Repubblica cerca di sfocare facendole passare per un vecchio scontro tra laici e clericali, fissate bene quelle due foto d’epoca. Rosy Bindi che dà sfogo a tutta la sua amarezza nei confronti della chiesa, la sua chiesa, che non ha capito la sua intelligente e profonda opera di mediazione con correntoni, rosapugnoni e ricomunisti. Fissate bene quello scatto che immortala il nostro presidente del Consiglio alla messa, il giorno dopo l’approvazione dei piccoli pacs, nell’atto devoto di ricevere la comunione sotto lo sguardo religioso e compunto di un giovane chierichetto di Sant’Egidio. Aveva capito tutto Ezio Mauro, che due giorni prima del patatrac, il giorno dopo il “non possumus” dell’Avvenire, aveva cercato di correre in disperato soccorso democrat. Niente da fare. Per il dossettiano è davvero finita la stagione della convivenza, ambigua, ma protetta da schiere di colletti bianchi, chierici e vescovi “amici”, con Pietro, il Papa, al quale ovviamente si può sempre disobbedire e opporre altra verità, ma senza il quale non ci si può più dire obbedienti alla chiesa. A suo modo l’opzione per “la scelta religiosa” fatta dalla più istituzionale e ufficiale delle associazioni cattoliche agli inizi degli anni Settanta era stata un’operazione geniale. Separate le sfere del privato e del pubblico, la “laicità” intesa come “autonomia” dalla fede, e una fede ridotta a “ispirazione” amica dell’uomo, e di un’amicizia analoga a quella che possiamo avere noi con Adamo ed Eva, tanto cara ai Lazzati e Dossetti, quell’idea di laicità ha attivato per decenni un alibi portentoso. Manteneva i professanti il maritainismo politico nell’aureola mistica, devota, ortodossa verso santa madre chiesa e, al tempo stesso, dava loro mani libere per operare da principi di questo mondo. Quando Paolo VI intuì l’equivoco era tardi. Il suo pontificato volgeva al termine e il proiettarsi dell’ombra cupa di un cristianesimo disincarnato ma fedele segugio delle forze storiche del potere mondano, forse ne affrettò anche la morte. Certo che “un pensiero non cattolico” si stava insinuando dentro la chiesa. Certo che un odore di zolfo (usò proprio quelle parole Paolo VI “fumo di satana”) si andava diffondendo nei sacri palazzi e in quei grandi convegni che nel nome del Vaticano II e dell’aggiornamento e della promozione umana, scardinavano il pensiero cattolico. Ma per trent’anni l’equivoco funzionò. Ruini poteva essere considerato un amico e sodale dagli stessi che dal giorno in cui ha fatto irruzione sulla scena politica il meteorite Berlusconi è visto come il diavolo. E nonostante il pontificato del polacco detestato da Dossetti, sia dentro le curie di chiesa, sia nella Dc, il cattolico-democratico faceva il suo regolare corso d’onore fino ai gradini più alti, nelle partecipazioni statali come nelle curie arcivescovili. Avevano scelto la fresca ombra della religione, ma le linee telefoniche con la politica erano rimaste dirette e bollenti. Avevano la Dc, potevano lasciare che fossero quei pazzi ciellini a fare tutte le battaglie “etiche” ordinate dalla chiesa. Dal divorzio all’aborto, loro potevano nascondersi o glissare. Come mai non erano in piazza negli anni Settanta? Perché avevano fatto la “scelta religiosa”. Detto questo è chiaro che non hanno mai condiviso queste cose pannelliane.


Un lungo equivoco

Ma l’equivoco è andato avanti a lungo, mentre il moralismo clerical-fascista degli anni Cinquanta e Sessanta si trasformava negli anni Ottanta e Novanta in un moralismo eguale anche se di segno opposto. Una volta erano i comandamenti legati al sesso a fare “indignazione”. Adesso, di comandamenti ne è rimasto praticamente solo uno, non rubare. Quelli della scelta religiosa erano gli stessi della Dc di sinistra, quelli del moderno potere bancario al nord e delle sempiterne clientele statali al sud. Il punto di congiunzione più alto fu la Dc demitiana del 1987, sostenuta in chiave anticraxiana dalla Repubblica di Scalfari e poi risparmiata dal repulisti di tangentopoli. D’altronde agli inizi del 1990 perfino Massimo D’Alema era di casa ai convegni della Fuci e la congiunzione astrale tra borrelliani e martiniani fu in certo qual senso provvidenziale, oltre che necessaria. Se Milano era infatti una città da bere, non si può dire che la principale curia lombarda fosse domiciliata su Marte. Ma insomma, il cardinal Martini spedì la sua bella letterina privata alla vedova di Bettino, ma si guardò bene da non seguitare in quella linea di dialogo preferenziale, naturalmente spirituale e apostolico, prima con il partito di cui Enrico Berlinguer aveva dipinto a Scalfari la superiorità antropologica delle “mani pulite” (fu un'intervista del 1981), poi con quella magistratura combattente che sulla base di una ragione molto sociale aprì un’azienda giusto nel tribunale di Milano. Tutto ciò è durato fino al referendum sulla legge 40. Dove la scelta religiosa dei “cattolicissimi” riuscì ancora una volta a scantonarla grazie alla riaffermazione della buona, vecchia, saggia libertà di coscienza. Su cosa ti vanno a cadere? Dove succede l’incidente, adesso? Ma pensa te, succede su questa pinzillacchera del Dico. Su una leggina da ragionieri della partita doppia che, forse fingendo di non capire o forse non capendo proprio la lezione ratzingeriana, crede di cavarsela con il comico escamotage della raccomandata spedita al compagno/a di coppia di fatto e la dichiarazione “contestuale” (non “congiunta”), del piccolo pacs. Eh, sì, ha ragione il direttore di questo giornale. Se è vero che le leggi informano la cultura, è vero anche il contrario. Di qui il sillogismo perfetto: la “legge Bindi” altro non è che figlia più che legittima di una certa cultura cattolica. Che cominciò con la scelta religiosa, passò per la Dc di sinistra, continuò dopo Tangentopoli in quella forma di cesaropapismo che è la religione della Costituzione. E ora compie la sua parabola facendosi assorbire nella religione della secolarizzazione (sia pur moderatamente, si intende, il cattolico è il moderato per antonomasia). In un certo senso è anche il capolavoro di Marco Pannella. In un certo senso, si capisce. Perché, si capisce, nonostante sia quella pochezza che è, la leggina Bindi ha un valore simbolico devastante. Chissà se Prodi ne è consapevole. Pannella secondo me sì. Non ha ottenuto le stelle della rivoluzione zapateriana che auspica. Ma è chiaro, stilato il suo programma ultrasecolarista, aver ottenuto il risultato di aver costretto il leader “cattolicissimo” dell’Unione a dire di no a Benedetto XVI e alla Cei, è una vittoria storica. Dunque, per il dossettismo è la fine di una grande storia. Mentre per la chiesa di Ratzinger e per una minoranza ateo-ratzingeriana, anarco-resurrezionalista, femminista alla Evelyne Sullerot o comunista alla Pietro Barcellona, prosegue l’affascinante confronto-scontro con la postmodernità. Con il professore Papa è davvero finito il tempo degli equivoci e degli alcol forti dell’ideologia? Chissà. Certo è che con Benedetto XVI è venuto il tempo della ragione, dell’amicizia e persino dell’incertezza e dell’ironia dentro e fuori la chiesa. Come chiamarlo se non il tempo della sana e consapevole laicità?

 

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