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da il foglio del 27 settembre 2007 L'origine della Yellow Revolution, il misterioso capo della giunta, la radiografia di una dittatura chiusa al mondo La libertà ha un colore, è il giallo delle tonache birmane (e non solo) di Alan Patarga Soltanto la Cina, con l’arma economica, può scongiurare la strage dei monaci birmani, dice il premio Nobel per la pace Jody Williams. Ma per convincere Pechino serve l’arma della pressione internazionale, la stessa utilizzata per chiedere il boicottaggio delle Olimpiadi del prossimo anno “e che comincia a dare i suoi frutti” |
I giornali di mezzo mondo la chiamano già la Rivoluzione zafferano, o più semplicemente la Yellow Revolution. È la rivolta pacifica dei monaci buddisti birmani che chiedono, con decine di migliaia di altri connazionali, il ritorno della democrazia nel paese. Se di ritorno si può parlare, e non di nascita tout court, è soltanto perché, per poco più di dieci anni, un governo democratico birmano è esistito, e prima di morire ucciso da un golpe comunista ha fatto in tempo a indicare nel 1961 il primo segretario generale delle Nazioni Unite asiatico, U Thant. Quel gabinetto lo presiedeva il generale Aung San, eroe della resistenza antifascista. Sua figlia, Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione democratica, premio Nobel per la pace e agli arresti (oggi domiciliari) quasi ininterrottamente dal 1991, scelse di far sventolare ai suoi sostenitori le bandiere con il pavone giallo nell’unica campagna elettorale libera nella storia del paese. Era il 1990, e – come ricordava un paio di giorni fa un articolo del giornalista birmano Nathan Maung sul sito Internet Mizzima News – due anni prima gli stessi vessilli erano stati sventolati dagli studenti di Rangoon nei giorni della protesta contro la dittatura che si concluse con tremila morti sulle strade e un’altra dittatura a sostituire quella precedente. Il colore che oggi – come l’arancione in Ucraina, ormai tre anni fa – rappresenta la voglia di libertà d’un popolo e che, con il rosso, riveste da secoli i monaci buddisti e le cupole delle pagode, è lo stesso colore che segnò i giorni della lotta per l’indipendenza birmana contro i colonizzatori britannici. Che la polizia birmana abbia da anni l’ordine di arrestare chiunque (monaci esclusi) indossi qualcosa di giallo, non è dunque una stranezza, sebbene i paradossi e i misteri non manchino in un paese che ha perduto persino il nome (era Birmania e per i militari è diventata Myanmar). Il più grande mistero è di certo Than Shwe, il generale succeduto nel 1992 al golpista Saw Maung, e da allora capo di stato e delle forze armate. Un ritratto lo ha abbozzato martedì il Daily Telegraph, ma la sua rimane una figura sfuggente: accolto come un moderato (rispetto al predecessore) per aver scarcerato alcuni oppositori politici (salvo poi riarrestarli tutti, nel tempo), è stato lui a imporre il cambio di nome al paese e a spostare nel 2005 la capitale da Rangoon a Naypyidaw, una città che prima di allora quasi non esisteva. È stato lui ad abrogare la legge che imponeva la pensione obbligatoria a sessant’anni al compimento del suo sessantesimo anno per rimanere al potere. Ritratto quasi esclusivamente in pose ufficiali, praticamente mai intervistato, i birmani lo conoscono (e molti lo detestano, a giudicare dal seguito dei monaci) attraverso i proclami ufficiali che regolarmente vengono pubblicati dalla stampa di regime. E che di regime si tratta lo dice la mappa della libertà politica redatta ogni anno da Freedom House, che nel 2007 assegna alla Birmania lo status di paese “non libero” e le dà un 7 (il voto peggiore in una scala che parte dal numero 1, sinonimo di libertà) sia sul fronte dei diritti politici sia su quello delle libertà civili. Alla pari della dittatura del Sudest asiatico, pochi paesi: Corea del nord, Turkmenistan, Libia. Persino Arabia Saudita, Vietnam e Iran fanno meglio. Ecco giustificate le proteste di piazza, ecco spiegata la reazione della giunta militare che governa il paese da 19 anni, che ha ordinato il coprifuoco e la repressione. I morti, per il momento, sarebbero tra i quattro e i sei. Bronwen Maddox, capo dei commentatori di politica estera del Times, spiegava ieri sulle pagine del quotidiano londinese che le sanzioni annunciate dal presidente statunitense, George W. Bush, e dal premier britannico, Gordon Brown, “non potranno cambiare la situazione” per il semplice fatto che entrambi i paesi hanno già chiuso ogni canale commerciale con la Birmania da anni. L’America dal 1997. Di più, sostiene il giornalista inglese, potrebbero fare “Cina e India, vicini e partner commerciali della Birmania per mettere direttamente sotto pressione il regime: sono di sicuro nella posizione migliore per farlo”. Ma lo stesso Maddox lascia intendere che difficilmente Pechino seguirà le indicazioni di Washington e Londra. Per Renaud Egreteau, giovane ricercatore del Centre d’Études et de Recherches Internationales di Parigi, “la giunta birmana è al sicuro nella nuova capitale”, che è in mezzo alla giungla, come spiegava ieri in un’intervista al Figaro. E centrale, nella tenuta del regime, sarà ancora una volta la figura del dittatore misterioso, Than Shwe, “che non a caso ha una preparazione specifica nella conduzione della guerra psicologica”. La paura della repressione può poco, però, quando il primo nemico è la fame. I birmani sembrano dire che la ricetta per sconfiggerla abbia come ingredienti principali la democrazia e la religione. La decisione di raddoppiare, dall’oggi al domani, il prezzo dei carburanti, ad agosto, ha definitivamente esasperato la popolazione: “Ho visto troppa gente in uno stato di povertà insopportabile – ha raccontato un giovane manifestante, ribattezzato Min Neing, al Guardian – Molte persone fanno fatica a mandare i figli a scuola, non possono nemmeno più permettersi due pasti al giorno, ma uno soltanto, e così si ammalano. Il fatto è che poi non hanno nemmeno i soldi per curarsi. E, come se non bastasse, la gente gode di meno libertà oggi di un tempo”. Il grido di dolore birmano, raccolto da tutta l’opinione pubblica occidentale, è stato rilanciato ieri – dalle colonne del Wall Street Journal – dal premio Nobel per la pace Jody Williams, con un articolo intitolato semplicemente “Freedom for Burma”. La sua analisi ricalca quella del Times e dell’Economist, ma differisce nella scelta delle azioni conseguenti: soltanto la Cina, con l’arma economica, può scongiurare la strage dei monaci birmani, dice. Ma per convincere Pechino serve l’arma della pressione internazionale, la stessa utilizzata per chiedere il boicottaggio delle Olimpiadi del prossimo anno “e che comincia a dare i suoi frutti”. “Tutti noi dobbiamo dire chiaramente che la politica di “non interferenza” di Pechino (...) non può essere tollerata. Dobbiamo svincolarci dal potere delle aziende cinesi non soltanto per la gente del Darfur, ma per i birmani, i tibetani e i congolesi, per non parlare dei milioni di cinesi cui è negato ogni genere di diritto umano”. |
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