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da il foglio del 22 settembre 2007 Giappone, Portogallo, Francia, America, Brasile. Il decalogo dei comici e dei piccoli attori che hanno trasferito in politica la comicità del Bagaglino. Senza prendersi troppo sul serio Giullari di Stato Buffoni e politica, non solo Grillo di Maurizio Stefanini Grillo e Dario Fo si prendono sul serio. Coluche, invece, non pretese mai di trasformare il proprio sberleffo in politica concreta. Anzi… “Il male delle società moderne è l’eccesso di governo”, spiegava. “Per questo, mi propongo di creare un casino nelle istituzioni quintorepubblicane!" “Mi appello ai fannulloni, agli sporcaccioni, ai drogati, agli alcolizzati, ai froci, alle donne, ai parassiti, ai giovani, ai vecchi, agli artisti, ai galeotti, alle lesbiche, agli apprendisti, ai Negri, ai pedoni, agli Arabi, ai Francesi, ai capelloni, ai pazzi, ai travestiti, agli ex-comunisti, agli astensionisti convinti, a tutti coloro che non contano sugli uomini politici a votare per me, a iscriversi nei loro comuni e a annunciare la buona novella. Tutti assiemme per dargliela in culo con Coluche! Il solo candidato che non ha alcuna ragione per mentirvi” “Il capitalismo è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; il comunismo l’esatto contrario” “Vorrei far amabilmente notare a quei politici che mi danno del buffone che non sono io che ho cominciato” |
Buffoni e politica, non solo Grillo. Ci sono stati anche politici che facevano i buffoni apposta nei comizi perché faceva effetto. Uno era ad esempio il portoghese Diogo Freitas do Amaral, che a 33 anni subito dopo la Rivoluzione dei Garofani fondò il democristiano Partito del Centro Democratico Sociale, diventando famoso per le battute dei suoi comizi. “Lo faremo multare se continua a sorpassarci a destra”, disse una volta del rivale Francisco Sá Carneiro, il cui Partito Popolare Democratico, poi Social Democratico, era in rapida rotta di conversione dalla sinistra all’area moderata. Nel 1980 sarebbe poi diventato primo ministro per un mese proprio al posto di Sá Carneiro, morto in un incidente aereo. Ma nel 2005 sarebbe stato infine lui a fare il più spericolato dei sorpassi a sinistra, diventando ministro degli Esteri nel governo socialista. Sempre in area lusofona, un altro noto freddurista è Anthony Garotinho, che è stato governatore di Rio de Janeiro, che arrivò terzo alla corsa presidenziale brasiliana del 2002: mancando il ballottaggio, sostiene qualcuno, proprio per aver fatto troppo il pagliaccio nel dibattito decisivo. Come ardente neofita presbiteriano riesce comunque ad alternare le battute non solo alla politica ma anche alla predica religiosa. E anche lui ha avuto un percorso erratico: Partito dei Lavoratori di Lula, poi Partito Democratico Laburista, poi socialista, infine nel centrista Partito del Movimento Democratico Brasiliano. In America Latina c’è pure Jorge Battle Ibañez, presidente dell’Uruguay tra 2000 e 2005. “Sarò un presidente cattivo ma divertente” aveva promesso in campagna elettorale, giudicandolo evidentemente più importante del blasone di un padre, un nonno e un bisnonno a loro volta presidenti. Ma si tratta di gente che in Italia passerebbe pure per seriosa, dopo tutti i politici nostrani che si sono esibiti al Bagaglino. C’è poi stato anche qualche attore che è diventato politico serio. Attori completi che avevano interpretato anche ruoli comici: primo fra tutti lo stesso Ronald Reagan, che assieme a tante parti da sceriffo aveva pure interpretato il suo celebre “Bonzo la scimmia sapiente”. O Gino Cervi, sanguigno sindaco comunista in Emilia sullo schermo, pacato consigliere comunale liberale a Roma nella realtà. Ma anche comici a tutto tondo: come Pippo Franco, capolista Dc-Psi alle ultime politiche. Un esempio recentissimo è quello del giapponese Sonomanma Higashi, nome d’arte di Hideo Higashikokubaru: presentatore di “Takeshi’s Castle”, un’esasperazione in chiave sadica del modello “Giochi senza Frontiere” che sugli schermi italiani è stata doppiata col titolo di “Mai dire Banzai”. È vero che quando si è candidato come governatore di Miyazaki, una prefettura tra le più ricche del Giappone, lo ha fatto come indipendente, contro tutti i politici tradizionali. Una volta eletto, col 44 per cento dei voti, ha cercato però di dividere il suo risvolto di uomo politico da quello di artista. Tant’è che mantiene due siti Internet differenti: uno da Hideo Higashikokubaru, l’altro da Sonomanma Higashi. I corti circuiti tra le due cose sono più rari. In Italia l’esempio storico maggiore è quello di Guglielmo Giannini, che per la verità non era attore in prima persona, ma come commediografo e regista era comunque del mestiere. Tant’è che anche il suo look col monocolo era ispirato abbastanza da vicino al Gastone, il dandy di Ettore Petrolini. Riletti oggi, in effetti i suoi slogan hanno un sicuro sapore di grillagine: “Abbasso Tutti!”; “non ci rompete più le scatole”; “al governo un ragioniere”. Non era però allora di moda l’alzheimer, e il presidente del Consiglio in carica Ferruccio Parri divenne invece “Fessuccio Parmi”. “L’Uomo qualunque”, spiegò Giannini in un famoso “incontro” con Indro Montanelli, “questo povero defraudato che ha maturato nella guerra degli strofinacci Hitler, Churchill eccetera i suoi sacrosanti diritti”. Ma, continuava a spiegare per dar conto del consumarsi di una fulminea meteora, “l’uomo qualunque, una volta diventato assessore comunale di Rocca Priora, ha cessato di essere uomo qualunque e ha preteso di mettersi a fare quello che hanno fatto gli strofinacci Mussolini, Roosevelt eccetera… È umano, e non lo condanno. Ma non sono io che ho perso, è isso”. La parabola dell’attore che va al potere, lo dissacra e ne viene poi travolto in un antico contesto non democratico fu pure quello di Nerone. L’esistenzialista Albert Camus l’ha pure proiettata in Caligola, in un dramma dove il filosofo Cherea spiega come “attraverso Caligola, per la prima volta nella storia, la poesia provoca l’azione e il sogno la realizza. Lui fa ciò che sogna di fare. Lui trasforma la sua filosofia in cadaveri. Voi dite che è un anarchico. Lui crede di essere un artista. Ma in fondo non c’è differenza. Io sono con voi, con la società. Non perché mi piaccia. Ma perché non sono io ad avere il potere, quindi le vostre ipocrisie e le vostre viltà mi danno maggiore protezione – maggiore sicurezza – delle leggi migliori. Uccidere Caligola è darmi sicurezza. Finché Caligola è vivo, io sono alla completa mercé del caso e dell’assurdo, cioè della poesia”. E il surrealista Antonin Artaud ha fatto la stessa operazione con Eliogabalo, in un romanzo intitolato appunto all’“anarchico incoronato”. Tre tiranni-martiri, insomma, che avrebbero cercato di dimostrare l’assurdità del potere appunto con lo screditarlo… Ma qua siamo arrivati a lambire la follia. E Scemo di guerra è appunto il titolo del film che nel 1985 Beppe Grillo girò con Dino Risi, tratto dal romanzo di Mario Tobino Il deserto della Libia. Il suo personaggio, che agisce sul fronte del Nord Africa durante la Seconda guerra mondiale, è il sottotenente medico Marcello Lupi, che da specializzato in psichiatria si trova alle prese con la follia dal capitano Oscar Pilli. Ed è in pratica l’unico suo ruolo cinematografico serio. Cercasi Gesù del 1982 con Comencini e Topo Galileo del 1987 con Laudadio sono due storie demenziali, nella prima delle quali rivela di essere il Cristo tornato sulla terra, mentre nella seconda si trasforma in sorcio. E quanto al più recente Viva Zapatero! di Sabina Guzzanti, si limita a fare sé stesso. Su Scemo di Guerra il famoso Dizionario dei Film Mereghetti, che peraltro confonde la Libia con l’Africa Orientale, nel ricordare che “il testo era stato adattato anni prima da Age e Scarpelli per Vittorio Gassman” annota: “il cinema, come sempre, non sembra essere fatto per Grillo”. E anche Risi, interpellato su quell’esperienza dopo gli ultimi exploit del comico, ne ha dato un ricordo da lavativo: “si dava malato”. Eppure, quella pellicola è a suo modo storica. Chi era infatti l’interpete del capitano matto, se non il francese di origine italiana Michel Gérard Joseph Colucci, in arte Coluche? Un passaggio di consegne simbolico, se si pensa che Coluche sarebbe morto l’anno dopo in un incidente automobilistico. Come Grillo 22 anni dopo avrebbe sconvolto la politica italiana con il suo Vaffa Day, così Coluche cinque anni prima aveva sconvolto la politica francese candidandosi alle presidenziali. Tra le due storie, evidentemente, ci sono somiglianze e differenze. Come Grillo dice di aver varcato il Rubicone della politica da quando la Rai lo cacciò per la sua famosa intemerata anti- Craxi del 1986 a Fantastico 7, così anche Coluche ebbe l’idea di correre per l’Eliseo dopo essere stato licenziato da Radio Monte Carlo. Sulla stessa linea, si può ricordare che anche Dario Fo inizia il percorso che lo poterà al Nobel per la Letteratura e alla candidatura a sindaco di Milano quando nel 1962 gli tolgono la conduzione di Canzonissima: per uno sketch in cui si vede la madre in visita a un operaio di una fabbrica di carni che cade nell’apparato, e poi lo stesso operaio che mostra “la tomba di mamma” nella specie di una massa di scatolette in un armadio (che non era poi neanche originale, ma una risciacquatura di quella famosa denuncia con cui Upton Sinclair nel suo romanzo del 1906 “The Jungle” aveva spinto l’amministrazione di Theodore Roosevelt a istituire la Food and Drugs Administration…). Ma Grillo e Dario Fo si prendono sul serio. Coluche, invece, non pretese mai di trasformare il proprio sberleffo in politica concreta. Anzi… “Il male delle società moderne è l’eccesso di governo”, spiegava. “Per questo, mi propongo di creare un casino nelle istituzioni quintorepubblicane!”. Un’altra sua proposta era di invadere l’Albania e il Principato di Monaco: per ridare fiato alla grandeur con pochi rischi, “visto l’isolamento di quei regimi”. Insomma: “fino a oggi la Francia era divisa in due; con me si piegherà in quattro”. E questo fu il manifesto con cui il 30 ottobre 1980 annunciò alla stampa la sua discesa in campo. “Mi appello ai fannulloni, agli sporcaccioni, ai drogati, agli alcolizzati, ai froci, alle donne, ai parassiti, ai giovani, ai vecchi, agli artisti, ai galeotti, alle lesbiche, agli apprendisti, ai Negri, ai pedoni, agli Arabi, ai Francesi, ai capelloni, ai pazzi, ai travestiti, agli ex-comunisti, agli astensionisti convinti, a tutti coloro che non contano sugli uomini politici a votare per me, a iscriversi nei loro comuni e a annunciare la buona novella. Tutti assiemme per dargliela in culo con Coluche! Il solo candidato che non ha alcuna ragione per mentirvi”. Per di più, mentre nel moralismo di Grillo emergono netti toni da anticapitalismo ecologista, il più schietto qualunquismo di Coluche non si faceva alcuna illusione. “Il capitalismo è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; il comunismo l’esatto contrario”. A somiglianza di Grillo, però, anche lui esibì un comitato di appoggio zeppo di intellettuali: Gérard Nicoud, vecchio leader poujadista; Brice Lalonde, futuro leader ecologista e ministro; Félix Guattari, psicoanalista; Pierre Bordieu, sociologo; Gilles Deleuze, filosofo… A somiglianza di Grillo, anche lui faceva scialo di battute fulminanti. “Il mese dell’anno in cui i politici dicono meno stronzate è febbraio, perché ha solo 29 giorni”. “Vorrei far amabilmente notare a quei politici che mi danno del buffone che non sono io che ho cominciato”. “I politici mettono soldi nelle prigioni e non nelle scuole perché a scuola sono sicuri di non tornarci”. “La metà degli uomini politici sono buoni a niente. L’altra metà sono pronti a tutto”. E, a somiglianza di Grillo, anche lui sull’arco politico sparò a 360 gradi. Al presidente in carica Valery Giscard d’Estaing, all’epoca alle prese con lo scandalo dei diamanti di Bokassa, lo ribattezzò “il gioielliere”. Al segretario comunista Marchais, il cui partito in quel momento stava conducendo quel tipo di politica anti-immigrazione in futuro associata a Le Pen, rimproverò la “contraddizione”: “è contrario all’emigrazione degli arabi in Francia, ma è favorevole all’emigrazione dei sovietici in Afghanistan”. E disse del socialista Mitterrand, che si candidava per la terza volta dopo le sconfitte del 1965 e del 1974: “a me pure mi hanno bocciato due volte a scuola, ma poi non ci ho riprovato più, per dignità”. È però proprio Mitterrand a mandargli due emissari, quando i sondaggi rivelarono che per Coluche voleva votare tra il 10 e il 16 per cento dei francesi. Inoltre ben 632 sindaci si dichiarano disposti a sottoscrivere quella dichiarazione di appoggio di cui, per la legge elettorale francese, ne servivano 500 per iscrivere ufficialmente una candidatura alla Presidenza. Al contrario, Giscard preferisce alle lusinghe le maniere forti. Certamente, ordina a tv e radio, all’epoca strettamente controllati dall’esecutivo, di silenziarlo. In molti sospettano che abbia scatenato contro di lui anche una guerra sporca attraverso i servizi segreti: notizie su una passata condanna di Coluche per oltraggio alla forza pubblica che arrivano alla stampa: lettere e telefonate minatorie; perfino un sostenitore assassinato, anche se sembra oggi accertato che si sia stato delitto passionale. Altre denunce, per vilipendio ai simboli nazionali, gli arrivano quando si fa fotografare seduto sulla tazza del gabinetto con le insegne della Legion d’Onore. Infine, il 16 aprile 1981 Coluche annuncia il suo ritiro. “Preferisco che la mia candidatura si arresti perché comincia a stufarmi”. Benché abbia ufficialmente rifiutato le proposte di Mitterrand, a quel punto fa capire che voterà per lui: dice che in caso di vittoria di Giscard chiederà asilo politico in Belgio, inizia uno sciopero della fame per protestare contro il silenzio su di lui su radio e televisione. Infine si recherà ai festeggiamenti per l’elezione del leader socialista, ricevendovi peraltro un micidiale cazzotto in faccia che lo manderà in ospedale. Una storia recentissima molto più simile a quella di Coluche che a quella di Grillo e Dario Fo è la candidatura presidenziale del Conde del Guácharo. Ovvero, qualcosa come “Conte del Cazzeggio”: al secolo Benjamin Rausseo, figlio di un minatore dello stato orientale di Monagas emigrato da piccollo a Caracas, e che per diplomarsi da attore inventò appunto quella maschera che sfruttava gli stereotipi della capitale sui venezuelani dell’Est. Cappello di foglie di palma, sandali, un accento marcato, e un tipico spiritaccio: a un’italiano potrebbe evocare un po’ il Bastiano, ciociaro di Ceccano, che a colpi di “fusse che fusse la vorta bona” fece la fortuna di Nino Manfredi nella Canzonissima del 1959; un po’ il Compare Zappitto di Martufello al Bagaglino; un po’ il terribile Totò antipolitico dell’Onorevole Trombetta, “quel trombone di suo padre!”. Su quella maschera Rausseo in un quarto di secolo ha costruito una vera fortuna, fino alla creazione di un frequentatissimo parco tematico all’Isola Margarita. Ma come Conde del Guácharo il 23 agosto del 2006 annunciò pure una candidadura presidenziale contro quell’Hugo Chávez che a sua volta quanto dilaga per ore e ore alle tv e radio con i suoi monologhi può evocare effettivamente un Grillo al potere. O, se preferiamo, un incrocio tra un Grillo e un Caudillo. Rausseo inoltre creò anche un suo partito, il Partito Indipendente Elettorale di Risposta Avanzata: P.i.e.d.r.a. Da cui l’immortale slogan “¡Vota Piedra!”: “Vota il Piedra”, ma anche, per l’omofonia spagnola tra b e v, “¡Bota Piedra!”. Espressione alla lettera intraducibile, ma il cui spirito può essere ben reso dalla locuzione: “non rompeteci i coglioni!”. O anche “Vaffa”, proprio alla Grillo… Accompagnato da un corteo di capre e somari, dopo la candidatura il Conde marciò 300 metri sul palazzo presidenziale, per poi commentare: “sono già più vicino a Miraflores”. E totalizzò subito un non disprezzabile 6,2 per cento delle intenzioni di voto. Ma la situazione nel Venezuela di oggi è troppo drammatica per buttarla in burla, e così poco prima del voto del 3 dicembre anche Rausseo si ritirò. I suoi simpatizzanti sono confluiti sul candidato dell’opposizione, il governatore dello stato di Zulia Rosales. |
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