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da acmid.donna.it
settembre 2007

Quell'allarmante sentenza della Cassazione

Non c'è un'Italia di serie B, e Fatima deve saperlo

di Carlo Cardia



Negando i principi basilari su cui si fondano le nostre società, si costruisce un mondo che può far paura. Un mondo nel quale ciascun gruppo etnico o religioso si fa le proprie leggi, si amministra come meglio crede dentro e fuori la famiglia, e nel quale si formeranno tante società parallele, incomunicabili tra di loro

È l'anticamera delle guerre etniche e religiose


È necessario lanciare un grido di allarme perché si stanno creando in Italia situazioni ingiuste, gravemente lesive per la dignità della donna, pericolose per il futuro della società. La sentenza della Cassazione con la quale si sono legittimati i genitori a punire con la violenza la figlia Fatima che voleva crescere in serenità e libertà come gli altri ragazzi, ci fa fare un salto indietro di secoli. È una pronuncia che non avremmo mai voluto leggere, convinti come eravamo che certi traguardi civili ed etici fossero irreversibili.

Purtroppo non è così. Oggi sappiamo che si può tornare d'un tratto al Codice di Napoleone del 1804 che permetteva l'uso della forza nelle pareti domestiche, e stabiliva che il padre-marito andava considerato come il «magistrato domestico che deve unire la forza all'autorità per farsi rispettare». Nel frattempo sono state scritte le dichiarazioni dei diritti umani, le Costituzioni contemporanee hanno stabilito l'eguaglianza tra uomo e donna, il Codice civile italiano afferma all'articolo 147 che i genitori devono «istruire ed educare i figli tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli», ma tutto ciò è stato cancellato con poche parole. Purché la violenza non sia continua, i figli si possono segregare, e gli si può negare il diritto di scegliere il proprio futuro.

C'è poi qualcosa di peggio. La Cassazione si guarda bene dal riferire questi principi alle famiglie e ai ragazzi italiani, ben sapendo che provocherebbe una sollevazione popolare. Ma li riferisce a una famiglia di origine magrebina ritenendo che ad essa si può applicare un diritto ingiusto, oltre che inesistente. Si fa strada una mentalità grave e non degna di un Paese europeo e dei suoi principi cristiani. In questo modo si lancia un preciso messaggio agli immigrati, spiegando loro che sono diversi dagli italiani dal momento che a noi è riservato «il fardello della libertà, dell'invenzione di sé, dell'eguaglianza tra uomini e donne», e a loro «le gioie dei costumi, dei matrimoni forzati, della poligamia», come ha scritto ironicamente Pascal Bruckner.

Negando i principi basilari su cui si fondano le nostre società, si costruisce un mondo che può far paura. Un mondo nel quale ciascun gruppo etnico o religioso si fa le proprie leggi, si amministra come meglio crede dentro e fuori la famiglia, e nel quale si formeranno tante società parallele, incomunicabili tra di loro. Le conseguenze possono essere disastrose, perché in queste crepe può passare il medioevo degli Statuti personali, per il quale ciascuno è soggetto alla legge della propria etnia, del proprio gruppo di appartenenza. È l'anticamera delle guerre etniche e religiose.

A ben vedere siamo di fronte all'ultimo prodotto del relativismo. I principi di libertà ed eguaglianza cessano di essere universali, divengono concetti relativi che lo Stato e la legge tutelano a seconda delle circostanze, dell'appartenenza religiosa o etnica. Ma in questo modo si prospetta una forma neanche troppo larvata di razzismo, per la quale i diritti umani sono un bene di cui solo gli italiani, o gli occidentali, possono fruire, mentre gli altri non ne sono degni perché appartengono a una umanità di serie B, e ad essi si possono applicare le regole del passato, o leggi ingiuste. Alla creazione di una umanità di seconda categoria ci si deve opporre. Chiunque venga nel nostro Paese deve essere accolto con gli stessi sentimenti di fraternità e di civile eguaglianza con cui vogliamo vivere e convivere, e nessuna legge e nessun giudice può creare nuove forme di apartheid. È giusto che Fatima, e con lei tutti i ragazzi immigrati, sappiano che in Italia non si segregano e non si offendono le donne e le ragazze, e che se un giudice ha sbagliato gravemente gli altri intendono difendere e tutelare i loro diritti. Si tratta di un impegno che supera i confini di una sciagurata vicenda giudiziaria, perché affonda le radici nei principi cristiani e umanistici che alimentano la nostra comunità civile.

 

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