![]() |
da Avvenire del 25 settembre 2007 È morto a 87 anni il gesuita che cercò le tracce del sacro negli scrittori di ieri e di oggi. Germanista e teologo, scoprì per primo Tolkien e portò in Italia la mistica tedesca Sommavilla, fede & letteratura La polemica con Umberto Eco, il «teismo» di Gadda di Fulvio Panzeri |
È morto, sabato scorso, dopo una lunga malattia, nella casa dei padri gesuiti a Gallarate all'età di 87 anni (era nato il 6 maggio 1920) padre Guido Sommavilla, critico letterario, germanista e traduttore. Molti sono i meriti nell'ambito culturale italiano di padre Sommavilla, a partire da un coraggio non comune nel proporre alternative di lettura rispetto alla critica fortemente laicista che ha segnato gli ultimi sessant'anni della vita letteraria in Italia. Un metodo critico, quello di Sommavilla, che si basava sulla possibilità di accostare gli scrittori, di tentare una lettura unificante attraverso la grande diversità, per scoprire un senso dove esso è negato o si offre in una molteplicità di possibili interpretazioni, che comportano necessariamente un rischio e che ha portato Sommavilla a non fermarsi all'analisi di tipo positivista del singolo autore. Elio Guerriero, così definiva la natura della sua attività critica, introducendo Il bello e il vero, edito nel 1996, da Jaca Book, in cui sono raccolti alcuni dei più provocanti saggi su Moravia, Eco, Dostoevskij, Kafka e Thomas Mann, i personaggi con i quali Sommavilla si è a lungo confrontato come critico letterario: «La trattazione avviene lungo una linea di confronto filosofico-teologico in cui la letteratura porta la novità di intuizioni che scavano nel cuore della teologia che non è una scienza conclusa, ma sempre in dialogo con la vita. Gli "scandagli" di Sommavilla sono allora una difesa del reale, un accostamento all'essere bello, buono, vero. "Ha ragione chi vede di più", recitava un vecchio adagio della Scolastica. Sommavilla vi ricorre ampiamente nel tentativo di presentare, contro il riduzionismo nichilista, un mondo ragionevole edificato sul rispetto di Dio e del prossimo. Emerge, così, l'anelito morale che è il pathos nascosto, l'impalcatura che sostiene l'intera opera». Redattore dal 1954 al 2002 della rivista Letture (periodico di cultura della Compagnia di Gesù, pubblicata nell'ultimo decennio dalla San Paolo), padre Sommavilla è stato un assiduo collaboratore di Communio, la rivista di teologia fondata da Joseph Ratzinger, e di La Civiltà Cattolica e dagli inizi degli anni Novanta ha scritto più volte su Studi Cattolici e sul nostro giornale. È anche autore di numerosi libri, oltre al già citato, anche di Uomo, diavolo e Dio nella letteratura contemporanea (San Paolo, 1993), Dio: una sfida logica (Rizzoli, 1995). Un grande merito segna l'attività di critico letterario di Sommavilla, quello di essere stato un antesignano degli studi su Tolkien, quando l'autore inglese era considerato solo come un fenomeno popolare e un'icona della destra storica, vista con sospetto dalla sinistra. Sommavilla invece istituisce, in Italia, un diverso approccio all'opera dell'autore de Il Signore degli anelli, tanto che inventa per lui la categoria di «epica cristologica» e poi recensì sempre gli altri lavori dell'autore d'Oltremanica, a mano a mano che apparivano da noi, raccolte poi incluse nel volume Peripezie dell'epica contemporanea (Jaca Book, 1983). A proposito di Tolkien aveva dichiarato: «Il suo mito, anche se di contenuto pagano, avvia al sentimento religioso. Fa vedere che la vita, interpretata religiosamente, è una bella avventura. Invoglia a credere». E aveva precisato, sulle interpretazioni critiche della «prima ora», nei politicizzati anni Settanta: «La critica di sinistra, quando uscì Il Signore degli Anelli, lo aveva definito reazionario, servo delle destre; reazionario nel senso di contro corrente, certamente lo è stato, soprattutto in questo senso. Mentre la corrente, cioè la spinta della cultura egemone, diciamo, laico-marxista, spingeva a risolvere ogni mito ed ogni fiaba nella realtà realistica, positivista, materiale, Tolkien ha camminato nel senso diametralmente contrario, cioè a riempire il mito e la fiaba di realtà ed in questo senso è veramente reazionario, nel senso di contro corrente. Questa verità, di cui il mito e la fiaba sono l'espressione, e in qualche modo la precomprensione, la profezia, è la realtà del Vangelo. Per Tolkien, la fiaba in profondità è una specie di avvento, di anticipo di quella realtà che fu il Vangelo, cioè Dio che è diventato Gesù Cristo. La fiaba che diventa storia, questo è il Vangelo». I suoi interventi, proprio perché «controcorrente», erano destinati a suscitare vivaci reazioni e dissensi, fin da quando nel 1981 aveva pubblicato su La Civiltà Cattolica un articolo «L'allegro nominalismo nichilistico di Umberto Eco», qualcosa di più di una stroncatura di Il nome della rosa, romanzo bestseller di ambientazione medioevale, fresco vincitore del premio Strega: era l'inizio di una battaglia personale contro Eco considerato un intellettuale «pericoloso» in quanto divulgatore di una subdola «filosofia del niente», perciò stessa «anticattolica». O quando, nel 1985, indagando l'opera di Gadda vi aveva scorto un diffuso «teismo», dichiaratamente cattolico, suscitando aspri dissensi. Eppure il suo impegno culturale non si è limitato alla critica letteraria, ma ha avuto anche un ruolo fondamentale, nel far conoscere in Italia il pensiero filosofico e teologico di grandi autori dell'area germanica, traducendo in italiano gli scritti di Hans Urs von Balthasar e di Christoph Schönborn, studioso di letteratura e di mistica, di Franz Kafka e e gli scritti filosofici di Romano Guardini. Un grande impegno nella diffusione della cultura cattolica di cui gli potremo sempre essere grati. |
|