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da Avvenire del 27 settembre 2007 Dai Padri pellegrini ai tele-predicatori, la società Usa (che si dice separatista) posa su legami strettissimi tra Stato e religione C'è un campanile sulla Casa Bianca Non solo Bush o Reagan: tutti i presidenti degli Stati Uniti si dichiarano credenti. Ma il protestantesimo ha creato un «disilluminismo» che attenua le facoltà critiche di Carlo Cardia Per i nostri autori due elementi sovrastano gli altri. L'America ha un posto particolare nei disegni divini, ed è protetta da un'assistenza speciale, per il compito che deve assolvere nel mondo. Inoltre, ogniqualvolta si annuncia una lacerazione, o una battaglia, la si interpreta alla luce della lotta tra il bene e il male, e la si legge nell'orizzonte dell'Armagheddon, la battaglia definitiva tra le tenebre e la luce La grande utilità delle due analisi, comunque, sta nel fatto che smentiscono in modo clamoroso la tesi, provinciale e inesatta, per la quale l'Europa e l'Italia sarebbero le terre dell'invadenza confessionale, e gli Stati Uniti la terra del separatismo |
A volte in Europa si percepisce che negli Stati Uniti d'America la religione svolge un ruolo importante. Ma di solito non si va oltre questa percezione, e prevale lo stereotipo di un Paese nel quale Chiesa e Stato, religione e politica sono rigorosamente separati. A smentire questo cliché giovano due testi che in qualche modo si integrano: La teocrazia americana di Kevin Phillips (Garzanti) e La democrazia di Dio di Emilio Gentile (Laterza). Entrambi grandi esperti dell'argomento, Phillips affronta la questione religiosa quasi sin dalle origini, mentre Gentile si sofferma sull'era di George W. Bush, evocando però i tanti legami che uniscono religione e Casa Bianca. Le sorprese sulla Casa Bianca non sono poche. Se molti sanno che la religione è assai visibile nella presidenza di Bush jr, è meno noto che l'ispirazione religiosa segna il comportamento pubblico di tutti i Presidenti americani, democratici o repubblicani. Singolarmente, ma non troppo, uno dei presidenti più riservati è stato il cattolico John Kennedy. Nei discorsi elettorali del 1992 Bill Clinton assicura di pregare «praticamente ogni giorno la sera» e di leggere «la Bibbia ogni settimana». Lyndon B. Johnson ha come assistente alla Casa Bianca Billy Graham, noto predicatore evangelista (consulente di diversi Presidenti), e partecipa alle «colazioni di preghiera», invocando Dio per l'assistenza ai suoi programmi politici. D'altra parte Jimmy Carter è membro della Chiesa battista del Sud, insegna alle scuole della domenica, e si richiama continuamente a Dio e alla religione. Per R.G. Hutcheson raramente «nella storia di questa nazione la religione ha avuto un ruolo così prominente nell'Ufficio Ovale» come durante la presidenza di Carter e in quella di Reagan. Se si va più indietro, Dwight D. Eisenhower si definisce «l'uomo più intensamente religioso che io conosca», e dopo il giuramento si fa battezzare nella Chiesa presbiteriana. Anche perciò Bush padre ha affermato che «nessuno può essere Presidente del l'America senza credere in Dio, senza credere nella preghiera». Nella sostanza, è un fatto che i candidati alla Casa Bianca devono cercare consensi in una società che per l'80% (le percentuali sono sempre discutibili) poggia su convinzioni religiose. Per Kevin Phillips tutto ciò lo si può comprendere soltanto muovendo dalle radici religiose della democrazia americana, già segnalate da Alexis de Tocqueville, ma trascurate da molti analisti soprattutto all'estero. Phillips delinea un rapporto inestricabile tra religione, società e politica, che non ha eguali nella vecchia Europa, e vede in Bush jr soltanto il presidente che ha esasperato questo intreccio. Gli Usa sono un Paese separatista, ma di un separatismo che assicura un forte sostegno dello Stato alla religione. Negli Stati Uniti, da secoli i privati e le Chiese gestiscono scuole, college, università, assistenza ed educazione, e ancora oggi fruiscono di privilegi fiscali, di giornali, strutture scolastiche ed editoriali, televisioni che trasmettono programmi religiosi anche abbastanza chiassosi. Tutte si sostengono con aiuti giuridici e finanziari che ricevono in abbondanza. Le Chiese non sono mai state lontane dagli eventi sociali e politici, ma vi partecipano direttamente, condizionandoli con le proprie strutture, posizioni ed esponenti. All'origine sta la composizione religiosa degli Usa, caratterizzata da un caleidoscopio in continuo movimento. Fondata da gruppi religiosi in fuga dall'Europa per le posizioni eterodosse, da puritani e battisti, quaccheri inglesi e gallesi, presbiteriani scozzesi, ebrei d'ogni nazionalità, ugonotti, poi da cattolici, e da moravi, mennoniti e salisburghesi, l'America è vista subito dai pionieri come la terra promessa che deve costruirsi secondo i voleri di Dio, con una impronta puritana che non verrà mai meno del tutto. Per tutto l'Ottocento altre denominazioni nascono o si trasformano, la Pentecostale e la Battista, che diverranno importanti Chiese degli Usa, la Metodista e le Avventiste del 7° giorno, e poi i Mormoni e i Testimoni di Geova che non sono riconosciuti come cristiani. La molteplicità dei gruppi fa radicare un movimentismo religioso capace di attivarsi in ogni periodo nella costruzione della società di frontiera. Le denominazioni evangeliche portano nella cultura americana dei caratteri singolari, primo tra i quali la tendenza a interpretare la storia alla luce delle letture (molto variegate) della Bibbia, dei suoi eventi, dei suoi passaggi. Per i nostri autori due elementi sovrastano gli altri. L'America ha un posto particolare nei disegni divini, ed è protetta da un'assistenza speciale, per il compito che deve assolvere nel mondo. Inoltre, ogniqualvolta si annuncia una lacerazione, o una battaglia, la si interpreta alla luce della lotta tra il bene e il male, e la si legge nell'orizzonte dell'Armagheddon, la battaglia definitiva tra le tenebre e la luce. Così avviene nella guerra di indipendenza, quando Giorgio III d'Inghilterra è ritratto come un faraone, mentre George Washington è salutato come il Mosè (o il Giosuè) che guida il popolo eletto. Anche nella guerra di secessione Nord e Sud invocano entrambi la Bibbia per giustificare le rispettive posizioni sulla schiavitù. Poi i due conflitti mondiali, la guerra contro il comunismo, in questi anni la lotta al terrorismo, favoriscono l'uso di letture bibliche che confermano gli Stati Uniti al centro dello scontro definitivo tra il bene e il male. Dentro questo orizzonte planetario, le Chiese partecipano alla lotta contro l'alcolismo, contro i costumi violenti tipici della società di conquista, combattono per affermare i diritti dei neri e delle donne, contrastano il darwinismo per contrapporgli la teoria del disegno intelligente, e soprattutto danno vita a diversi «risvegli religiosi» che si susseguono nella storia americana dal '700 fino ad oggi. Alla guida dei «risvegli» sono celebri predicatori che ottengono grande successo di pubblico, e che oggi si sono inverati in quei telepredicatori che muovono correnti di opinione a livello locale o nazionale. Insomma, un protestantesimo ben diverso da quello europeo, tradizionalmente più acquiescente verso le scelte della politica. Il protestantesimo americano, evangelico, fondamentalista o pentecostale, irrompe «nel nuovo millennio come una forza della natura» e provoca, secondo Phillips una sorta di «disilluminismo», perché attenua l'uso delle facoltà razionali dell'uomo. Chi legge deve fare attenzione a non farsi condizionare dalla massa dei dati citati, a non farsi abbagliare dall'eccessiva focalizzazione sul protestantesimo, prevalenti soprattutto nel testo di Phillips. È vero infatti che da uno studio del 1996 risulta che gli Usa hanno oltre 400 denominazioni protestanti, di cui 241 pentecostali; e che ogni domenica il Los Angeles Times pubblica gli orari dei servizi religiosi di più di 600 chiese diverse. Ma il panorama è assai più complesso. Molte di queste Chiese non sono ascrivibili al radicalismo evangelico. Non va dimenticata la presenza del cattolicesimo (al quale viene dedicato poco spazio), che appare come una forza stabile in continua crescita (oggi contano 60 milioni di fedeli) e con un rapporto più maturo con lo Stato. Ed esiste un movimento secolarista tra i più vasti, che interpreta l'influenza della religione nella società come negativa e devastante. In questo panorama si staglia il conflitto tra relativismo ed etica, tra materialismo e umanesimo, che gli anni più recenti conoscono sui temi della vita e della morte, dei diritti della persona e della famiglia, che i due testi sfiorano chiudendoli però negli schemi del passato. La grande utilità delle due analisi, comunque, sta nel fatto che smentiscono in modo clamoroso la tesi, provinciale e inesatta, per la quale l'Europa e l'Italia sarebbero le terre dell'invadenza confessionale, e gli Stati Uniti la terra del separatismo. Ad una prima lettura sembra il contrario; ad una riflessione più attenta si scorge come in ciascun Paese i rapporti tra religione e politica si atteggiano a seconda delle origini storiche e culturali che li hanno caratterizzati. |
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