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da il foglio dell'11 ottobre 2007 Il politeismo inconscio ma brulicante di cui la tv si fa veicolo. Un bisogno di dei più che di Dio Paganesimo di Angiolo Bandinelli Il deprecato consumismo eccitato dalla tv appare come effetto – non causa – di un oscuro politeismo brulicante nell’inconscio, di un insopprimibile bisogno non di Dio ma di dei, di cui invochiamo la benevolenza acquistandone un simbolo o un sostituto, detersivo o formaggino che sia |
Tengo sul mio tavolo quattro o cinque minuscole statuine (altezza, due centimetri) che riproducono, in una povera fusione di bronzo, le fattezze del dio hindu Ganesh. Lo rappresentano come un giovane grassoccio, con una grossa testa di elefante, proboscide e tutto, anche se con una sola zanna. Il culto di Ganesh è assai diffuso, anche molti non hindu pongono uno di questi simulacri accanto allo studente, perché lui è il Signore del Buon Auspicio, il “distruttore degli ostacoli” di ordine materiale o spirituale che si frappongono agli uomini, e dunque se ne invoca la grazia prima di iniziare un viaggio, un affare, una intrapresa o, appunto, per propiziare gli studi. Circolano svariate leggende sul suo aspetto zoomorfico, che è comunque sentito come positivo perché l’elefante è un animale intelligente e rispettato. Secondo una delle tradizioni che circolano tra i fedeli, Ganesh è stato generato dalla madre, Parvati, senza l’intervento del marito Âiva; essendo eterno, Âiva non sentiva necessità di avere figli. Ganesh nacque dall’esclusivo desiderio femminile di Parvati di procreare. Il giovane dio è molto attaccato affettivamente alla madre. Naturalmente, non mi sogno di raffrontare queste leggende alla storia di Gesù e di Maria. Il mito della nascita virginale è probabilmente non estraneo anche ad altre culture e religioni. A me interessa altro, a me interessa l’induismo di per sé, ultima religione politeista ancora grande e vitale, presumibilmente non destinata a scomparire. Sappiamo quanto essa sia affine a quella greca o romana: il latino “deus” come il greco “Zeus” vengono da un’unica radice sanscrita, “deva”. Senza scomodare Dumézil, immagino che la polifonia di quegli dei sia la trasposizione dialogica di fattori e fenomeni, necessità e valori, su cui si è riccamente esercitata – e plasmata – la riflessione degli indoeuropei. Attraverso i loro miti, hindu, greci e romani hanno esplorato come in uno specchio sfaccettato la molteplicità dei poteri della psiche. Né la fine del politeismo classico ha fatto cessare questo atteggiamento. Il cristianesimo ne ha assorbito parecchio, non solo accogliendone divinità, miti e riti sotto i più vari travestimenti, ma creando anch’esso, al di sotto della somma Trinità, un vastissimo “pantheon” di santi, angeli, Potenze, Virtù, o anche demoni, che molto possono, se implorati, sulle vicende umane. Il politeismo, insomma, mi pare sia piuttosto interno alle radici della nostra civiltà. Un antico pantheon Mi sto spingendo su un terreno friabile, al quale sono oltretutto impreparato e inadatto. Però azzardo: mi viene fatto di pensare che nella nostra civiltà tecnologicamente avanzata e laicizzata molto sia vivo e vitale del politeismo polimorfico. Per dire: ogni volta che mi pongo dinanzi alla tv mi pare di scorgere, nei personaggi, nelle situazioni e peripezie rappresentate, la riproposizione sorniona di un antico pantheon, con quei personaggi che sono personificazioni di caratteri, o di eterni desideri e impulsi dell’uomo – il buono e il bello a fronteggiare eternamente il cattivo e il brutto – ripetuti con stereotipi atteggiamenti, perfino immersi in una atmosfera erotica da fare invidia a un tempio hindu e alle sue rappresentazioni lascive dell’infinito kamasutra umano. Lo spettatore è spinto a incarnarsi in quei “semidei” (come in quelli del cinema o dei fumetti, Indiana Jones o Superman, a dimostrazione della vastità del fenomeno). Laici professi o variamente credenti, nessuno sfugge: alla fine, il deprecato consumismo eccitato dalla tv appare come effetto – non causa – di un oscuro politeismo brulicante nell’inconscio, di un insopprimibile bisogno non di Dio ma di dei, di cui invochiamo la benevolenza acquistandone un simbolo o un sostituto, detersivo o formaggino che sia. Sotto la patina del monoteismo cristiano, gli immensi pantheon indoeuropei (ma non solo) sono non tanto un residuo del passato quanto una attuale esigenza dello spirito. Fantasie? Elucubrazioni? Provocazioni? Giocherello con i miei piccoli Ganesh. Mi fanno ricordare Elémire Zolla, di queste cose esimio studioso. Se ne trovo, ne compro altri: tra tanto paganesimo, non sarà il mio il più condannabile. |
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