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da Avvenire del 19 settembre 2007 Parla sister Helen Prejean, celebre per le sue battaglie contro la pena di morte: «Sono per la vita senza compromessi» La suora anti-boia si schiera «pro life» «Dopo gli appelli di papa Wojtyla vi fu un calo negli Usa fra i favorevoli alle esecuzioni capitali. La strada però è ancora lunga. E a chi vorrebbe far credere che sono abortista, rispondo che sono per la dignità umana in modo integrale» di Lorenzo Fazzini Il suo ultimo libro - The Death of Innocents - che tratta il caso delle persone innocenti messe a morte negli Stati Uniti, verrà tradotto a breve in italiano da San Paolo Il centro del mio impegno è che tutte le questioni legate alla vita sono collegate, al fondo c'è la dignità della persona umana |
Dopo un quarto di secolo passato ad assistere i condannati a morte - la prima volta fu nel settembre 1982 -, è ancora più convinta che solo l'incontro con le persone "pronte" alle esecuzioni cambia il cuore: «Finchè le si giudica dei mostri, la pena di morte continuerà. Ma se si entra dentro il braccio della morte e si incontrano quegli uomini e quelle donne, allora si capisce che non è più possibile lasciare che uno Stato uccida i suoi cittadini». Lo sguardo vivo e l'energia yankee (è nata nel 1939 a Baton Rouge, in Louisiana), sister Helen Prejean è intervenuta nei giorni scorsi al convegno «Da dove la forza per costruire un futuro umano?», svoltosi al Centro Ernesto Balducci alle porte di Udine. Ed è in nome del principio della "dignità" della persona che suor Prejean rinnova a chiare lettere - contro ogni strumentalizzazione - il suo impegno "pro-life" a tutto tondo: «È importante affermare in modo pieno la dignità della vita umana, che deve essere un principio chiaro di ispirazione. Per questo, oltre a essere contro la pena capitale, sono contraria sia all'aborto che all'eutanasia». È entusiasta dell'Italia prim'attrice nella moratoria per la pena di morte, che diverse associazioni - tra cui la comunità di Sant'Egidio - porteranno all'assemblea generale dell'Onu, il cui inizio sarà il 25 settembre. E il suo ultimo libro - The Death of Innocents - che tratta il caso delle persone innocenti messe a morte negli Stati Uniti, verrà tradotto a breve in italiano da San Paolo: «La moratoria - spiega la religiosa americana, celebre per aver ispirato il film Dead man walking di Tim Robbins, premio Oscar alla protagonista Susan Sarandon - è un'ottima scelta perché rispetta tutte le posizioni, anche quella dei politici eletti e che hanno detto ai cittadini di essere favorevoli alla pena capitale. In questo modo ci si obbliga a riflettere tutti insieme se questa sia una scelta positiva oppure no». Qualcosa, racconta la suora dell'istituto Sisters of St. Joseph of Medaille, si sta muovendo anche negli Stati Uniti: «Spero che si possano presto accendere le luci del Colosseo per l'abolizione in New Jersey, dove solo l'1% degli elettori sostiene le esecuzioni, sospese da tempo. Già a dicembre ci dovrebbe essere in tal senso la decisione del governatore (Jon S. Corzine, ndr), pronunciatosi a favore dell'abolizione». Quindi, da gennaio 2008 il New Jersey - che nel 2006 ha introdotto per legge una moratoria - potrebbe essere il primo Stato degli Usa a bandire in via definitiva questa pratica. Quando gli si chiede il perché del suo impegno nel braccio della morte, sister Helen va indietro nel tempo con la memoria: «Era il 5 aprile 1984; dopo l'esecuzione di Patrick Sonnier (il carcerato impersonato da Sean Penn in Dead man walking) nacque la mia missione: mostrare ai condannati un volto d'Amore, spiegando alla gente che anche gli assassini sono persone e che per questo la pena di morte è sbagliata. Il centro del mio impegno è che tutte le questioni legate alla vita sono collegate, al fondo c'è la dignità della persona umana. L'ha detto con forza Benedetto XVI ai giovani di Loreto: dobbiamo batterci per la dignità di ciascuno, i poveri, i bambini non nati, i rifugiati, gli immigrati, e anche chi ha compiuto omicidi terribili». La Prejean vuole togliersi qualche sassolino dalla scarpa in senso "bipartisan", perché troppe volte si è sentita strumentalizzata: «I conservatori voglio appiccicarmi addosso la caricatura dell'attivista anti-pena di morte che però è a favore dell'aborto. No, io voglio essere una vera pro-life tutt'intera, per oltrepassare i soliti confini e far crescere la coscienza della difesa della vita in maniera integrale». Racconta, suor Helen, che anche tra i cattolici americani, quando il nuovo Catechismo e la voce autorevole di Giovanni Paolo II hanno sancito l'immoralità della pena di morte, il consenso per le esecuzioni è drasticamente sceso: «Un tempo il 65% dei credenti appoggiava la pena capitale, oggi siamo al 40%». Ancora: anche a sinistra sister Prejean sente odore di strumentalizzazione: «La scorsa estate un gruppo anti-Bush mi chiese di firmare un appello per l'impeachment del presidente sulla guerra in Iraq. Diedi il mio assenso ma poi scoprii che nel testo pubblicato sul New York Times si sosteneva (a mia insaputa) l'aborto. Allora ho ribadito pubblicamente che quella non era la mia posizione e ho scritto una lettera a tutti i vescovi americani per confermare la sua contrarietà all'interruzione di gravidanza, che resta l'uccisione di un uomo non nato». Oggi sister Helen continua la sua pacifica lotta per la dignità di chi sta dietro le sbarre e si avvia all'iniezione letale: anche se è sempre fedele al suo impegno di seguire un condannato per volta (da Sonnier ad oggi sono stati 6), attualmente ne assiste due, una donna, Cathy Henderson, in Texas, e un uomo Manuel Ortiz, in Louisiana. Ma non si dimentica di coloro che, per colpa di questi assassini, hanno perso una persona cara: «Bisogna stare come Cristo sulla croce, con la braccia allargate tra il dolore di chi ha subito un male e quello di chi viene condannato a morte». |
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