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da il foglio
del 18 dicembre 2007

Il lato politico di Petraeus

I progressi a Baghdad si fermano a un passo dalla riconciliazione nazionale

Nei quartieri iracheni si tenta di riportare vicini i sunniti e gli sciiti, ma c’è chi dice che “è ancora troppo presto”

di Rolla Scolari e Daniele Raineri



Nel quartiere di Ghaziliya, Baghdad ovest, in cui fino a pochi mesi fa si combatteva in ogni strada, i miglioramenti per quanto riguarda la sicurezza, secondo gli stessi abitanti, sono concreti. Non marcano una vittoria, ma aprono una nuova finestra di opportunità


Baghdad, dai nostri inviati. I progressi, a Baghdad, si fermano a un passo dalla riconciliazione nazionale, dall’“arrangiamento” tra sette religiose auspicato dal generale David H. Petraeus, comandante delle forze della Coalizione, ideatore della nuova strategia “di strada” dei soldati. Sai chi ha ucciso Ibrahim? Chiede il biondo capitano americano seduto sul divano a fiori in casa di Ismail. “No”. “Allora te lo dico io: è stato un certo Walid Ali”. Ibrahim, il vicino di casa, stava installando il generatore che avrebbe permesso alla sua famiglia di non dipendere più da nessuno per l’elettricità. Nella maggior parte dei quartieri di Baghdad, c’è corrente soltanto sei ore al giorno: due al mattino, due al pomeriggio, due alla sera. Uomini armati dell’esercito del Mahdi hanno fatto irruzione in casa sua, gli hanno sparato sette volte alla gamba sinistra, quattro alla destra e poi hanno inferto un ultimo colpo fatale al torace. A costare la vita a Ibrahim è stato quel generatore: non voleva più pagare una percentuale alle milizie sciite che hanno in mano il business dell’elettricità nella zona.

Nel quartiere di Ghaziliya, Baghdad ovest, in cui fino a pochi mesi fa si combatteva in ogni strada, i miglioramenti per quanto riguarda la sicurezza, secondo gli stessi abitanti, sono concreti. Non marcano una vittoria, ma aprono una nuova finestra di opportunità. L’aumento del numero dei soldati americani sul terreno, la collaborazione con il nuovo esercito iracheno e gruppi di cittadini volontari, la tregua annunciata dall’esercito del Mahdi fanno respirare la popolazione e i militari, intenti a portare avanti la nuova strategia d’interazione con la popolazione. Le cose vanno meglio, scrive l’Economist di questa settimana, secondo cui la guerra non sarà vinta necessariamente con la forza. Si è passati dai 100 cadaveri al giorno dell’anno scorso ai 20 di oggi.

“Non significa che la vittoria sia vicina”, “In guerra una pausa è raramente la fine”. Per molti abitanti del quartiere di Ghaziliya, sunniti o sciiti che siano, manca la volontà politica. Il colpevole è il potere centrale, rinchiuso nella bolla della Zona verde, l’area della capitale super fortificata in cui vivono diplomatici internazionali e politici locali. “Anche se gli afghani e gli iracheni hanno votato per la democrazia – sentenzia l’Economist – questi governi non lavorano bene”.

I parà dell’Airborne responsabili della zona avevano un programma per riportare a casa dieci famiglie di rifugiati, scritto in inglese e arabo: “Mercoledì 26 dicembre, i leader del quartiere controllano che case e nuclei familiari siano pronti al trasferimento e abbiano finito di fare le valigie; giovedì 27 dicembre alle 11 le dieci famiglie s’incontrano su Bravo Road, davanti al benzinaio per celebrazione e incontro con la stampa, poi procedono verso le loro case; venerdì 28 dicembre, i leader sciiti e la popolazione si recano per pregare alla moschea al Muhajereen assieme ai loro fratelli sunniti, per celebrare il primo passo della riconciliazione e della normalizzazione di Ghaziliya”. II volantino bilingue è distribuito al consiglio dei leader di zona, riuniti nella piccola saletta interna di un ristorante che vende polli allo spiedo e serve il tè in bicchieri di cartone. L’incontro dura due ore e nessuno degli sheikh, sciiti o sunniti, è a favore dell’imminente trasferimento delle famiglie. È ancora presto, per non parlare della preghiera congiunta in una delle moschee simbolo delle violenze e degli scontri nel quartiere.

La signora Nahla vive nella bella villetta con giardino di un ex alto ufficiale dell’esercito di Saddam e dell’esecutivo del premier Nouri al Maliki non vuole sentir parlare. Il padrone di casa, sunnita, è scappato con moglie e figli quando gli scontri hanno iniziato a lacerare la zona. La famiglia di Nahla, sciita, abitava a 400 metri, nello stesso quartiere dalle basse case color sabbia, tutte uguali, con gli stessi cancelli in ferro battuto, e gli stessi tappeti finto persiani appesi ai balconi a prendere aria. Una mattina, ha trovato sotto la porta una busta contenente un proiettile. Si è trasferita nella nuova casa da qualche mese, assieme a marito, figlie, nipoti.

Fino a poco tempo fa, mezzo chilometro a Ghaziliya poteva essere fatale per chiunque. Quello che resta di un campetto da calcio, ricoperto di pattumiera e acqua stagnante, era la linea di demarcazione dei molti fronti della battaglia. I rifugiati del quartiere vivono oggi a poche centinaia di metri dalla loro casa d’origine. I comandanti americani, assieme ai colleghi iracheni e ai leader locali hanno studiato un piano per riportare alcune famiglie nelle proprie abitazioni. Pensano che la situazione sia abbastanza migliorata da permettere i primi spostamenti di persone. Nahla è grassa, porta braccialetti d’oro che fanno rumore. Ha appoggiato il velo sulla testa senza chiuderlo al collo. E’ circondata dalle donne della famiglia, in tunica di pile. Hanno paura: il progetto degli americani non le convince. Temono che il ritorno di sunniti e sciiti negli stessi quartieri riaccenda gli scontri. Tre mesi fa, raccontano, alcune famiglie hanno provato a rientrare nelle loro case, e sono state subito minacciate. “Non è il momento giusto, abbiamo paura per i nostri figli, i nostri fratelli”. Il vicino di casa, Ali Siad, è un ex comandante dell’aeronautica, in gioventù pilota di Mig23. Dice che il progetto di riconciliazione ha ancora bisogno di tempo, che ancora troppe persone portano armi. “Chi ha fatto cose brutte ai vicini non tornerà mai nella sua casa”. La riconciliazione nazionale è bloccata dall’omertà e dall’indifferenza che hanno permesso ai gruppi armati sunniti e sciiti, dopo la caduta di Saddam, di proliferare e muoversi in libertà tra le strade dell’estesa città color sabbia. Oggi, in alcune aree si combatte meno con i fucili, ma le milizie hanno imbastito un’organizzazione che va avanti a colpi di racket.

 

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