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da Avvenire del 8 febbraio 2008 La letteratura non è storia, ma assai più geografia: provocazioni di un autore che è fiero di definirsi «cristiano». Parla Michel Tournier Lo scrittore di paesaggi «Verne batte Dumas. Per me il romanzo è una fatica fisica, è la scoperta del mondo. Ciò che viene narrato deve sempre uscire dai bordi, toccare campi diversi e incrociarli» di Daniele Zappalà
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Parigi - Occorre andare sul campo, fare il giro del mondo, pur se costa fisicamente. È anche per questa ragione che oggi scrivo molto di meno. Si tratta di una delle lezioni che lo scrittore francese Michel Tournier, 84 anni e un’opera tradotta in tutto il mondo, vorrebbe trasmettere ai giovani narratori di oggi. Lui che, come storico giurato del prestigioso Goncourt – dopo averlo conquistato negli anni Settanta –, resta anche un accanito lettore delle opere più recenti. «Da un punto di vista fisico, per me la letteratura è stata sempre lo sforzo del viaggio», insiste Tournier davanti al suo giardino, prima di confessare scherzosamente la sua passione segreta di sempre per il nostro Paese e il suono delle parole italiane: «Chiamarsi Giannini è ben altro che chiamarsi Tournier!». In Francia, Gallimard ha appena pubblicato una versione arricchita di Les vertes lectures, un saggio sulla letteratura europea per i giovani che si legge come un lungo racconto. Si sente un erede della famiglia degli «scrittori geografici»? «La storia è spesso una successione di violenze e orrori, mentre la geografia è la scoperta del mondo. In Francia, c’è da una parte Alexandre Dumas, che per me resta il simbolo della storia. A cominciare dai Tre moschettieri, opera fra le più cupe. L’anti-Dumas è invece Jules Verne, in particolare col Giro del mondo in 80 giorni. Sogno d’appartenere a quest’ultima famiglia, come l’appena defunto Julien Gracq, che per me è stato negli ultimi decenni il più grande scrittore di lingua francese. Non a caso, un ex insegnante di geografia. È stato un grande paesaggista, di quelli che fanno comprendere come questa parola non possa essere riservata ai pittori». Crede che il paesaggio sia una porta per andare oltre la semplice sfera sociale? «Esiste anzitutto una gioia geografica che ha contagiato tanti scrittori. E per questa via si spalancano anche le porte dell’immaginazione. In Ventimila leghe sotto i mari, Verne arriva ad immaginare l’interno di un sottomarino come un paradiso. L’idea folle è che per respirare aria pura occorra sprofondare nel mare. Ma si tratta di una follia geografica terribilmente affascinante, dalle sfumature poetiche». La sua prima passione è stata però la filosofia. Può esistere grande letteratura senza implicita filosofia? «Una storia narrata deve sempre uscire dai bordi. Toccare campi diversi e incrociarli. Per rifarsi ancora al Giro del mondo di Verne, il grande tema metafisico di fondo è la sfida fra il tempo meteorologico e il tempo cronologico. Non tutte le lingue utilizzano la stessa parola per i due concetti. È il caso dell’inglese e del tedesco. Il grande problema del romanzo è la nebbia e l’eroe non a caso di chiama Phileas Fogg». E in letteratura, la bellezza è un’idea nebbiosa… «No, occorre certamente a chi scrive un’idea della bellezza. Ma ancor più, occorre un’idea del sublime. Il paesaggio non è solo bello, ma può essere sublime. Per millenni, la montagna ha evocato foschi pensieri, precipizi e ghiaccio. Poi, sono giunti scrittori come Jean-Jacques Rousseau che hanno sublimato la montagna. La montagna e il mare sono sublimi. Credo che sia una nozione oggi non abbastanza approfondita e studiata. Il termine significa 'al di sotto della soglia' ed esso è paradossale. Da sempre, l’eroe teatrale è sublime, ovvero al contempo magnifico e orribile. Basti pensare alle tragedie greche». Per alcuni l’opera è lo specchio deformato della vita dell’autore. Che ne pensa? «Credo si sia esagerato, in proposito. Fra i grandi di ogni tempo vi sono stati individui orribilmente infelici, come Cervantes, e altri che hanno avuto una vita del tutto ordinaria. Balzac doveva scrivere per sfamarsi. Scriveva tre pagine e le portava al suo editore che gli dava un po’ di denaro. È triste, ma nient’affatto drammatico. Si può essere tranquilli padri di famiglia e scrivere opere spaventose». Oggi, i cosiddetti generi letterari paiono reggere e spesso prosperare. Un segnale negativo? «Credo occorra lasciare la libertà al lettore. Ho sempre in mente l’immagine di un’enorme libreria con migliaia di opere esposte. Ogni libro sembra implorare al lettore 'leggimi, leggimi!'. La letteratura dovrebbe restare anche questo, la libertà lasciata al lettore. Del resto, do grande importanza alle librerie come luogo di scoperta dei libri». Lei ha dichiarato che «Gaspare, Melchiorre e Baldassarre» è il suo romanzo più importante. Perché? «È un tema privilegiato per la religione cristiana. Si tratta del mio romanzo più cristiano e mi sono sempre considerato come un autore cristiano. Per questo romanzo, chiesi il nihil obstat. Il cardinale Jean-Marie Lustiger mi rispose per dirmi che approvava personalmente l’opera. Per me, questo tema resta anche un simbolo della Chiesa, in cui coincidono in modo apparentemente paradossale il fasto e l’estrema povertà. Il Vaticano non appartiene agli uomini, ma alla Chiesa». Crede che oggi il rapporto fra letteratura e sacro stia cambiando? «Non credo. Il sacro è un aspetto assolutamente fondamentale che non potrà scomparire. Vi si ritornerà, così come al mito, nella scia di ciò che è stata sempre la storia della letteratura. Personalmente, considero I tre racconti di Flaubert, profondamente ispirati dal sacro, come le pagine più alte della letteratura francese di sempre». |
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