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da il foglio
del 15 dicembre 2007

Benedetto XVI non ci sta a un Cristo ridotto a dispensatore di valori. Intervista con Stefano Alberto

Il vero filosofo contro i moralisti

di Ubaldo Casotto



Contro la “dittatura dei desideri” c’è una rivalutazione del desiderio costitutivo dell’uomo come esigenza di infinito

Per la teologia protestante del ’900, si legga Bultmann, la speranza è in ultima analisi la morte, accettare la morte

Se nell’uomo non esiste un “cuore”, “un comune intrinseco criterio di misura” ogni attentato alla dignità umana è possibile

No alla dialettica società-stato, ma “ordinamento comunitario”. Un approccio realista contro il positivismo giuridico imperante


Don Stefano Alberto ci riceve in una stanza di una casetta a due piani nella periferia sud di Milano, che ha condiviso per anni con don Luigi Giussani. Laurea in Giurisprudenza all’Università di Torino e dottorato in Teologia all’Università tedesca di Eichstätt. Di Luigi Giussani, dal 1992, è il successore sulla cattedra di Introduzione alla Teologia all’Università Cattolica di Milano. Collaboratore di don Julián Carrón, è responsabile di Comunione e liberazione per l’università. E’ appena tornato da Rimini, dove seimila studenti universitari di Cl hanno appena fatto i loro esercizi spirituali annuali.

L’idea centrale di tutta l’enciclica è per don Alberto “l’esaltazione del presente come il vero tempo di Dio in cui, poggiati sulla presenza di Cristo, possiamo affrontare con certezza il futuro, attraverso la rivalutazione del desiderio dell’uomo”. Nel momento stesso in cui non ha timore a denunciare la “dittatura dei desideri” che caratterizza la mentalità contemporanea, cioè “l’assurda rivendicazione di trasformare in diritto ogni mia pulsione ogni mia voglia, cui impropriamente diamo il nome di desiderio, il Papa ci invita, ci sfida a chiederci che cosa veramente desideriamo. ‘Allora che cosa vogliamo veramente?… che cosa è in realtà la vita?’ (n.11), domande che riecheggiano quella del Vangelo di Giovanni (1, 38) rivolta da Gesù ai primi due che lo seguirono: ‘Che cosa cercate?’. Il Papa rimette l’uomo davanti a questa domanda che traduce l’immensità del suo desiderio perché, dice citando Agostino, ‘non sappiamo affatto che cosa in fondo desideriamo…’. Nello stesso tempo Benedetto XVI chiede conto al pensiero contemporaneo della riduzione che ne ha operato, del vicolo cieco in cui ha cacciato l’esigenza di infinito dell’uomo esaltando sì il suo desiderio individuale, ma in realtà gettando un sospetto tremendo su di esso, perché non gli dà orizzonte né prospettiva, non gli dà profondità, punta a risolvere tutto nel breve istante. Mentre, per dirla con Cesare Pavese nel ‘Mestiere di vivere’, ‘ciò che l’uomo cerca nei piaceri è un infinito e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità’”.

Il Papa che a Ratisbona e a Verona chiedeva di “allargare la ragione”, oggi invita all’“apertura del desiderio”, per don Alberto “le due cose sono intimamente collegate. ‘Dio allarga il nostro desiderio’ dice citando ancora Agostino. In fondo la speranza cristiana non è altro che la speranza del desiderio umano, ma nel suo contenuto porta un mondo diverso (non un altro mondo), la certezza della presenza di Cristo. Così il desiderio umano preso sul serio nella sua radice profonda, nel suo potente dinamismo che urge l’infinito: ‘qualcosa che non conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti’, dice il Papa, che a un certo punto usa una definizione stupenda, che dimostra quanto sia libero e coraggioso: ‘sconosciuta realtà conosciuta’”.

La sfida all’idea di progresso e al facile escatologismo è per don Alberto fondata teologicamente nei paragrafi 7 e 8 dell’enciclica quando, “commentando l’undicesimo capitolo della Lettera agli Ebrei, critica Lutero (e i suoi epigoni presenti anche negli esegeti cattolici che hanno preparato la traduzione ecumenica del Nuovo Testamento, approvata dall’episcopato tedesco) e spiega che la fede che diventa speranza ‘attira dentro il presente il futuro’. E’ la riaffermazione della possibilità dell’esperienza cristiana e insieme la denuncia della riduzione della fede e della speranza a slancio soggettivo. La speranza guarda al futuro a partire da una certezza presente, la speranza cristiana è un possesso certo, questa certezza è Cristo, riconosciuto presente ora. La versione protestantizzante del cristianesimo o risospinge Gesù Cristo nel passato – un personaggio di duemila anni fa – oppure nel futuro, oltre la storia: se la fede non è più ‘sostanza delle cose che si sperano e prova delle cose che non si vedono’, ma uno ‘stare saldi in ciò che si spera ed essere convinti di ciò che non si vede’, se ‘substantia’ si traduce con ‘stare saldi’ e ‘prova’ con ‘convinzione’, si rinuncia alla fede come riconoscimento di una Realtà presente e la si riduce a un atteggiamento soggettivo, ‘a un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti’ (n. 7). Questo è tipico della teologia protestante del Novecento che mette in netta contrapposizione il presente e il futuro, una teologia della storia per cui il presente non ha nulla a che fare con il futuro se non come slancio soggettivo verso di esso. Si leggano Pannenberg, Moltmann e, prima di loro, Bultmann. Per quest’ultimo la speranza è, in ultima analisi, come per Heidegger la morte, è accettare la morte. La sua opera di demitologizzazione di Cristo, confinato nel passato o lanciato in un escatologismo che è oltre e fuori della storia, svuota di senso il presente e conduce al disprezzo del desiderio umano. Così può essere dominante la fiducia acritica nel progresso della scienza o nella scientificità della politica. Il paradosso cristiano della speranza invece è che si rivolge al futuro ma esalta ciò che è già presente nella realtà. Ne dà una sintesi bellissima Charles Péguy: ‘per sperare, bambina mia, bisogna essere molto felici, bisogna aver ricevuto una grande grazia’. Questo è, sono sempre parole di Péguy, il ‘singolare rivolgimento, il mondo all’incontrario’ della virtù della speranza, che ci mostra come ‘tutti i sentimenti che dobbiamo avere per Dio, è Dio che ha cominciato con l’averli per noi. Non a caso il Papa insiste nel dire che la il Vangelo è ‘performativo’, perché genera una vita e un mondo diversi già dentro questo mondo, il presente dice Benedetto XVI, viene toccato dalla realtà futura”.

Un Papa teologo che chiama Cristo “filosofo”, non è una riduzione anche questa? “No, è una immagine incisiva. Questa audace equiparazione di Cristo alla figura del filosofo e a quella del pastore lo libera finalmente dall’essere considerato solo un grande moralista, secondo l’interpretazione corrente di tanta teologia e tanto senso comune. Cristo è filosofo, vero filosofo nel senso classico, perché è colui che ci introduce, che è la via al senso profondo della vita, che è Egli stesso, non è un dispensatore di valori, un alfiere della giustizia sociale. Il titolo di filosofo è molto provocatorio, a una lettura superficiale potrà sembrare intellettualistico, in realtà il Papa libera Cristo dalla costrizione nei panni del moralista o del profeta escatologico, cui tanta esegesi vorrebbe costringerlo, riducendolo in ultima analisi a un personaggio ‘strano’, estraneo alle vere domande dell’uomo. Invece Egli è una presenza drammatica, che ci chiede conto del nostro vero desiderio, che ci introduce al fondamento della realtà, e lo fa con delle domande radicali: che cosa cercate? A che serve guadagnare tutto il mondo se poi perdi te stesso? Che cosa darà l’uomo in cambio di se stesso? Cristo, via, verità, vita è l’amante del destino dell’uomo che prende sul serio il suo desiderio di felicità anche attraverso e oltre la morte. Di fronte a questa riaffermazione della positività del desiderio dell’uomo, il dubbio – di cui tanti intellettuali si fregiano come esclusiva condizione metodologica di scoperta e di conoscenza – appare come il raggelarsi del desiderio stesso. Invece, dice Benedetto XVI, ogni desiderio è profezia di infinito, come aveva ben intravisto Giacomo Leopardi nell’inno ‘Alla sua donna’, la cui bellezza lo rimandava a una radice ultima, alla Bellezza senza cui nessuna bellezza è tale. Leopardi grida, ‘ignoto amante’ della Bellezza presentita (e per questo è profeta di Cristo, ci ha sempre suggestivamente indicato don Giussani): ‘se dell’eterne idee l’una sei tu, cui di sensibil forma sdegni l’eterno senno esser vestita…’, il dramma è prendere sul serio fino in fondo il suggerimento di questa sensibil forma”.

Nella sua analisi dei surrogati della speranza, il Papa critica il mito del progresso come il “tentativo di instaurare il dominio della ragione e della libertà”, e gli imputa, soprattutto nelle sue versioni rivoluzionarie, di dimenticare proprio quella libertà cui si appella… “Bisogna leggere il suo commento ad Ebrei 10, 34. Se la speranza si basa su un possesso presente, se ‘la fede conferisce alla vita un nuovo fondamento sul quale l’uomo può poggiare’ all’uomo è data una libertà nuova. La nostra vera libertà non poggia sui nostri beni, su ciò che possediamo o possiamo afferrare o raggiungere con le nostre sole forze, ma è una libertà dalle cose, quindi anche dai successi e dagli insuccessi, che permette di concepire il rapporto con la realtà in termini nuovi e affascinanti. Quella che propone il Papa è una nuova esperienza di possesso, il cui vertice nel cristianesimo è la verginità, possesso con un distacco dentro. Il distacco e il sacrificio, le ‘grandi rinunce’ di cui parla il Papa sono condizioni di un nuovo movimento della vita, di un rinnovamento del mondo per la passione di Cristo e degli uomini. Così anche la povertà cristiana, per esempio, è una virtù molto diversa dal pauperismo, non comporta un malinteso disprezzo delle cose, ma un uso diverso di ciò che si possiede, che guarda e tratta persone e cose per il loro destino, per quello che veramente sono: segno di un’altra realtà, e quindi senza lasciarsi imprigionare nell’orizzonte breve dell’apparenza o della voglia”.

Ragione e libertà sono però i due vessilli del pensiero laico… “che esaltandoli li ha ridotti. Quando la ragione diventa veramente umana? si chiede il Papa, quando è sfidata, riaperta e nel contempo sostenuta dalla fede, diventa capace di guardare oltre se stessa. E’ molto interessante che Benedetto XVI al n. 23 parli di ‘giudizio del cuore’, identificando il termine biblico ‘cuore’ con ‘un comune intrinseco criterio di misura’ che è ‘fondamento e meta della nostra libertà’. Sono queste evidenze comuni a fondare l’irriducibilità di ogni uomo e a renderlo libero. La tragedia che arriva a minare oggi l’essenza stessa della democrazia e a rendere possibile qualsiasi attentato alla dignità dell’uomo, qualsiasi manipolazione, è il negare che abbiamo evidenze ed esigenze comuni, quelle che don Giussani chiama ‘l’esperienza elementare’ di ogni uomo”.

Non è strano che un Papa parli di “libertà per il male” e di giustizia come “immagine decisiva della speranza”? Che cosa le suggeriscono le pagine sul Giudizio finale? “Censurare la realtà e il significato del Giudizio è la conseguenza di aver ricacciato Dio in un futuro indeterminato, fuori dalla storia e dal presente e avere ridotto l’uomo a individuo senza legami, un narcisismo quindi senza responsabilità verso gli altri. E’ venuto meno il senso dell’altro su cui già la classicità pagana fondava la giustizia, la virtù che esalta la responsabilità dell’uomo verso l’altro: dare a ciascuno il suo. Riparlare del giudizio non significa reintrodurre un’immagine terrificante ma un’immagine di speranza, perché richiama in causa la responsabilità dell’uomo, la sua libertà. Che il Papa prende estremamente sul serio: la libertà può dire no. L’inferno, paradossalmente, è l’esaltazione della serietà della libertà umana fino alla possibilità di una negazione definitiva. Ma tutto oggi è diventato un ‘per modo di dire’. Se non ci fosse una giustizia ultima, ultimamente le nostre azioni sarebbero senza radici e senza prospettiva storica, come un palloncino che sfugge dalla mano di un bambino distratto. La libertà dell’uomo è grande ma anche fragilissima, quello del Papa è un approccio molto realistico: se il Giudizio non fosse compenetrazione di giustizia e grazia non ci potrebbe essere speranza; se fosse soltanto grazia renderebbe irrilevante tutto ciò che è terreno, se fosse solo giustizia sarebbe per noi tutti solo motivo di paura. Per questo la parola più misteriosa e consolante, di fronte a tutte le brutte possibilità della storia, ci ricordava sempre don Giussani, è la parola misericordia, la parola che identifica il mistero della giustizia di Dio, quella che ricrea in noi l’essere”.

Strano processo, questo, in cui la stessa persona è contemporaneamente giudice e avvocato… “Vero Dio e vero uomo che sulla croce prende su di sé il male del mondo. Ma dal punto di vista dei tentativi della giustizia terrena in rapporto alla libertà dell’uomo sostenuta dalla speranza, va notata la laicità, il realismo dell’impostazione del Papa, quando dice (paragrafo 24): non riponiamo speranza nelle strutture. Non si può ridurre la giustizia al formalismo, alle architetture giuridiche, non si può pensare di ridurre la democrazia alle sole procedure. Benedetto XVI dice: ‘il retto stato delle cose umane, il benessere morale del mondo non può mai essere garantito semplicemente mediante strutture, per quanto valide esse siano… Anche le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini ad una libera adesione all’ordinamento comunitario’. Non la sterile contrapposizione società e stato, ma un ‘ordinamento comunitario’, è un approccio realista che sa che il fenomeno della democrazia e della convivenza ha la sua radice nel soggetto, nei suoi desideri nell’esigenza originale che il soggetto avverte che il suo agire tenga conto anche di ciò che è dovuto all’altro (quindi non solo diritti, ma anche doveri), l’esigenza originale di giustizia. Anche qui una fuga dal moralismo, quel moralismo che è il risvolto del positivismo giuridico oggi imperante. E’ una sfida: ‘la libertà necessita di una convinzione’, ed è un legame che va sempre e nuovamente riconquistato comunitariamente. Il progresso non è una volta per tutte”.

C’è molto Agostino in questa enciclica, “e, mi pare di osservare, anche un cenno molto personale di immedesimazione con lui, quando il Papa lo cita per descrivere la sua missione quotidiana di trasmettere speranza a tutti in condizioni storiche molto difficili. La speranza è speranza per tutti. Il cristiano non è colui che si muove nelle zone d’ombra, oppure nelle zone grigie della casuistica biopolitica perché non riesce a superare lo scandalo del limite dell’uomo, così che il limite resta obiezione e non condizione per la libertà in cammino. Il cristiano è colui che grato del dono della speranza, come albore della realtà vera, della ‘vita che è veramente vita’ la comunica a tutti. Si tratta di una visione che lo espone a una vita che non è la quiete del chiostro bensì la partecipazione al dramma di ogni uomo, è una prospettiva che può intimorire (‘è il Vangelo che mi spaventa!’), ma è il compito della chiesa nella storia. In questa attraversata del tempo è compagno di strada non solo chi ha la fede, ma chiunque prenda sul serio la propria domanda di senso, di felicità, la propria speranza, non solo singolarmente. Dice Nicolás Gómez Dávila che le virtù moderne non sono attraenti. Può essere affascinante un’aspettativa di vita media più lunga? E’ meglio scoprire ‘il germe’ del tutto nel presente, come dice il Papa, o cedere alla paura delle ombre di morte? L’uomo è più affascinato da una vita come meccanismo di singoli particolari o da un orizzonte più grande e totale? ‘Ciò che l’uomo cerca nei piaceri è un infinito’, invece è ultimamente irreale, e quindi disumana, la contraria pretesa di Hume quando insiste nell’affermare ‘non avanzeremo d’un passo di là da noi stessi’; la mia esperienza di uomo mi dice, con Pavese che ‘nessun uomo rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità’”.

 

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