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da il foglio
del 20 dicembre 2007

Un'idea di vita e di maternità figlia del pragmatismo americano

Il pezzo che sta sopra questo è impastato della farina del Diavolo

di Giuliano Ferrara





Ronald W. Dworkin avrebbe tutto per piacerci. Ha indagato la “felicità artificiale” delle classi medie, è un anestesista e a suo modo un filosofo della vita moderna di orientamento conservatore, è parte del benemerito Hudson Institute, il primo centro di ricerca per cui fu coniata l’espressione think tank, serbatoio di pensiero, un istituto che ha combattuto buone battaglie, fin dai primi anni Settanta, contro le scempiaggini del club di Roma sulla morte imminente del pianeta e l’ambientalismo ricco, nobélisable e straccione alla Al Gore. Che volete di più dalla vita?

Invece questo articolo che riproduciamo dal Wall Street Journal è impastato della farina del Diavolo. Ed è la prova che la consapevolezza fogliante intorno al significato dell’esistenza, fragile ma intransigente, non è genericamente conservatrice, sebbene abbia per dogma la frase del filosofo conservatore Roger Scruton in cui è detto che la prova di una civiltà è mettere i vivi anagrafici al servizio di chi arriva alla vita senza ancora il bollo anagrafico, non servirsi di chi arriva alla vita facendolo schiavo del benessere dei vivi.

L’articolo è qui sopra, lo potete leggere e rileggere, se vi interessino questioni come la vita, appunto, che non è disgiunta dalla maternità, unico modo di far transitare dal nulla all’essere la persona umana e anche gli altri animali; questioni come l’organizzazione sociale e del lavoro, femminile in questo caso, perché è in gioco l’autonomia personale e il ruolo delle donne nel mondo nuovo; questioni come l’amore nel doppio senso di eros e di agape, di piacere e di speranza, quell’amore che la pragmatica ideologia del nostro tempo ha classificato come un rapido succedersi di rivoluzioni del costume sessuale (“The next sexual revolution” è il titolo originale dell’articolo da noi tradotto).

La posizione di Ronald W. Dworkin è molto semplice. C’è una conquista tecnica. Si possono crioconservare, conservare nel gelo, le uova femminili non fertilizzate. Per anni. In una banca della vita senza interessi. E questa, dice lui, è una bellezza. Una bella comodità. La soluzione del problema demografico occidentale. L’utero non ha età, dice. Con questa tecnica l’età della procreazione diventa una scelta individuale, una circostanza perfettamente decidibile in base alla carriera, alle voglie, agli stimoli sociali esterni. Non c’è più in sostanza un senso interno della maternità, si può diventare madri a cinquanta, a sessant’anni, ci si emancipa dalle vecchie regole della natura matrigna (la sfumatura leopardiana è solo nostra) e ci si avvia felici verso, appunto, la prossima rivoluzione sessuale.

Perché dico che attraverso l’anestesista parla il Diavolo, il cui compito è addormentare le coscienze prima ancora dei corpi? Lo dico in forma non esorcistica, ma laica, logica, veritativa, dunque un po’ religiosa. Lo dico nel pieno rispetto per il concetto molto americano di meaningless life cioè vita senza significato (me lo ha ricordato il mio caro amico, il pensatore newyorkese Franco Zerlenga). L’idea è questa, ed è figlia del pragmatismo americano o almeno di una sua versione, quella non metafisica, non religiosa. La vita non ha alcun senso, è meaningless, e questo fatto garantisce la mia libertà: così pensano alcuni moderni. Perché solo se dico che la vita non ha senso, che il senso della vita non mi è dato, solo allora posso metterci il senso che voglio io, che decido io liberamente: così aggiungono.

Ma non è così, cari amici del Wall Street Journal, dell’Hudson Institute, cari amici conservatori che su questo la pensate da perfetti progressisti. Non è così. E non “secondo me”: piuttosto secondo la verità di ciò che è, di ciò che viene prima, di ciò che sta sopra, e anche e soprattutto secondo la verità della storia del Novecento, secolo fatale in cui si è pensato, appunto, che niente viene prima, niente sta sopra la libertà dell’uomo, provocando e realizzando il casino tragico (the mess, the horror) che sappiamo.

Non è uguale o indifferente un mondo nuovo in cui un figlio non si attende nelle cure dell’amore ma lo si fabbrica nel programma della vita con l’assistenza della tecnica. Non è uguale o indifferente, è certamente peggiore. Più libero, dobbiamo riconoscerlo, e peggiore (e anche questo dobbiamo riconoscerlo). E questo non è un giudizio sulle libere scelte di madri cinquantenni o sessantenni, che avranno figli fertilizzando le loro uova, una volta prelevate dalla banca del freddo e unite a uno sperma maschile qualunque, comprato in un’altra banca o offerto da un compagno incontrato nell’età giusta, “giusta” secondo le nostre esigenze di carriera e di vita.

A questo punto dovrei aprire il capitolo del meglio e del peggio, cioè del bene e del male di cui meglio e peggio sono solo concetti relativi. È un capitolo troppo lungo per un quotidiano, e per un articolo di giornata. È un capitolo che è stato scritto dalla cultura ebraica, che santifica ogni giorno il senso del divino; dalla cultura greca, che ci ha dato la forma logica del concetto socratico e la forma ontologica delle idee platoniche; della cultura e della spiritualità cristiane, che hanno dominato con il giogo leggero di Cristo Gesù e del suo annuncio messianico, duemila anni di storia e di arte e di lingua di cui siamo figli. Troppo lungo, il capitolo. Ma evidente di per sé. Se volete capire perché l’attesa di un figlio nell’età naturale è meglio della sua fabbricazione artificiale e faustiana nell’età in cui si presumono soddisfatti altri bisogni, entrate in una cattedrale, entrate in un museo, andate in sinagoga o a messa o alla funzione in un tempio protestante, aprite un grande libro. Vedrete che ci troverete il meglio e il peggio. E saprete setacciare la farina di Dworkin, e saprete che cosa siano stati l’amore e il piacere e il significato dell’esistenza prima della “prossima rivoluzione sessuale”. E come possano tornare a essere, basta che lo vogliate, un regalo di attesa e di speranza che si staglia sulle nostre piccole riflessioni nei giorni di Avvento, o se preferite alla vigilia delle vacanze di Natale.

 

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