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da Avvenire
del 19 dicembre 2007

Pena di morte, il mondo adesso dice no. Approvata da 104 Paesi all’Assemblea Onu la «moratoria sulle esecuzioni capitali»

La «risposta» dell’Iran: impiccati 4 condannati

Teheran si conferma al secondo posto per il ricorso al patibolo. Pechino guida la macabra classifica con 5.000 esecuzioni



La pena capitale è prevista per diversi reati, tra i quali l’omicidio, la rapina a mano armata, il traffico di stupefacenti, la violenza carnale, la sodomia, l’apostasia e l’adulterio


A New York il mondo intero gridava il suo «no» alla pena di morte e a Teheran quattro uomini venivano impiccati nel giro di poche ore. L’Iran, che con la Cina guida la triste classifica dei Paesi che fanno ricorso al boia, non ha smentito se stesso neanche questa volta, “celebrando” una conquista della civiltà con il suo esatto contrario.

Due dei quattro impiccati erano stati riconosciuti colpevoli di avere ammazzato una donna e suo figlio di tre anni a scopo di rapina. Sono stati uccisi all’alba di lunedì nel carcere di Isfahan, nell’Iran centrale. I fatti per i quali erano stati condannati risalivano all’agosto del 2005. Nel carcere di Zahedan, nel sud-est dell’Iran, sono invece saliti sul patibolo due iraniani condannati per rapina a mano armata e traffico di stupefacenti.

Sono almeno 280 (ma il dato potrebbe essere sottostimato) le persone impiccate dall’inizio dell’anno in Iran, dove la pena capitale è prevista per diversi reati, tra i quali l’omicidio, la rapina a mano armata, il traffico di stupefacenti, la violenza carnale, la sodomia, l’apostasia e l’adulterio.

Anche se il Paese peggiore si conferma la Cina: nel 2006 la cifra ufficiale è di 5.000 persone uccise, l’89% del totale nel mondo, ma per Amnesty International e altre organizzazioni umanitarie il numero reale si aggira intorno alle 8.000 esecuzioni eseguite ogni anno, poiché nella Repubblica Popolare le condanne a morte sono considerate «segreto di Stato». Sotto i riflettori dell’opinione pubblica mondiale per le Olimpiadi di agosto 2008, il Gigante asiatico sta facendo piccoli passi in avanti «per restringere attentamente la pratica attraverso la legislazione e il sistema legale», come ha di recente dichiarato un portavoce del ministero degli Esteri.

Anche se, ha tenuto a precisare lo stesso funzionario, in Cina le condizioni non sono ancora «mature» per un’abolizione totale. La riforma più significativa del sistema giudiziario è stata l’approvazione di un emendamento per il quale tutte le condanne devono essere confermate dalla Corte Suprema e non basta più il via libera delle corti provinciali. Tra gli altri Paesi “maglia nera” (anche se i dati dei vari rapporti non sempre collimano) il Pakistan, che quest’anno ha fatto almeno 82 esecuzioni; l’Iraq e il Sudan con 65 esecuzioni; l’Arabia Saudita con 39. Una “macchia” per l’Occidente è rappresentata dagli Stati Uniti, che hanno fatto 53 esecuzioni.

 

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