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da il foglio del 27 settembre 2007 Nuove idee, dall'individualismo duro al solidarismo di mercato Il compassionalismo fase suprema del nuovo liberismo di Marco Ferrante Giavazzi e Alesina hanno avuto un’intuizione. Il liberismo – in sé uno strumento – viene messo al servizio di un valore tradizionalmente di sinistra, la difesa degli esclusi, di chi non ha tutele e protezioni. Dunque, il liberismo è di sinistra perché genera più “equità, pari opportunità, criteri di merito e non di classe” È vero che muoversi verso un sistema economico più liberale implica un aumento di efficienza ed equità allo stesso tempo? Contrordine compagni! Il liberismo rimane di destra di Andrea Asoni e Antonio Mele da epistemes.org del 13 settembre 2007 |
Il padre del Partito democratico, l’uomo che per primo ne formalizzò l’idea, Michele Salvati, scrive un libro di avvertenze e manutenzione della futura formazione politica intitolato Il Partito democratico per la rivoluzione liberale. Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds, si schiera dalla parte del merito come indizio della presenza di una società aperta. Nicola Rossi, già consigliere economico di Massimo D’Alema, oggi uomo ascoltato da Walter Veltroni, parla della necessità di dotare di strumenti culturali liberali il Pd. Lo stesso Veltroni allude al versante lib quando cerca di rovesciare un certo tradizionale e bacchettone sinistrismo fiscale (Padova, davanti a una platea di imprenditori nordestini), o aprendo al contratto unico per i neoassunti (Milano, Circolo della stampa). Nella discussione sulla necessità di aggiornare la cultura politica della sinistra moderata, la questione liberale ha un peso. Tra i fattori di base dell’intenso dibattito sul tema c’è un pamphlet appena uscito, in cui si prova a motivare scelte liberiste con argomenti di sinistra. Ne Il liberismo è di sinistra (Il Saggiatore, 126 pagine per 12 euro) Alberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno rovesciato l’immaginario politico del liberismo italiano – in fondo sempre percepito come ottocentesco in un paese che liberale non è mai riuscito a essere – gli hanno tolto la patina della retorica individualista e lo hannno riverniciato con una soluzione efficace, quella del liberismo compassionevole, del liberismo dalla parte dei deboli. Questa tesi è nel flusso del discorso pubblico. Il capo della Fiat, Sergio Marchionne, intervenendo al convegno promosso da una rivista di area prodiana, ha detto: “Se una società liberale deve durare nel tempo è nel suo interesse sostenere coloro che sono colpiti dal cambiamento”. L’avanzare dell’analisi di una società liberale che sta dalla parte dei deboli è interessante. Da noi negli ultimi trent’anni il dibattito politico sul liberismo (quello accademico è sempre stato vittima di una forma di gelosia delle idee ai limiti quasi del fanatismo claustrale) ha vissuto di due giganteschi, trionfanti, miti – quello di Margaret Thatcher e quello di Ronald Reagan. Thatcher e Reagan hanno contribuito alla costruzione di un paradigma del liberismo fondato su una percezione molto virile, aggressiva dell’azione politica: iniziativa individuale, meno stato, poche tasse, lotta generalizzata al big government, ristrutturazioni industriali, attacco frontale alle incrostazioni corporative e alle loro pretese conservatrici. Nel caso della signora Thatcher il mito si realizzò nella forma romanzesca, epica quasi, dello scontro di potere: lei, il primo ministro britannico che distrugge il fortissimo sindacato dei minatori guidato da Arthur Scargill, organizzazione egemone nel sistema sostanzialmente socialista della Gran Bretagna degli anni Settanta, pianificando – è lei a raccontarlo nelle sue memorie – con il suo ministro per l’Energia il livello delle scorte energetiche necessarie per reggere lo sciopero dei minatori. Per vent’anni l’epopea thatcheriana è stata un simbolo universale del liberismo. I film che arrivavano dall’Inghilterra, dal malinconico L’ambizione di James Penfield, a Grazie signora Thatcher, fino a The full Monthy erano la rappresentazione narrativa della crudezza del liberismo. Vitalità o distruzione, a seconda dei sentimenti politici. Nel nostro complicato, iperpoliticista e anche un po’ arcaico mercato delle idee da immettere nella circolazione culturale e politica, i due professori lombardo-americani Giavazzi e Alesina hanno avuto un’intuizione. Il liberismo – in sé uno strumento – viene messo al servizio di un valore tradizionalmente di sinistra, la difesa degli esclusi, di chi non ha tutele e protezioni. Dunque, il liberismo è di sinistra perché genera più “equità, pari opportunità, criteri di merito e non di classe”, scrivono. Se nella versione d’importazione thatcheriana liberismo è soprattutto individualismo, responsabilità, libertà, qui troviamo sì le virtù del merito, ma ancora prima – come fondamento – l’uguaglianza nelle opportunità e la tutela dei deboli. Dunque, per esempio, in teoria è di sinistra una riforma delle pensioni equilibrata e finanziariamente sostenibile, mentre – scrivono – “è stupefacente come una palese redistribuzione da figli e nipoti a genitori e nonni sia stata fatta passare come una conquista di sinistra”. Spiegano le conseguenze implicite di mobilità sociale contenute nelle riforme liberiste e negano qualunque intendimento di tipo filosofico nel loro ragionamento. Alesina in un articolo di risposta alle obiezioni che sono state rivolte alla tesi del pamphlet, pubblicato sul Sole del 18 settembre, dice a un certo punto a proposito della confusione tra liberismo e liberalismo contestatagli da Angelo Panebianco: “Non avevamo la minima intenzione di addentraci in una discussione politologica sui termini in questione”. Con la stessa spiccia praticità, ieri Giavazzi sul Corriere ha dettato un elenco di questioni a Piero Fassino, dicendogli: bene, se davvero gli uomini del Pd credono che il merito sia il modo in cui “il povero può annullare le differenze sociali” (Fassino al Corriere), lo dimostrino spiegando come la pensano sulla necessità di riformare la previdenza, aiutando gli strati più poveri della popolazione; come la pensano sul contratto unico con tutele progressive per i neoassunti (a Veltroni piace, abbiamo visto), sui sussidi di disoccupazione generalizzati, sulla fine ai sussidi per le imprese del Mezzogiorno e su meccanismi che incentivino il ricambio generazionale, l’inserimento dei giovani. Cinque temi precisi, in cui il riformismo liberista non assume il suo sembiante darwinista – fatto innanzitutto di concorrenza e imprenditorialità competitiva di prodotto, che comunque nell’economia di mercato esistono e sono essenziali – ma si presenta con l’altra faccia della sua natura, quella materna, incoraggiante, protettiva e compassionevole, quella della parità nelle condizioni di partenza, del generale effetto benefico della ricchezza collettiva di un paese e dell’equità delle sue regole. |
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