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da il foglio
del 9 ottobre 2007

Cesare De Michelis ricorda che la fine del Novecento ha seppellito anche l’illusione del Moderno

Cara Seconda Repubblica ti scrivo

di Cesare De Michelis



Con la liquidazione dell’umanesimo è stato portato a termine un profondo stravolgimento della cultura occidentale

La morte della civiltà contadina è un lutto che l’occidente non ha saputo elaborare

L’Angelus novus di Benjamin riusciva a vedere le rovine del passato girando indietro lo sguardo mentre il vento del progresso lo trascinava oltre

La democrazia politica è una conquista irrinunciabile, ma la sua inefficienza e la sua inconcludente dialettica ne rappresentano i limiti insuperabili

In questo momento pare ci sia bisogno di assai meno politica e di più cultura e di più fede


La politica in questo mattino del Ventunesimo secolo deve fare i conti con questioni affatto nuove, che in realtà non si rassegna neppure a riconoscere.

Il secolo breve che sta alle nostre spalle si è concluso con la liquidazione, dopo settant’anni, della rivoluzione comunista, e su questo non ci piove, tuttavia a descriverla in questo modo la crisi di fine secolo non si capisce e tanto meno è in grado di suggerirci una qualsiasi via d’uscita.

Forse l’idea di “secolo breve” rischia di essere tutt’altro che chiarificatrice, anzi, mettendo al centro la questione comunista, trascura, se non addirittura dimentica, troppi altri momenti ed eventi caratterizzanti il Novecento in modo altrettanto significativo, a partire dai fascismi e dalla Shoah, ma anche a continuare con la crisi delle democrazie proprio quando raggiungevano il suffragio universale, o con gli effetti mostruosi della tecnologia per usi militari fino alla bomba atomica, che rivelava, e per sempre, la vulnerabilità di quell’universo naturale che ci eravamo abituati a considerare eterno e sostanzialmente immutabile.

Insomma, quel che a fine secolo venne messo davvero in liquidazione non fu soltanto il comunismo, ma più in generale il Moderno con tutto quanto gli apparteneva inequivocabilmente: ideologie, rivoluzioni, totalitarismi e dall’altra parte macchinari, lavori usuranti, catene di montaggio, scarichi inquinanti, veleni. Con la liquidazione di ogni traccia di umanesimo è stato portato a termine il definitivo e profondo stravolgimento della cultura occidentale avviato dal lungo processo di modernizzazione iniziato sì all’inizio del Diciassettesimo secolo, ma compiuto soltanto nel corso del vicino Ventesimo.

Il fallimento del Moderno non bastava né basta a resuscitare quell’universo culturale, morale e sociale che esso aveva compiutamente azzerato, anzi apriva un vuoto drammatico e spaventoso che sarebbe stato necessario affrontare e colmare. La morte dell’umanesimo o, se si vuole, della civiltà contadina è un lutto che la cultura moderna non ha mai elaborato, limitandosi a proiettare se stessa in avanti – non per caso si è espressa soprattutto nelle avanguardie – per non fare i conti con il deserto che lasciava alle proprie spalle, esattamente come, inascoltata Cassandra, l’Angelus novus di Walter Benjamin riusciva a vedere le rovine del passato girando indietro lo sguardo mentre il vento del progresso lo trascinava oltre.

Fin qui ho pochi dubbi, le cose sono andate esattamente così, ed è doloroso e difficile non solo raccontarlo, ma persino rammentarlo genericamente, anche per la buona ragione che la nostra capacità di narrare è strettamente correlata alla capacità di immaginare una conclusione, se non reale quantomeno possibile.

Al solito, dunque, la più semplice e positiva proposta che riusciamo a pensare il giorno dopo la catastrofe coincide con la restaurazione; andò così dopo Napoleone e continua ad andare così nelle piccole e grandi cose da due secoli almeno.

Limitare il disastro al comunismo, rifiutandosi di cogliere la portata davvero epocale di quanto è accaduto, ha consentito, quindi, di restaurare le ideologie precomuniste, e cioè il liberalismo e il socialismo, addirittura coniugandole tra loro nell’illusione che fondendosi diventassero imbattibili, letteralmente senza concorrenti.

Se tuttavia, almeno per supposizione, pensiamo, invece, alla crisi come liquidazione del Moderno, la scorciatoia restaurativa o restauratrice si rivela anche troppo evidentemente impraticabile: ritornare alla civiltà contadina, alla cultura umanistica, dopo aver misurato la quantità dello sviluppo, la velocità del progresso, i vantaggi della tecnologia, la partecipazione della democrazia è letteralmente utopistico, esattamente come è assolutamente impossibile per ogni uomo nella propria esperienza tornare indietro. Che l’uomo sia una macchina perfetta, tuttavia senza la retromarcia, è questione con la quale ognuno nella vita ha dovuto fare i conti disperandosene.


Imparare a farne a meno

Che fare, dunque, nel caso le cose stessero come ho finora supposto? Innanzitutto dovremmo imparare a fare a meno davvero del Moderno, dei suoi valori e dei suoi strumenti ideologici, riportando la nostra attenzione pragmaticamente alle cose e ai fatti reali per deciderci non tanto a giudicarle, come finora si è fatto – bene o male, bello o brutto, giusto o ingiusto e, se volete, destra o sinistra, progresso o conservazione, ragione o fede – ma per capire in concreto che cosa si può ottenere e come.

Mentre il giudizio, nel suo insuperabile dualismo, pretende che la soluzione sia inequivocabilmente nella sintesi, l’esperienza conosce e riconosce una più larga e numerosa pluralità di vie d’uscita, tra le quali non è affatto necessario scegliere secondo la logica dell’aut aut, anzi è saggio e prudente mediare e rimediare, finché il risultato, e non il “principio”, consenta di distinguere la strada più conveniente.

Stando così le cose l’osannato bipolarismo politico nella sua semplificante contrapposizione di due, e solo due, schieramenti è la rigenerazione della logica modernista dopo il suo tracollo, che non consente un più franco confronto, niente affatto necessariamente omogeneo rispetto a questioni diverse.

La democrazia politica è senza dubbio una conquista irrinunciabile della modernità, ma la sua inefficienza, la sua inconcludente dialettica, ne rappresentano i limiti insuperati e insuperabili, e inoltre la politica, nella sua totale ideologizzazione, si è illusa di essere al centro di ogni cosa, di aver fatto suo tutto intero il potere, e ha invaso ogni spazio, come l’acqua quando travolge gli argini, e pretende di dettare legge secondo le regole del consenso in ogni campo.

E’ tempo, dopo la modernità, di ricondurre le acque della politica e della democrazia dentro i loro argini, definendo con forza e chiarezza quel che loro compete, o all’incontrario di dare spazio ad altre regole non meno essenziali alla convivenza, a partire dal mercato e dal merito, e al tempo stesso di riconoscere che altri poteri spirituali e culturali, dove la democrazia elettorale e maggioritaria non ha mai funzionato, hanno il diritto e il dovere di agire nella società e tanto più nella società globale.

Per questo a me pare non siano più utilizzabili le contrapposizioni tradizionali tra destra e sinistra, perché alle ideologie dobbiamo necessariamente sostituire i valori, e quel che conta, dunque, è innanzitutto avere il coraggio di fare fino in fondo i conti col Moderno e le sue ideologie, a partire sì dal comunismo, a proposito del quale troppo forte resiste il desiderio di salvare una qualche continuità con il presente, ma proseguendo con tutte le altre, perché in caso contrario si finisce col ritornare al Moderno, magari camuffato nell’innovazione, con tutto quel che segue.

In questo momento a me pare ci sia bisogno di assai meno politica e di più cultura e di più fede – ovviamente senza fondamentalismi, che si impongono soltanto quando ha il sopravvento l’idea di un potere unico alternativo alla politica – di più mercato e di più rispetto del merito, di attenzione alla creatività, che, meglio dell’innovazione, suggerisce l’esigenza di cambiamento senza illusioni di progresso, e ancora di abituarsi al riciclo e al restauro, pratiche, non ideologie, ineludibili nell’età di un’opulenza irresponsabile.

E’ necessario, quindi, ricominciare a guardare al futuro immaginando progetti di medio e anche lungo periodo che accelerino il cambiamento, non tanto perché il domani necessariamente sarà migliore, ma perché solo in questo modo, persino riguadagnando qualche traccia sopravvissuta del passato, sarà possibile sottrarsi a quel destino catastrofico che intanto per secoli abbiamo tenacemente preparato.

 

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