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da il foglio
del 28 ottobre 2007

Le ossessioni un po’ dandy di Roberto Calasso, lo scrittore che “riscopre l’Italia” e spiega la sua battaglia contro il moderno occidentale

Rosa, il colore della miscredenza

Il rosa Tiepolo
Adelphi
pp.320, € 32

di Alfonso Berardinelli



A forza di esercitare le virtù del dubbio e della critica senza limiti, abbiamo riempito il nostro mondo di rifiuti e di cartacce, non sappiamo più che cosa pensare e che pesci pigliare, che cosa amare. Non abbiamo semplicemente perduto le vituperate certezze metafisiche, siamo così esausti e svuotati che anche il dubbio e la critica si sono piuttosto immiseriti

Il limite stilistico del libro è che Calasso ci racconta una favola di cui conosce in anticipo la morale. Un sapiente come lui non è e non potrebbe essere un narratore moderno. Per lui la verità non accade, è già accaduta nei miti delle origini

Ma Il rosa Tiepolo non è fatto solo di amore idolatrico. Si apre con una polemica virulenta e fuori misura che solo verso la fine del libro viene un po’ dimenticata. Calasso fa diventare Tiepolo un’arma ideologica contro le ideologie, perché chi non capì e svalutò Tiepolo, preferendogli Caravaggio o Goya, peccò contro il divino e servilmente si inchinò al realismo, si asservì ai valori del progressismo storico, scivolò nella “pesanteur” del mondo umano

È giusto e bello che Calasso abbia amato, capito e difeso Gianbattista Tiepolo. Ma perché fare di lui una discriminante storica e ideologica? Perché dire che con lui (solo con lui) la felicità in Europa è finita? Perché dire che Tiepolo è fuori della storia e farne poi uno spartiacque storico? È vero che Roberto Longhi ha voluto contrapporre faziosamente Caravaggio a Tiepolo. Ma è così necessario ripetere l’errore di Longhi rovesciandolo?


Il rosa Tiepolo (Adelphi, pp.320, euro 32) è letterariamente uno dei migliori libri di Roberto Calasso, forse il più felice. Essendo sostanzialmente un commentatore (cosa in parte diversa dal critico) Calasso ha bisogno di punti d’appoggio, di presupposti, di valori culturali accertati, anzi perenni, intorno ai quali far girare la propria mente, seminare e far crescere le proprie glosse e riscritture. La sua ispirazione nasce da studi di tipo mistico-filosofico e da ogni genere di esoterismi. La sua mente è quella di un idolatra e di un mitomane, di un invasato di miti e di idoli (lui lo dice di sé ed è vero). Ma per scrivere letteratura, per aggiungere qualcosa a ciò che è stato detto e codificato nelle Grandi Tradizioni orientali e occidentali, Calasso deve farsi guidare da qualche personale ossessione. Tra le ossessioni di Calasso occupa una zona centrale del suo spirito la lotta contro il mondo occidentale moderno, contro le idee di Storia e di Progresso, contro l’Illuminismo e contro la politica “di sinistra”, con annessi e connessi, come volgarmente si dice. Perciò sia in quanto editore che scrittore Calasso restaura l’antico e l’imperituro. Illustra e celebra idoli e miti di una storia antistorica e premoderna, nel buio o nell’eccesso di luce che custodiscono tesori sepolti, misteri, magie, forme assolute.

Dopo la scomparsa di Elémire Zolla che in Italia lo ha preceduto nelle ricerche intorno alla mente superiore, estatica e illuminata, Calasso ha reso sempre più evidente la consanguineità culturale con il suo fratello maggiore. Ma Zolla non scriveva bene, a volte scriveva male. Le sue ambizioni strettamente letterarie erano modeste, o le aveva dimenticate lungo i sentieri della ricerca mistica. Viceversa Calasso, con il passare del tempo, ha sempre più desiderato essere scrittore, anzi, paradossalmente, narratore. Ma qui è il problema: perché può avventurarsi in una narrazione moderna solo chi non sia in possesso di saperi e verità atemporali, solo chi cerchi e non abbia già trovato. Sarà tautologico dirlo, ma la letteratura occidentale moderna esiste dal momento in cui l’Europa ha rinunciato ai saperi tradizionali e alle filosofie perenni. Non è detto che questa rinuncia sia stata un buon affare. A forza di esercitare le virtù del dubbio e della critica senza limiti, abbiamo riempito il nostro mondo di rifiuti e di cartacce, non sappiamo più che cosa pensare e che pesci pigliare, che cosa amare. Non abbiamo semplicemente perduto le vituperate certezze metafisiche, siamo così esausti e svuotati che anche il dubbio e la critica si sono piuttosto immiseriti.

La sua parte di ragione Calasso ce l’ha. Ma come restaurare l’antico e conquistare il moderno? Come trovare parimenti squisiti Nonno di Panopoli e Georges Simenon, René Guénon e Alberto Arbasino, Hitchcock e il Vedanta? Calasso (mi sembra) vuole tutto: essere un veggente e un dandy, un sapiente neoantico e un narratore postmoderno (e antimoderno). Lo vuole perché lo può: il neoantico è postmoderno e i veggenti di oggi, qui da noi, sono solo dandy di un tipo particolare. Essendo finita da qualche secolo, in occidente, la ricerca mistica, ora riappare come illustrazione, messa in scena, decorazione, orgia culturalista, estetica della profondità.

Siamo così al libro su Gianbattista Tiepolo, libro esoterico e delizioso, erotico e mistico, dionisiaco, sapienzale, tantrico, polemico, ermeneutico e narrativo. È difficile che Calasso si fermi a un genere limitato. Il punto di forza de Il rosa Tiepolo è che la ricerca dei misteri e l’indagine sugli enigmi si svolgono in presenza di opere pittoriche luminose, affreschi e tele gloriosamente superficiali: che sembrano decorazione e ornamento mentre sono la visione rimemorante di un mondo di dèi e di maghi, di esseri fantastici e simbolici che l’Europa illuminista volle bandire dalla cosiddetta realtà, ma che invece sono e furono (saranno sempre, secondo Calasso) il fondamento di ogni forma e grado di realtà reale o sognata o possibile.

Il rosa Tiepolo è tra le altre cose molto italiano. In Italia la massima capacità di pensiero e di espressione artistica si è manifestata nelle arti visive e nella pittura. Se non guardiamo e non vediamo colori e splendori, noi italiani facciamo fatica a capire. La nostra più profonda e sottile saggezza è anche superficiale, senza gioie e piaceri dell’occhio nessuna comprensione ci si apre. L’italiano, il veneziano Tiepolo è il campione della nostra decadenza, della nostra fobia per la realtà comune, trita, realistica e borghese: è lui il “superficiale” semidivino che amava e idolatrava solo un mondo di divinità fatto di luce e di nuvole, intatto e intoccabile fra cielo e terra. Del resto, fino a Caravaggio, tutta la nostra pittura classica, se confrontata con quella fiamminga, tedesca, spagnola, è una sublime messa in scena del divino cristiano o pagano che abita il mondo. In termini etico-politici moderni (mi scuso della terminologia, del resto appropriata) gli italiani cinquecenteschi, nella loro pittura, non si dimostravano molto adatti a diventare moderni. Erano innamorati degli dèi. Loro stessi, in parte, dèi. Gli dèi ci hanno viziato e corrotto. È la ragione per cui Lutero si ribellò alla chiesa neopagana di Roma. Ma è anche la ragione per la quale Goethe (un po’ tardi, ormai alla fine del Settecento) scese in Italia in cerca di dèi, lui che degli dèi e delle muse si sentiva un figlio prediletto.

La riscoperta dell’Italia da parte di Calasso è un segno di maturità. Ho l’impressione, anzi, che tutto il libro esprima la consapevolezza matura del tempo che passa, del Tempo che fa invecchiare, rappresentato da Tiepolo, nel quadro riprodotto in copertina, come un bel vecchio vigoroso e umile, inginocchiato con amorevole spirito di devozione davanti a una Venere nuda eternamente florida e giovane. Il Tempo è già una realtà umana, gli si addice l’umiltà, mentre il mondo divino resta uguale a se stesso. Si manifesta in forme sempre nuove, ma questo non intacca la sua perfezione atemporale. Più che figlio degli dèi e pari agli dèi, mi pare che qui Calasso si riconosca, nella senilità, sacerdote e servitore degli dèi: e fra questi, in particolare, della abbagliante e rosea Afrodite, a cui basta mostrarsi perché ogni altra potenza senta venire meno le sue forze.

Il rosa Tiepolo più che un libro di superbia gnostica, è un libro di amore devoto. L’erudito, l’esoterico, il profondo Calasso qui si inchina davanti alla superficialità di Tiepolo. Questa è una novità parziale. Non è da ora che Calasso, potente e superbo, giovesco, plutonico, marziale e mercuriale, forte nel governo e negli affari, agguerrito profligatore degli storicisti e dei progressisti, non è da ora, dicevo, che mostra una particolare predilezione per chi non gli somiglia: per gli uomini angelici, miti, disarmati, senza poteri, flessibili e invisibili, come Bobi Bazlen, Robert Walser, Joseph Roth e (sopra tutti) Franz Kafka.

Ma l’umiltà in Calasso non dura mai molto. Lo stratagemma stilistico del libro, consistente nel far credere al lettore che l’autore non sa già quello che invece sa, non è uno stratagemma credibile. Nella sezione dedicata agli “Scherzi” e ai “Capricci” di Tiepolo si leggono una serie di descrizioni che sono narrazioni e interpretazioni nello stesso tempo. Calasso cerca di capire che cosa ci stanno mostrando e cosa vogliono dirci quelle eterogenee e singolarissime figure, umane e animali, intente a guardare un serpente che si attorce intorno a una verga e che forse è stato bruciato nel corso di una pratica magica. Calasso sa così tanto di simboli e miti che non può far credere al lettore di non capire subito di che si tratta: guardare un serpente, sacrificarlo o propiziarlo, credo che voglia indicare la Coscienza che assiste immobile ai movimenti serpeggianti e insidiosi della Vitalità originaria e demonica: che non va uccisa, va esorcizzata o governata. Io ne so poco. Calasso, che ne sa infinitamente di più e non è mai approssimativo, qui recita le strategie dell’approssimazione progressiva, come se stesse imparando dal povero Tiepolo ciò che sa benissimo, perché lo ha letto nei testi antichi, nelle sacre scritture, nei libri dei maghi rinascimentali e negli studiosi moderni di antropologia, mitologia, iconologia e simbolismo.

Tuttavia il piacere dell’ecphrasis, cioè della descrizione minuziosa e seminarrativa delle immagini, in questo libro si sente. Il rosa Tiepolo potrebbe avere in epigrafe la massima di Goethe che Calasso cita a pagina 142: “Pensare è più interessante del sapere, ma non del guardare”. Dove (se intendo bene) il sapere e il pensare possono esercitarsi e accrescersi nel guardare, poiché il guardare li supera, può contenerli e generarli. È esattamente quello che Calasso cerca di fare qui. Naturalmente si tratta di un “guardare scrivendo”, alla maniera di Roberto Longhi. La pittura di Tiepolo non mette in movimento solo l’eccezionale e stravagante dottrina di Calasso, il suo acume analitico, la sua inclinazione polemica. È la scrittura letteraria che ora, di fronte a quelle immagini, acquista autonomia, perfezione, scioltezza, una necessità e una grazia del tutto nuove. Il libro è esaurientemente illustrato. Ma la visività è incrementata dalla traduzione in parole. Le immagini entrano nella lingua, la animano, la sciolgono, la liberano dalla tirannia dei concetti. E la scrittura penetra nelle immagini, guida il lettore nei loro labirinti. Mai, credo, Calasso si è divertito così: anche, come ho detto, recitando la parte di chi non sa quello che invece sa, o di poterlo imparare di nuovo guardando Tiepolo.

Cito frammentariamente, per dare solo un’idea di questo pensare guardando e scrivendo. Qui è il Calasso esoterista a prevalere (e forse esagera) ma non c’è dubbio che gli “Scherzi” offrono abbondante materia per le sue elucubrazioni e indagini ermetiche: “Nello Scherzo 4 un orientale dalla barba bianca, con turbante e manto ricamato, addita qualcosa che brucia per terra, fra magri ceppi: una testa umana. Anche due nobili giovani fissano quella testa. (…) Nello Scherzo 5 torna il serpente avvinto a un bastone e brandito come un’insegna da un personaggio di cui si vede soltanto che ha un alto copricapo. Di nuovo c’è un orientale dalle ampie vesti che osserva qualcosa. Teschi di animali, un bucranio, una tromba, un grosso libro: ammassati. In mezzo a loro un gufo, un orcio e una coda di serpente che ne guizza fuori. Sull’orcio, come sullo scudo negli Scherzi 2 e 4, un volto in rilievo, ghignante, che potrebbe essere un Satiro. Ma si sa che non è facile distinguere il Satiro dal Demonio.(…) Un altro orientale nello Scherzo 7 (…) è scortato da una fanciulla una deliziosa Baccante, si direbbe, a giudicare dai pampini che le ornano la testa. Ma la scena non consiste solo nel fuoco e nella testa che brucia. Un soldato con elmo guarda il fuoco e intanto addita in direzione opposta. Qualcosa sta succedendo, che ci sfugge. E forse spiega tutto. Dietro all’orientale spuntano varie figure, di lato a una piramide tronca, che riapparirà più volte. È l’asse del luogo. (…) Finalmente un personaggio nuovo nello Scherzo 9: è Pulcinella che qui sembra non distinguersi molto dagli orientali.(…) Le rovine classiche sono le quinte della scena. Pulcinella ha l’aria di una vecchia conoscenza che si è aggiunta al gruppo. Forse è di passaggio. Forse dà consigli”(pp. 137-140).

Non c’è amore senza idolatria. Calasso ama Tiepolo, ama quello che dipinge e il modo in cui lo dipinge. Ama la sua sfortuna storica. Ama la grazia con cui Tiepolo, devoto al divino, ha sofferto la cacciata delle divinità dalla cultura settecentesca, moderna e borghese. Ha continuato fino alla fine a celebrare con i suoi pennelli lo splendore e il mistero del mondo. Ma la sua vita di artista è come se si fosse svolta in una dimensione parallela e separata rispetto alla sua biografia e alla storia pubblica del suo tempo.

Il limite stilistico del libro è che Calasso ci racconta una favola di cui conosce in anticipo la morale. Un sapiente come lui non è e non potrebbe essere un narratore moderno. Per lui la verità non accade, è già accaduta nei miti delle origini.

Misteri a parte, a parte la necromanzia e la magia bianca o nera, credo che Calasso ami in Tiepolo soprattutto le sue donne, anzi quell’unico modello o archetipo che riappare di continuo in epoche e messinscene remote. È un’abbagliante bellezza giovane e spesso nuda che si distingue per la sovranità del suo gesto. Le descrizioni che Calasso ci dà di questa donna sempre presente e dominante nell’opera di Tiepolo sono il miele e l’estasi erotica del libro. Eccola dunque la “prima attrice”, colei “a cui sarebbe toccato di essere Ninfa o angelo trombettiere, regina orientale o maga, dea o anonima fanciulla (…) Si sarebbe dovuta vestire, di stagione in stagione, da Cleopatra, Zenobia, Armida, Angelica, Beatrice di Burgundia, Flora, Venere, santa Lucia (…) volto rotondo più che ovale; capigliatura bionda o fulva; seni rotondi, distanti e divergenti; occhi allungati verso le tempie e appena sporgenti; carnagione rosata; fronte stretta e bombata; torso forte ed elastico; gesto pacato, sicuro, impavido” (pagine 45-46).

Capisco Calasso. Anch’io come lui sono stato innamorato di questa donna. Mi manca la sua tenacia investigativa, la sua sete di possesso. Non l’ho inseguita in tutti i dipinti in cui compare. Mi sono accontentato di contemplarla nella splendida tela della National Gallery riprodotta a pagina 261.

Ma Il rosa Tiepolo non è fatto solo di amore idolatrico. Si apre con una polemica virulenta e fuori misura che solo verso la fine del libro viene un po’ dimenticata. Calasso fa diventare Tiepolo un’arma ideologica contro le ideologie, perché chi non capì e svalutò Tiepolo, preferendogli Caravaggio o Goya, peccò contro il divino e servilmente si inchinò al realismo, si asservì ai valori del progressismo storico, scivolò nella “pesanteur” del mondo umano. Come critico della cultura e delle idee moderne Calasso non convince, è un oltranzista dell’assoluto. Soprattutto non soffre e non si diverte, dato che non riesce proprio a sentirsi un perseguitato, una vittima della modernità e d’altra parte manca di senso del comico. Le sue intuizioni su Tiepolo sono notevoli e senza dubbio ispirate, ma forse non sufficientemente solide da sostenere le tesi estremizzate del libro. Quando l’intento apologetico diventa intento polemico e storia della cultura occidentale, si mette in moto in lui un vero accanimento interpretativo.

È giusto e bello che Calasso abbia amato, capito e difeso Gianbattista Tiepolo. Ma perché fare di lui una discriminante storica e ideologica? Perché dire che con lui (solo con lui) la felicità in Europa è finita? Perché dire che Tiepolo è fuori della storia e farne poi uno spartiacque storico? È vero che Roberto Longhi ha voluto contrapporre faziosamente Caravaggio a Tiepolo. Ma è così necessario ripetere l’errore di Longhi rovesciandolo? Non c’è bisogno, credo, di contrapporre Tiepolo a Caravaggio. Anche perché Caravaggio è stato, realismo o no, con il favore o meno di Longhi, nei secoli il più grande. Parlo per me, lo penso ora e non devo dimostrarlo.

 

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