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da Avvenire del 21 settembre 2007 Per decidere serve uno spessore che pochi sembrano avere Moschea sì, moschea no. Lo smarrimento dell’incultura di Davide Rondoni In pochi si stanno accorgendo che la questione di Bologna non tocca e non mette in pericolo tanto la fede cristiana, che vive ovunque. Bensì sta mettendo in crisi un’idea ormai ristretta e faziosa di laicità Una moschea non può essere imposta contro la volontà della cittadinanza Ideologia e buonsenso nella sfida della moschea Specie se a beneficiarne è un gruppo radicale, l’Ucoii, che predica la distruzione di Israele, inneggia ai terroristi mediorientali e mira a monopolizzare l’islam in Italia di Magdi Allam |
Per insipienza. O per malafede. O per quale sottovalutazione. Di fatto il caso della grande moschea di Bologna promossa dal sindaco Cofferati e poi da lui stesso stoppata dopo mesi di polemiche che hanno visto ogni genere di insensatezza, ogni genere di banalizzazione, e ogni genere di forzatura, insegna una cosa: buona parte della classe politica e culturale del nostro Paese – di diversi schieramenti – è impreparata ad affrontare tali questioni. E questo genera confusione e turbativa in una popolazione già abbastanza esasperata da diverse faccende che riguardano la vita pubblica. Pur essendo i responsabili si comportano da spensierati. Pur dovendo misurare atti e parole al fine del bene pubblico, subordinano atti e parole a calcoli e a convenienze. La costruzione della enorme moschea nella prima periferia di Bologna era subito apparsa un’operazione favorita dal vertice del Comune, senza aver fatto alcuna verifica di impatto. Soprattutto aveva colpito la leggerezza con cui si riduceva il problema a uno scontato affare di libertà religiosa. A Bologna nessuno è contro la libertà religiosa. La Curia e molti di noi esponenti di cultura cattolica ci siamo espressi a favore della libertà religiosa. Non è montata nessuna protesta di carattere razzista o irridente. Lo stop che il sindaco ha dato, pur dopo aver sconfessato in passato i suoi assessori che lo chiedevano da un pezzo, può essere una manovra attendista. S’erano mostrati problemi tecnici e molte istituzioni in città avevano criticato la forzatura della Giunta. Anche il vice-presidente cattolico della importante Fondazione bancaria della Cassa di Risparmio, Virginiangelo Marabini, aveva preso una posizione fermissima. E dunque se un calcolo politico aveva prima consigliato di forzare, forse ora un altro calcolo politico consiglia l’attesa. Ma questo genere di faccende, che interessano tutta Italia, non possono essere gestite solo in base a calcoli politici. Occorre uno spessore culturale e una visione che non molti sembrano in grado di avere. In gioco non c’è la libertà religiosa, che la nostra Costituzione ispirata ai valori cristiani assicura e promuove. C’è piuttosto il problema di come si sia ridotta la laicità tanto predicata dai nostri amministratori quando c’è da colpire la Chiesa cattolica e bellamente snobbata quando si rapportano con entità religiose di cui peraltro ignorano natura e contorni. Non si capisce in nome di quale laicità, infatti, si andava a concedere un terreno smisutamente superiore alle reali esigenze della comunità islamica bolognese. Non si capiva quale laicità era rispettata nel momento che i referenti di tale operazione erano riconducibili a gruppi che negano la carta di valori di base proposta dalla consulta del Ministero dell’Interno. Non si capiva quale laicità ispira la concessione di tali trattamenti di favore a un organismo che non si costituisce in istituzione o chiesa e mentre si nega ad associazioni di pari diritto e di pari natura giuridica la possibilità di concessioni anche molto minori. In pochi si stanno accorgendo che la questione di Bologna non tocca e non mette in pericolo tanto la fede cristiana, che vive ovunque. Bensì sta mettendo in crisi un’idea ormai ristretta e faziosa di laicità. Quella idea nutrita da coloro che presumevano che Dio sarebbe scomparso dalla scena pubblica. Quella idea di laicità che si presenta come imparziale e che invece è spesso biecamente anticristiana e antireligiosa, e che pur ora pretende di saper gestire fenomeni in cui religione, civiltà e usi si presentano a chieder spazio. La crisi di Bologna non è né una vittoria della Curia contro Cofferati né una vittoria di leghe anti-islamiche. È piuttosto il segno di uno smarrimento dei capi della cultura e del governo, di coloro che dovrebbero garantire una vera laicità. Il segno della fragilità culturale con cui affrontano le prove del nostro tempo. Il loro fermarsi meditabondi di fronte al fatto che i conti non tornano rispetto a quanto avevano previsto, non è che rassicura un granché. |
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