Home|Editoriali|Rebecchi|Segnalazioni|Immagini|Anni '70


da il foglio
del 22 settembre 2007

I viaggi di guerra di Isherwood, lo scrittore embedded che con un verso, un diario e una fotografia ha raccontato gli anni Trenta a est di Suez. Un libro lo ricorda

L'esotico proibito

Viaggio in una guerra
Adelphi

di Luca Rigoni



I due appaiono – e sono – l’opposto di due inviati di guerra. Dilettanti allo sbaraglio, piuttosto: partiti da Londra fra le fanfare giornalistiche, come eroi, e approdati in un mondo del quale conoscono poco o nulla – del quale posseggono un fascio di decalcomanie esotiche che all’aria sbiadiscono subito, una dopo l’altra

I dilettanti, se proprio non sono audacissimi, agli audaci possono essere accomunati almeno in questo: il colpo di fortuna. E il potente, ironico, inconsueto reportage uscirà da un viaggio piuttosto scombiccherato, stravagante, sul filo della sorte e degli incontri, alcuni combinati, altri casuali


Le loro vite, di qui a un anno esatto, sarebbero cambiate per sempre. Ma in questo momento, la mattina del 19 gennaio 1938, mentre stanno raggiungendo Victoria Station dopo una serie di alcoliche feste di addio, non possono saperlo. La partenza sul Golden Arrow diretto a Parigi è alle undici; la fissano alcuni scatti fotografici. Il giovane poeta già laureato e il giovane scrittore con alle spalle alcuni capolavori come Mr Norris se ne va e buona parte delle Berlin Stories vanno al fronte della guerra fra Giappone e Cina. L’avvenimento, pubblicizzato da giorni, ha richiamato giornalisti e fotografi. Wystan Auden e Christopher Isherwood posano sul binario, una mezza sigaretta in mano: Wystan più elegante e serio, un papillon sbilenco sul colletto della camicia e il cinturino di cuoio della custodia di un binocolo di traverso sul cappotto di tweed. Christopher sorridente, con una sciarpa scozzese stropicciata che scappa a coprire il bavero del cappotto, il maglione girocollo sopra la cravatta. “Christopher sorrideva diligentemente davanti agli obiettivi e, in una posa, mise il braccio sulle spalle di Wystan. Invece Wystan sembrava distratto e annoiato”. Sono a un punto di non ritorno, ma in questo momento non possono saperlo.

Oltre alle foto sul binario, c’è lo straordinario resoconto a quattro mani stampato nel 1939 – resoconto, anche, di coppia, se è vero che dal 1926 al 1938, a correnti alterne, fra andirivieni di amanti, i due consumarono la loro relazione (non la loro amicizia). È “Journey to a War”, “Viaggio in una guerra”, che pubblica ora Adelphi. Uno dei grandi reportage del secolo scorso, che somma inaspettatamente verso, diario, fotografia. Racconterà Isherwood, in terza persona, trentotto anni più tardi: “Faber & Faber e Random House – l’editore britannico e quello americano dei loro testi teatrali e delle poesie di Auden – avevano proposto loro un contratto per scrivere un libro di viaggi su un paese, o su vari paesi, dell’Asia che essi desiderassero visitare. Probabilmente Wystan e Christopher avrebbero scelto comunque la Cina, per il suo richiamo esotico. Avevano esitato perché un giro turistico sembrava loro una pura e semplice evasione da dilettanti nell’atmosfera di crisi della fine degli anni Trenta. Ma fu l’esercito giapponese a decidere per loro. Aveva invaso il territorio a sud di Pechino i primi di luglio, e aveva attaccato Shanghai un mese dopo. La Cina era diventata uno dei campi di battaglia decisivi del mondo. E, a differenza della Spagna, non era già affollata di divi letterari in veste di osservatori. (Come si poteva competere con Hemingway e Malraux?). ‘Avremo una guerra tutta per noi’ disse Wystan”. E questo è il terzo punto di vista su questo viaggio: riassaporato, riascoltato, rivisto nel libro autobiografico di Isherwood del 1976, “Christopher and his Kind” (Christopher e il suo mondo, SE), che copre il decennio chiave della vita dello scrittore, dal 1929 al 1939.

L’esotismo su commissione, dunque, ne è la molla: spingersi a oriente inseguendo sempre quel miraggio, “a est di Suez!”. La guerra fra Giappone e Cina ne è l’orizzonte. E la Spagna, la Guerra di Spagna – linea d’ombra di una generazione, demarcazione presunta fra uomini e no – è il retroscena del viaggio, mentre dai finestrini del treno i due vedono scorrere la campagna inglese e francese. La verità è che mentre Auden in Spagna ci era già stato e alla causa aveva versato il suo obolo, Isherwood no e stava per andarci, prima della missione in Asia. Alla fine del novembre del 1937 era stato invitato a unirsi a una delegazione che doveva portare la solidarietà degli artisti e intellettuali di sinistra al governo spagnolo. Ma: “odiava la prospettiva di viaggiare in gruppo, con compagni illustri, molti dei quali estranei e con tutta probabilità egomaniaci. Wystan aveva le sue stesse perplessità, ma sentiva il dovere di andarci”. I due, è evidente, stanno incrociando le dita – o toccando legno. Della Spagna degli Orwell, dei Dos Passos, degli Hemingway con Martha Gellhorn, dei Philby, dei Pacciardi (che finirà dritto in “Casablanca”), non ne vogliono sapere. E andrà loro bene, benissimo. I permessi del governo spagnolo non arriveranno in tempo, e Christopher e Wystan potranno confermare le prenotazioni per la Cina.

La notte del 19 gennaio la trascorrono a Parigi, due giorni dopo salpano a Marsiglia sull’Aramis, una nave di linea delle Messageries Maritimes. Nomi che sono un programma: e infatti comincia, come in un classicissimo Evelyn Waugh, la commedia di bordo. Viaggiano in seconda, e la cabina è troppo piccola, non hanno nemmeno un tavolino per scrivere. Provano a trasferirsi in prima classe, ma incrociano un ammiratore di Auden, un occhialuto commerciante di caucciù che li raccomanda al commissario di bordo: non andranno in prima, saranno spostati senza spese ulteriori in due cabine più spaziose, che utilizzeranno come camera da letto e studio. Però finiranno vittime, a pranzo, delle chiacchiere del commerciante benefattore e di un giovane inglese coltivatore di gomma diretto a Singapore. Racconti dei mari del sud di un Maugham degradato. Finalmente attraccano a Porto Said, che usurpa ormai – scopriranno – la fama di capitale mondiale del sesso. Convinti da un amico, durante la sosta, vanno allora al Cairo. Restano delusi dalle Piramidi, “sembravano sporche e completamente nuove; come gli scarichi di una miniera” nota Wystan. Ma rimangono impressionati dalla Sfinge, che finirà nei versi di Auden. E poi via, verso sud: Gibuti, Colombo, Singapore, Saigon, “i mari caldi sacri a Conrad e Maugham, con i delfini che saltavano davanti alla prua della nave e lasciavano tracce di fosforo nella loro scia”. Wystan è sempre cupo, accigliato: detesta il mare perché informe, senza confini. Christopher invece è esaltato: “scopriva un incanto sempre nuovo in ogni porto di scalo. Si trovava ad est di Suez!”. Il 16 febbraio sono a Hong Kong. E la trovano orrenda: si aspettavano qualcosa di “puramente e romanticamente orientale”. Detestano i ricevimenti ufficiali, con funzionari governativi e milionari. Finalmente il 28 febbraio lasciano Hong Kong su un battello di servizio sul fiume diretto a Canton.

È questo il prologo della missione in Cina, e lo si ritrova, in Viaggio in una guerra, a lampi e a schegge nella partitura iniziale di sei liriche di Auden, che concentrano e condensano la prima parte della trasferta e precedono il diario di guerra in prosa, scritto a quattro mani ma redatto infine da Isherwood. Il resoconto dettagliato della traversata, e a posteriori, appartiene invece alle memorie di Christopher e il suo mondo.

Ora, effettivamente, i due appaiono – e sono – l’opposto di due inviati di guerra. Dilettanti allo sbaraglio, piuttosto: partiti da Londra fra le fanfare giornalistiche, come eroi, e approdati in un mondo del quale conoscono poco o nulla – del quale posseggono un fascio di decalcomanie esotiche che all’aria sbiadiscono subito, una dopo l’altra. Loro ne sono perfettamente consapevoli. Ecco Isherwood, nel commento di trentotto anni dopo: “Durante i loro viaggi, entrambi suscitavano molta curiosità e molti sorrisi. Wystan portava un berretto di lana e un leggero soprabito informe e largo, con pantofole felpate per lenire i dolori dei suoi calli. Christopher aveva un basco, un maglione a collo alto, e stivali da equitazione troppo grandi, che gli facevano venire le vesciche. Wystan si vestiva nel suo modo più congegnale. Invece Christopher era mascherato da corrispondente di guerra. L’imitazione avrebbe potuto dirsi riuscita - infatti i corrispondenti possono essere un po’ ridicoli – se il suo nervosismo non avesse tradito spesso la sua condizione di dilettante. La minaccia di incursioni aeree lo teneva in una continua tensione, soprattutto quando si trovava su un treno. Se veniva ordinato loro di scendere immediatamente per cercare un rifugio, non riusciva a trattenersi e si metteva a correre all’impazzata”.

I dilettanti, se proprio non sono audacissimi, agli audaci possono essere accomunati almeno in questo: il colpo di fortuna. E il potente, ironico, inconsueto reportage uscirà da un viaggio piuttosto scombiccherato, stravagante, sul filo della sorte e degli incontri, alcuni combinati, altri casuali, un filo mantenuto teso, però, dalla caparbietà e dalla “visione” di Auden (Isherwood, a trentatrè anni, pur esitando ad ammetterlo, si lascia guidare dalle scelte e dai giudizi del compagno di tre anni più giovane). È, in fondo, la stessa fortuna che bacia in fronte, in quello stesso 1938, un altro inviato sbagliato nel posto sbagliato: William Booth in Scoop, di Waugh (che non tollerava Auden e Isherwood). Booth il rubrichista botanico che per un equivoco viene elevato al rango di corrispondente di guerra e finisce in un immaginario stato africano in rivolta. Nulla comprende, l’Africa lo sbalordisce, ma sarà lui a mettere casualmente a segno lo scoop sul retroscena politico di un fallito colpo di stato. Così – non proprio così, ma è Isherwood, nei suoi ricordi, ad abbassare costantemente il tono di voce – Wystan e Christopher in Cina. “Rischiarono mai seriamente di venire uccisi?” si chiede. “Due o tre volte, forse. Una granata avrebbe potuto facilmente colpire il loro scompartimento mentre il treno attraversava Tungkwan; spesso i giapponesi sparavano contro i treni, benché raramente riuscissero ad arrecare molti danni. Poi ci fu il combattimento aereo, di giorno, nel cielo di Hankow, che Wystan e Christopher guardarono restando supini sul prato del consolato britannico. (Fu un’idea di Wystan, per evitare di farsi venire il torcicollo). E poi ci fu la loro visita al fronte. I cinesi cominciarono a bombardare le linee giapponesi e i giapponesi risposero al fuoco… Ora si trovavano in balia del ghiribizzo dei piloti giapponesi, che potevano benissimo decidere di mitragliarli. Ma accadde solo che Wystan scattò delle fotografie, dicendo a Christopher: ‘Sembri bellissimo col tuo nasone che fende l’aria estiva’. Poi cominciò a strascicare i piedi infilati nelle sue pantofole felpate, con impazienza, deciso a ignorare gli aerei e affrettandosi verso il villaggio dove lo attendeva il pranzo”. Anche la commedia di guerra ha il passo felpato di quelle pantofole. Avvertiva Alberto Arbasino, andando a trovare Isherwood a Santa Monica negli anni Sessanta: “Ma poi, dietro l’impassibilità dell’‘obiettivo fotografico’ tutt’occhi e tutt’orecchie, gli astuti inganni dell’autobiografia ‘passata al montaggio’. Debole nell’invenzione, flebile nei plots, Isherwood è sempre stato bravissimo nel camuffare le esperienze personali autentiche perché sembrino un finto diario pieno di intuizioni acutissime. E anche viceversa”…

Al di là dei camuffamenti di contenuto e di stile, c’è però, nella missione in Cina, il ruolo di misplaced persons da interpretare e lo spaesamento da reggere per cinque mesi di viaggio. E, oltre ai versi di Auden in apertura e in chiusura del libro, è anche questo essere e sentirsi fuori posto rispetto agli osservatori di professione a illuminare il racconto con un taglio particolare di luce e a garantirgli la sopravvivenza rispetto alle corrispondenze di giornale di quei mesi roventi. I committenti editoriali britannici e americani si dichiararono soddisfatti. La reazione dei lettori fu di sbalordimento. A cominciare dal New York Times. “Auden” scrisse R.L. Duffs nella recensione datata 6 agosto 1939 “è il primo inviato con l’incarico di raccontare una guerra in una sequenza di sonetti. Il diario di viaggio a tratti infastidisce – un americano, almeno – a tratti è assai illuminante. I due autori sono andati al fronte indossando praticamente le loro giacche da sera. Leggevano Scott e Trollope e si annoiavano indicibilmente nel corso del viaggio. Cercavano nel paesaggio cinese somiglianze con gli scenari inglesi. Si arrabbiavano quando il tè sapeva di pesce e non gradivano l’usanza cinese di sputare. Insomma: un viaggio da agenzia Cook. E sarebbe facile prendersi gioco di Isherwood se non di Auden… Eppure molti sono andati in Cina e sono tornati con un bagaglio di valore ben inferiore; e se il prezzo è consistito in un alluce ferito e nel tè all’aroma di pesce, sono stati soldi ben spesi”.

Da Canton a Hankow, poi Chengchow, Su-chow, e avanti fino alla prima linea. Nel tragitto, a cavallo, Auden e Isherwood incappano in un cane che sta masticando un braccio umano, il cadavere è di una spia giustiziata. Wystan tira fuori la macchina fotografica, ma il cane sta scappando. Allora Wystan, per scattare la foto, solleva un brandello di corpo e lo richiama: “Vieni qui! Buona la spia! Bau Bau!”. E finalmente eccoli nelle trincee, a testa bassa, mentre i grandi cannoni cinesi sparano sulle postazioni giapponesi. Vengono scortati nelle retrovie, sotto il fuoco di risposta giapponese. Poi, il rombo sinistro degli aeroplani. Loro sono in campo aperto, esposti al tiro delle mitragliatrici. A ogni passaggio, si gettano a terra. E se la cavano. Ricomincia il viaggio: dal fronte si spostano a Sian, seguendo un tratto del Fiume Giallo, e rientrano a Hankow, dove assistono a un bombardamento aereo per celebrare il compleanno dell’Imperatore del Giappone. Muoiono cinquecento civili. “Tutti i corpi sembravano molto piccoli, molto poveri, e molto morti, ma, mentre eravamo accanto a una vecchia, le cui cervella filtravano oscenamente attraverso un piccolo asciugamano, vidi la bocca incrostata di sangue aprirsi e serrarsi, e la mano sotto la coperta di sacco stringersi e allentarsi. Questi erano i regali di compleanno dell’Imperatore”.

Nel frattempo, incontrano Chou Enlai, intervistano l’astuta moglie di Chiang Kai-shek, il Generalissimo, che fanno in tempo a incrociare. Lui è calvo, gli occhi castani, l’aspetto mite. Lei è “una piccola signora dal viso tondo, squisitamente vestita, vivace più che bella, e possedeva un fascino e una portamento quasi da spavento. Ovviamente, sapeva come gestire ogni possibile tipo di visitatore…”. Trovano Robert Capa, reduce dalla Spagna, a ventitre anni già una celebrità, e con Peter Fleming del Times (“in camicie kaki e pantaloncini con calzettoni da golf e scarpe di camoscio, orologio subacqueo, poteva essere saltato fuori dalla vetrina di una sartoria di Londra, per reclamizzare il kit dell’esploratore tropicale”) finiscono nello scannatoio del fronte sudorientale. Poi si imbarcano sulla vaporiera per Shanghai, e il 12 giugno la missione è compiuta. Salpano per Vancouver, non senza approfittare di una sosta per visitare un tratto di Giappone, e da lì arrivano a New York in treno. “Vennero intervistati e fotografati. Vennero condotti alle feste e presentati alle celebrità. Prendevano benzedrina ogni mattina per trovare l’energia per tutti quegli incontri e seconal ogni notte per riuscire a dormire. In seguito, Wystan continuò a farne uso negli alti e bassi della routine della sua esistenza; la chiamava la ‘vita chimica’”.

È in questi giorni della loro prima visita a New York che decidono di stabilirsi per sempre negli Stati Uniti: così almeno ricorda Auden, dei due la guida. E il 19 gennaio di un anno dopo, il fatale 1939, nel primo anniversario della loro partenza per la Cina, salpano per l’America sul transatlantico francese Champlain, assordati dal fragore delle accuse di voltare le spalle all’Europa in armi, marchiati come disertori e codardi. Ma tutto, per loro, dopo il ritorno dal viaggio in Cina, è cambiato. E cambierà presto anche il modo di intendere il loro lavoro. “Sai, per me non hanno più alcun significato il Fronte popolare, la linea del partito, la lotta antifascista. Hanno ragione, ne sono convinto, ma c’è qualcosa che non mi va più. Semplicemente, ne ho abbastanza” dice Christopher passeggiando in coperta. E Wystan replica, sorprendendolo: “Anch’io”. “Avevano recitato una parte, ripetendo slogan creati per loro da altri” commenta, proteggendosi con il racconto in terza persona, Isherwood. “Ora volevano farla finita”.

 

Home|Editoriali|Rebecchi|Segnalazioni|Immagini|Anni '70