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da Avvenire
del 27 settembre 2007

Nel 1948 la nazione era il granaio dell’Asia ed esportava riso. Oggi a malapena basta a se stessa. La vittoria mutilata del premio Nobel Aung San Suu Kyi

Una dittatura militare «figlia» del comunismo

Così il Paese rischia di diventare provincia cinese. «I militari costringono i contadini a coltivare l'oppio per loro, la Birmania è il maggiore esportatore del mondo»

di Piero Gheddo





Nel dopoguerra, quando i governi europei concedevano in Asia l'indipendenza alle loro colonie, nel Sudest asiatico la Birmania sembrava il Paese più fortunato, evoluto, ricco di materie prime e di terre. Già nel 1937 il governo di Londra concedeva alla Birmania l'autonomia dal dominio inglese in India e le classi colte e intellettuali si preparavano all'indipendenza. Ma erano le élites birmane (il 72% della popolazione), mentre le popolazioni tribali preferivano il dominio inglese, che aveva concesso loro ampia autonomia rispetto alla vera Birmania. Dal 1946 vari incontri fra le due parti si concludono col patto che dieci anni dopo l'esperienza dello stato indipendente le singole etnie avrebbero potuto uscire dalla Federazione birmana e costituirsi in stati separati. Il 4 gennaio 1948 nasce l'Unione Birmana e si ribellano i due partiti comunisti, «della bandiera rossa» (stalinista) e «della bandiera bianca» (maoista), in lotta contro lo stato: volevano una democrazia popolare e non parlamentare.

Poco dopo, anche le minoranze tribali entrano in campo perché, dicevano, il governo federale non rispettava le promesse: infatti, dominato dai birmani, dimette i loro capi (saboà), «birmanizza» l'esercito nazionale licenziando i loro militari e soprattutto privilegia il buddismo per portare i tribali nella sangha (comunità buddista). Così nasce la «guerra cariana» (1948-1953), combattuta non solo dai cariani. Una guerra crudele e sanguinosa, che minaccia l'unità nazionale anche perché i ribelli si alleano con i due partiti comunisti, uniscono le forze e riescono a liberare alcune regioni e anche la loro capitale Toungoo (cioè "Kawthule", gennaio 1949), puntando poi su Rangoon.

L'esercito nazionale alla fine prevale, si concludono diversi accordi, ma la guerra ristagna: i tribali occupano buona parte delle loro regioni, il governo tutta la parte pianeggiante abitata dai birmani. Ma periodicamente scoppiano scontri armati, il Paese non si stabilizza. I cariani erano orientati dalle élites battiste, che predicavano la guerra contro i birmani, mentre i cattolici volevano la pace; qui nasce la prima «persecuzione» dei cattolici, durante la quale vengono uccisi tre missionari del Pime: Mario Vergara e Pietro Galastri (1950), Alfredo Cremonesi (1953).

Successivamente il governo democratico della Birmania delega vari poteri alle forze armate, finché, nel 1962, il generale Ne Win destituisce il primo ministro U Nu, promettendo di riportare l'ordine e instaurando una «democrazia popolare» sul modello sovietico. Nazionalizza le terre e le attività economiche, requisisce le scuole e le strutture sanitarie delle missioni cristiane e nel 1966 espelle tutti i missionari stranieri entrati nel Paese dopo il 1948 (tra cui 30 italiani del Pime): tutto deve appartenere allo Stato.

Occorre chiarire la natura della «dittatura militare»: il regime fin dall'inizio si dichiara ateo e vuole instaurare un «socialismo birmano» e «di ispirazione buddista», che in realtà è un autentico comunismo e porta alla dittatura del partito e alla miseria: nel 1948 la Birmania era il granaio dell'Asia, esportava riso, oggi a malapena basta a se stesso. Fra alterne vicende, i militari-socialisti, guidati oggi da Than Shwe, sono ancora al potere, anche se, dopo la rivolta studentesca del 1988, sono stati costretti a convocare le elezioni nel 1990, vinte dalla figlia del padre della patria, Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la pace. I militari non riconoscono la sua vittoria (il loro partito aveva conquistato solo il 10%), lei non ha mai governato e i suoi deputati eletti per metà sono fuggiti all'estero, l'altra metà uccisi o in carcere.

Il regime birmano da più di dieci anni è di fatto soggetto alla Cina. Un testimone oculare mi scrive: «I militari stanno costringendo i contadini a coltivare l'oppio per loro e fanno della Birmania il maggior esportatore del mondo… Oggi la Cina rifornisce i militari di armi per ripagare i legni pregiati, i minerali, il gas e il petrolio. Costruiscono strade, ci inondano dei loro prodotti». I cinesi sono già in Birmania, colonizzano e modernizzano alcune regioni tribali di confine. I buddhisti sono la maggior forza d'opposizione: se non riesce le loro ribellione pacifica, per Myanmar si aprono scenari ancora più cupi: potrebbe diventare, per interposto governo locale, una provincia cinese. I governi europei e quello italiano cosa fanno?

 

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