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da il foglio
del 18 settembre 2007

Sul fronte interno ha annunciato tutte le riforme (e i rivali sottolineano “annunciato”), sul fronte internazionale ha rimesso la Francia al centro dell’Europa (e non solo)

Sarkozy in moto perpetuo al di qua e al di là delle Alpi

Dal suo arrivo all’Eliseo, il 17 maggio scorso, non è passato giorno senza che venisse annunciata una nuova iniziativa, l’istituzione di un comitato, una riforma, una rottura, una piccola o grande rivoluzione

di David Carretta



Piace il metodo liberalcolbertista e un po’ autoritario, perché il declino e l’insicurezza erano insopportabili per una società conservatrice come quella francese

Il presidente rifiuta la “legge dei cento giorni” di Milton Friedman, secondo cui tutte le riforme devono essere fatte nei primi quattro mesi di legislatura perché poi tornerà a regnare la “tirannia dello status quo”

Il metodo Sarkozy è quello del “riformismo permanente”, spiega Charles Jaigu, giornalista politico al Figaro: “Come il cuoco di un grande ristorante, vuole preparare allo stesso tempo l’antipasto, il dessert e il piatto principale”. Ma attenzione: preparare, non servire in tavola

“L’errore”, scrive Sarkozy in Temoignage, sarebbe “di fare una riforma dopo l’altra. Con questo sistema ci si ferma spesso alla seconda riforma, esausti per le battaglie intraprese per la prima contro i corporativismi”

Per Sarkozy, la liberté è una precondizione dell’égalité e della fraternité

Sin dall’arrivo all’Eliseo, Sarkozy ha operato per uscire dall’isolamento seguito all’opposizione alla guerra in Iraq e a quella dei francesi al Trattato costituzionale europeo

Sarkozy e Merkel – con il britannico Gordon Brown – incarnano una nuova generazione di leader in Europa che, dismesso l’europeismo di maniera, hanno abbracciato il pragmatismo delle alleanze fondate sull’interesse reciproco

L’ex ministro laburista Denis MacShane spiega che questo “triciclo offre la prospettiva di un’Europa con una nuova politica estera coerente ed efficace dopo le disastrose divisioni e i rancori personali degli ultimi anni”

In medio oriente e nel dossier del nucleare iraniano, i battibecchi intraeuropei e gli spesso inutili viaggi di Javier Solana sono stati sostituiti da una diplomazia comune più discreta, più dura e, soprattutto, in sintonia con gli Stati Uniti


Non fermarsi mai, far muovere le cose, aprire tutti i fronti contemporaneamente, intervenire su ciascun dossier, essere sempre in prima linea: se c’è una cosa che non si può rimproverare all’iperpresidente – iperattivo, ipercomunicativo, iperenergico, iperamato e ipercriticato – Nicolas Sarkozy è l’immobilismo. Dal suo arrivo all’Eliseo, il 17 maggio scorso, non è passato giorno senza che venisse annunciata una nuova iniziativa, l’istituzione di un comitato, una riforma, una rottura, una piccola o grande rivoluzione. Sul fronte interno come su quello internazionale. Dopo aver incontrato i sindacati, oggi Sarkozy traccerà le grandi linee della sua politica sociale e di una riforma chiave a alto rischio: l’armonizzazione dei regimi speciali pensionistici, garantiti ai dipendenti delle imprese statali ed ex pubbliche. Nel 1995, l’allora primo ministro, Alain Juppé, fu costretto a rinunciarvi dopo tre mesi di manifestazioni sindacali e paralisi del paese. Questa volta “l’azione del governo deve appoggiarsi sul dialogo sociale”, spiega Raymond Soubie, consigliere sociale dell’Eliseo. Ma la concertazione “non deve essere organizzata con tempi tali da ostacolare” Sarkozy e il suo primo ministro, François Fillon. In assenza di un negoziato rapido, il governo andrà avanti da solo.

Più che un presidente, Sarkozy appare come un candidato alla perpetua ricerca di un consenso che già ha, ma che non gli basta mai, grazie all’effetto dell’annuncio, della promessa e dell’impegno. In effetti, è “il futuro” la dimensione temporale in cui vive il presidente francese. La scrittrice Yasmina Reza, nel suo libro che racconta il candidato presidenziale Sarkozy “L’aube le soir ou la nuit”, lo descrive come un uomo la cui relazione con il tempo è quella di un’inquietudine perpetua, sempre proiettata “al dopo, al domani”. Nella Francia che nell’ultimo ventennio – la fine dell’era Mitterrand e i due mandati di Jacques Chirac – ha vissuto nell’immobilismo nostalgico del passato, il futuro è la chiave del successo del perenne candidato Sarkozy. E sul futuro promesso ai francesi il candidato presidente, che Sarkozy tornerà a essere tra quattro anni, sa di giocarsi la presidenza e il destino della Francia.

I primi cento giorni del presidente sono piaciuti ai francesi. Nei sondaggi, Sarkozy ha mantenuto un tasso di popolarità che i suoi predecessori – generale De Gaulle escluso – gli avrebbero invidiato. Piace il metodo di un presidente impegnato in prima persona, fuori dalla cinta segreta dell’Eliseo e non più politicamente nascosto dietro a un primo ministro, che ora svolge il ruolo di capo gabinetto presidenziale. Piace il metodo liberalcolbertista e un po’ autoritario, perché il declino e l’insicurezza erano insopportabili per una società conservatrice come quella francese. L’elenco delle iniziative messe in cantiere da Sarkozy per far smuovere la Francia è lungo. Quello delle cose fatte, molto meno. Dietro alla valanga di annunci, alla creazione di comitati e commissioni, al “movimento permanente per dare l’impressione dell’azione permanente” – come ha scritto Eric Zemmour del Figaro – di concreto sul fronte interno finora ci sono “solo” quattro leggi: il “pacchetto fiscale”, l’instaurazione del servizio minimo garantito, la riforma delle università e la legge sui criminali recidivi. Colpa dei tempi del sistema istituzionale francese che manda in vacanza troppo presto il Parlamento. Ma anche di una strategia pianificata da Sarkozy. Nel suo libro “Temoignage”, il presidente rifiuta la “legge dei cento giorni” di Milton Friedman, secondo cui tutte le riforme devono essere fatte nei primi quattro mesi di legislatura perché poi tornerà a regnare la “tirannia dello status quo”.

Il metodo Sarkozy è però quello del “riformismo permanente”, spiega Charles Jaigu, giornalista politico al Figaro: “Come il cuoco di un grande ristorante, vuole preparare allo stesso tempo l’antipasto, il dessert e il piatto principale”. Ma attenzione: preparare, non servire in tavola. Nel menù politico di questo autunno ci sono l’ambiente, la riforma dei regimi pensionistici speciali, la liberalizzazione dei contratti di lavoro, nuove misure per rilanciare la crescita economica e la revisione della Costituzione. “L’errore”, scrive Sarkozy in Temoignage, sarebbe “di fare una riforma dopo l’altra. Con questo sistema ci si ferma spesso alla seconda riforma, esausti per le battaglie intraprese per la prima contro i corporativismi”. Meglio annunciarle tutte insieme e spalmare la loro attuazione sui cinque anni del mandato presidenziale. Rimane il fatto che – come ha scritto l’Economist – “il profumo” degli stuzzichini già serviti e dei piatti preparati dal cuoco Sarkozy “è delizioso. È ora di servire l’arrosto”.

Delle misure finora adottate dal Parlamento la più significativa è il cosiddetto “pacchetto fiscale”, la legge “sul lavoro, l’occupazione e il potere d’acquisto”. I destinatari sono le classi medie che lo hanno votato, l’impronta è liberale. Il mercato del lavoro viene relativamente liberalizzato, colpendo le 35 ore grazie alla defiscalizzazione degli straordinari. Le tasse scendono con l’abolizione parziale dell’imposta di successione, la riduzione dello scudo fiscale dal 60 al 50 per cento e la detassazione degli studenti-lavoratori. Il potere d’acquisto aumenta con il credito d’imposta sugli interessi sui mutui. I 23 miliardi di euro che costerà il pacchetto fiscale nel prossimo biennio dovrebbero essere compensati dalle maggiori entrate generate dall’aumento dei consumi interni. Siccome i francesi medi, oltre che più ricchi, vogliono sentirsi più sicuri, c’è la legge sulla recidiva, che instaura pene minime per i plurirecidivi, esclude benefici per i minorenni che si macchiano di più reati e impone cure mediche per i delinquenti sessuali. La riforma delle Università serve a riconnettere il mondo accademico con quello economico, attraverso più autonomia per atenei che siano meno statalizzati. La legge sul servizio minimo garantito è un avvertimento ai sindacati in vista delle probabili battaglie d’autunno su pensioni e liberalizzazioni: questa volta non sarà possibile paralizzare la Francia.

Bastano le prime leggi a sintetizzare i cento giorni di Sarkozy? No, perché, in realtà, il presidente francese ha fatto molte cose anche fuori dal quadro strettamente legislativo. La politica industriale ne è l’esempio più evidente: con la fusione tra Gaz de France e Suez, in un sol colpo Sarkozy ha privatizzato Gdf ed è diventato il primo azionista del quarto gruppo energetico mondiale. Ora l’Eliseo si prepara a creare un altro colosso del nucleare con la probabile fusione tra Areva e Alstom. Soprattutto, se il metodo Sarkozy è quello della riforma permanente, quel che è stato fatto serve a preparare quel che sarà. “Il paese ha bisogno di una cura intensiva di modernità”, ha annunciato Sarkozy presentando la commissione di Jacques Attali per “liberare la crescita”. Nella scuola verrà reintrodotto il merito, anche a costo di infrangere il mito dell’ugualitarismo. L’immigrazione sarà “scelta e non subita”, iniziando a tracciare le origini etniche dei migranti, anche se significa violare il principio della fratellanza. Per Sarkozy, la liberté è una precondizione dell’égalité e della fraternité. Così, il programma economico tracciato il 30 agosto davanti al Medef (la Confindustria francese) prevede più concorrenza per contenere i prezzi e difendere il potere d’acquisto, aperture domenicali per i negozi, una ulteriore liberalizzazione delle 35 ore e la sburocratizzazione dell’apparato fiscale e amministrativo. Eric Le Boucher, economista di area liberale del Monde e membro della commissione Attali che aveva qualificato Sarkozy come il “Signor Mitraglietta” per le sue promesse a raffica, ora riconosce “una svolta salutare nella politica”. Il tabù francese dello stato che può tutto è stato infranto. Le Boucher tuttavia non risparmia il metodo Sarkozy: “Il bilancio dei cento giorni dimostra che il nostro speedy-presidente fa le riforme a metà. Le 35 ore non sono state soppresse, ma aggirate attraverso il costoso dispositivo sugli straordinari. La riforma dell’università si ferma a metà cammino. Il servizio minimo sarà assicurato a metà. Solo 22.700 posti di funzionari (pubblici) saranno soppressi invece dei 40 mila promessi”. Sarkozy non vuole fallire e, quando incontra un ostacolo, si ferma a metà e passa a altro, pensando di riprendere più tardi ciascuna riforma per portarla più lontano. Così è stato, per esempio, sull’Iva sociale: il progetto di aumentare di cinque punti l’imposta sul valore aggiunto, per finanziare un cuneo fiscale alla francese, ufficialmente è stato accantonato per i timori legati alla crescita e agli effetti inflazionistici, ma alcuni vi vedono una marcia indietro per il timore di dover affrontare la piazza e l’impopolarità.

La prova del nove è la riforma dei “regimi speciali” pensionistici dei lavoratori del para-pubblico. La scorsa settimana Fillon ha detto che “è pronta” e di essere assolutamente determinato ad allineare i regimi speciali a quelli della funzione pubblica “nei prossimi mesi”, non appena Sarkozy sceglierà di “far partire questa riforma”. In caso di passaggio in forza con decreto o senza concertazione, i sindacati sono pronti a una mobilitazione di massa per difendere i privilegi del suo zoccolo duro: i dipendenti delle ferrovie, delle metropolitane e dei giganti statali dell’energia come Edf e Gdf. Nel 1995, le manifestazioni e gli scioperi paralizzarono la Francia per tre mesi e costrinsero Juppé a rinunciare alla riforma dei regimi speciali. La spinta riformatrice di Jacques Chirac appena arrivato all’Eliseo si esaurì sul nascere, condannando la Francia a dodici anni di immobilismo. Questa volta Sarkozy vuole più prudenza e ha raccomandato a Fillon “metodo”. “Una società non si manipola a colpi di ascia o di bulldozer”, spiega Henri Guaino, consigliere speciale e penna dei discorsi del presidente: “Più le riforme sono ambiziose, più devono farsi con i francesi, non contro di loro”. La situazione sociale attuale non è quella del 1995 – anno della massima disoccupazione in Francia – ma il rallentamento dell’economia mondiale potrebbe mettere in crisi il piano generale di rilancio della crescita e, quindi, la volontà di riformare. Al posto dell’arrosto sarà servita una polpetta riscaldata? No, risponde Guaino, “gli impegni della campagna presidenziale saranno mantenuti e, se un accordo non sarà trovato, il governo si assumerà le sue responsabilità”.

Nicolas Sarkozy potrebbe rinunciare al referendum sull’adesione della Turchia all’Unione europea. Ufficialmente il presidente francese non vuole prendere una posizione e attende il rapporto del comitato Balladur sulla riforma delle istituzioni, che gli verrà consegnato il prossimo 10 novembre. Ma il cammino per cancellare l’articolo 88-5 della Costituzione, voluto da Jacques Chirac nel marzo 2005 per rassicurare i francesi e tentare invano di strappare un “sì” al Trattato europeo, è cominciato. La scorsa settimana, il segretario di stato agli Affari europei, Jean-Pierre Jouyet, ha suggerito al comitato Balladur di cancellare l’obbligo di sottomettere a referendum i nuovi allargamenti dell’Ue. La consultazione popolare, ha spiegato Jouyet, “può mettere la Francia in difficoltà rispetto ai paesi che hanno una vocazione indiscutibile e indiscussa ad aderire all’Ue, come la Macedonia o i Balcani”. E la Turchia che Sarkozy aveva condannato a restare in “Asia minore”? Jouyet non ne ha parlato, ma il presidente francese ha fatto sapere che “non si nasconderà dietro al referendum per rifiutare l’ingresso” di Ankara.

Bruxelles si interroga su questa nuova rottura della politica estera francese. Il referendum è il maggior ostacolo di lungo periodo all’effettiva adesione della Turchia, ma nel medio periodo può essere un utile alibi a disposizione di Parigi per permettere il proseguimento dei negoziati. Senza consultazione popolare, Sarkozy rischia di dover dare seguito alla promessa elettorale di bloccare le trattative, nonostante l’apertura fatta con il suo primo discorso di politica estera del 27 agosto, quando ha offerto una tregua nei negoziati in cambio dell’istituzione di un “comitato di saggi” per discutere delle frontiere dell’Ue. Cacofonia sarkozista sulla Turchia? In realtà, manca almeno un decennio a un’eventuale adesione e le mosse del presidente, apparentemente contraddittorie, nascondono una sottile strategia per rimettere la Francia nel cuore dell’Europa. Se il referendum di Chirac indeboliva la posizione di Parigi, pragmaticamente il suo successore se ne libera per dettare ritmi e contenuti della politica.

Sin dall’arrivo all’Eliseo, Sarkozy ha operato per uscire dall’isolamento seguito all’opposizione alla guerra in Iraq e a quella dei francesi al Trattato costituzionale europeo. Nel giorno del suo insediamento, il presidente francese è volato a Berlino dalla cancelliera Angela Merkel per far sapere ai partner europei che l’asse franco-tedesco non è più quello del “no”. Dopo aver lanciato l’idea di un “minitrattato”, al Consiglio europeo di giugno, Sarkozy è riuscito a convincere la reticente Polonia ad accettare un compromesso quasi costituzionale. Così, la Francia ha lavato l’onta del 29 maggio 2005 e, contemporaneamente, è tornata a essere la principale protagonista della costruzione europea. En passant, Sarkozy ha ottenuto che la “concorrenza libera e non distorta” scomparisse dagli obiettivi dell’Ue per meglio tutelare i suoi campioni nazionali. Sulla concorrenza, come sull’autonomia della Banca centrale europea, la Politica agricola comune (Pac) o la Turchia, il metodo è sempre lo stesso: mettendo in discussione il pensiero unico europeo, Sarkozy lancia i dibattiti per guidarli da una posizione di forza, anziché subirli.

Sulla sostanza, dopo gli strali dei custodi del dogma comunitario, il presidente francese si è spesso trovato ad aver ragione. Così è stato sul “minitrattato”, che all’inizio gli europeisti di Italia, Francia e Lussemburgo hanno sdegnatamente rifiutato, salvo accettarlo poi come male minore. Le aspre critiche del presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker, quando Sarkozy ha annunciato riduzioni fiscali e un rinvio del pareggio di bilancio, si sono trasformate in un “applauso”, perché l’Ue spera che “le riforme si traducano in crescita” e, senza crescita, il “deficit zero” serve a poco. Alle accuse contro il protezionismo sarkozista è seguito un dibattito sull’opportunità di una golden share Ue contro gli appetiti dei fondi sovrani di Cina, Russia e medio oriente. L’Unione euromediterranea, inizialmente derisa, è diventata il progetto di tutti, di fronte alla constatazione del fallimento del processo di Barcellona. Dopo l’impennata dei prezzi agricoli mondiali, Bruxelles è stata costretta ad ammettere che la Francia non ha tutti i torti a dire che la Pac non ha perso d’attualità. E ora, prima degli altri, Sarkozy lancia la discussione su una “nuova Pac” volta ad assicurare l’indipendenza alimentare dell’Europa, con “un principio indiscutibile di preferenza comunitaria, obiettivi rinnovati e un bilancio ambizioso”.

Il sarkozismo in Europa non fa l’unanimità. Le critiche spietate alla Banca centrale europea – “curioso iniettare liquidità senza abbassare i tassi”, ha detto Sarkozy la scorsa settimana accusando Francoforte di “aiutare gli speculatori” colpevoli della crisi dei mercati finanziari – hanno provocato una dura reazione dei ministri delle Finanze dell’Ue. “La Bce agisce in modo appropriato e corretto”, ha dichiarato l’austriaco Wilhelm Molterer all’Ecofin dello scorso fine settimana a Lisbona. Il diretto interessato, il presidente della Bce Jean Claude Trichet, ha reagito con ironia, ricordando che Sarkozy aveva applaudito alla decisione di lasciare i tassi invariati. Molto meno diplomatico, invece, è stato il presidente della Bundesbank tedesca, Axel Weber, secondo cui “il valore della critica di Sarkozy è zero”. L’indipendenza della Bce non è la sola questione che complica i rapporti tra Francia e Germania. Nelle ultime settimane, la stampa tedesca ha moltiplicato le speculazioni sulla fine della luna di miele tra il “Napoleone francese” in villeggiatura nel miglior resort americano e la cancelliera che va a fare la spesa al discount. A luglio, i ministri delle Finanze dell’Ue hanno assistito a un duro scontro verbale sul deficit francese tra il tedesco Peer Steinbruck e un Sarkozy oltraggiato dai toni di uno degli uomini più fidati di Merkel. Il protagonismo della coppia Sarkozy nella liberazione delle infermiere bulgare condannate a morte in Libia ha provocato aperte critiche da parte di Berlino, che aveva guidato le lunghe trattative segrete con il colonnello Gheddafi. Alle divergenze sulla direzione di Eads e Airbus – Sarkozy alla fine ha pragmaticamente accettato la direzione monocefala tedesca del gruppo aerospaziale voluta da Merkel – ora si aggiunge la controversia sul nucleare: l’appello lanciato dal presidente francese a non chiudere le centrali atomiche tedesche nel 2021, pena l’esclusione di Siemens da un futuro colosso del nucleare con Areva e Alstom, è considerata da Berlino come un’ingerenza negli affari interni.

Lungi dal difendersi, Sarkozy riconosce apertamente la sua volontà di parlare chiaro con Merkel. L’ultimo incontro bilaterale del 9 settembre a Berlino “è stato molto franco”, ha spiegato il presidente: “Al di là dei totem classici, occorre rinnovare e dare un senso all’amicizia franco-tedesca”. Stessi toni a Berlino. “La stima reciproca è una buona base per il proseguimento di una cooperazione interna e stretta”, ha dichiarato il portavoce del governo tedesco. In realtà, Sarkozy e Merkel – con il britannico Gordon Brown – incarnano una nuova generazione di leader in Europa che, dismesso l’europeismo di maniera, hanno abbracciato il pragmatismo delle alleanze fondate sull’interesse reciproco. A differenza di Chirac e Gerhard Schroeder, “Merkel non governa con gli affetti”, spiega un diplomatico europeo: “Prima di tutto guarda agli interessi della Germania”, che in molti casi – dai fondi sovrani alla politica monetaria cinese, alla difesa dei campioni nazionali energetici contro la liberalizzazione di Bruxelles – coincidono con quelli della Francia.

Ad accomunare questi “New Europeans” – come il Wall Street Journal ha definito il trio Sarkozy, Merkel e Brown – non è soltanto il pragmatismo. L’ex ministro laburista Denis MacShane spiega che questo “triciclo offre la prospettiva di un’Europa con una nuova politica estera coerente ed efficace dopo le disastrose divisioni e i rancori personali degli ultimi anni”. Sul Darfur, grazie alla ritrovata unità, Parigi e Londra sono riuscite a costringere il Consiglio di sicurezza dell’Onu a inviare una forza di mantenimento della pace, mentre l’Ue ha finalmente deciso di fare la sua parte con una missione di polizia in Ciad a protezione dei rifugiati. In medio oriente e nel dossier del nucleare iraniano, i battibecchi intraeuropei e gli spesso inutili viaggi di Javier Solana sono stati sostituiti da una diplomazia comune più discreta, più dura e, soprattutto, in sintonia con gli Stati Uniti. Perché – come ha scritto Quentin Peel del Financial Times – Sarkozy, Merkel e Brown sono un club di “modernizzatori atlantisti”.

Il rapporto con Washington è la più importante rottura europea di Sarkozy. Il presidente francese ha saputo usare una congiuntura politico-personale positiva per amicarsi George W. Bush. La partenza di Tony Blair ha privato il presidente americano del suo alleato più fidato in Europa e Brown è troppo inguaiato con le elezioni a venire per prenderne il posto. La partnership che Merkel ha saputo costruire con Bush è messa in crisi dall’antiamericanismo del suo ministro degli Esteri, Frank Walter Steinmeier, sullo scudo antimissili in Europa dell’Est e sul nucleare iraniano. Sarkozy, per contro, è riuscito a costruire ponti con gli Usa sull’Iraq (il viaggio di Bernard Kouchner a Baghdad), sull’Afghanistan (invio di altri soldati e di sei Mirage nella base Nato di Kandahar), sull’Iran (sanzioni fuori dal contesto Onu) e perfino sulla candidatura della Turchia (la piccola retromarcia sui negoziati piace a Washington). Ora il presidente francese si appresta a reintegrare la Francia nella struttura militare integrata della Nato, abbandonata dal generale De Gaulle nel 1966, e a dare il via libera alla riforma voluta da Washington per trasformare l’Alleanza atlantica in un’organizzazione militare con obiettivi globali. In cambio Sarkozy chiede due cose: un ruolo di primo piano per la Francia, che smetterà di essere un alleato difficile, e una maggiore collaborazione per far progredire un’Europa della difesa complementare alla Nato. “Di fronte al moltiplicarsi delle crisi, c’è un deficit di capacità (militari) in Europa”, ha detto Sarkozy il 27 agosto, annunciando un’iniziativa sulla difesa comune europea durante la presidenza francese dell’Ue nel 2008. Ma “questi progressi decisivi dell’Europa della difesa non si possono iscrivere in una competizione con la Nato”. La rottura è questa: la Francia ha compreso che l’Europa, senza gli Stati Uniti, è inesistente.

 

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